Dicembre. Rachel è diventata un’ancella dell’inverno. Il buio precoce la trattiene a casa, avvolta nelle coperte, al caldo, vicino al fuoco, con tutte le luci accese. Allatta il bambino. Sopra Annerdale imponenti nuvole gialle, spirali di nevischio e neve abbondante sui fell. Non esce. Negli ultimi mesi è stato il mondo a venire da lei: consegne a domicilio di generi alimentari e attrezzature, l’ostetrica e l’assistente sanitaria, gli uomini della sua vita, il lavoro. Allatta il bambino. Ci vuole un’ora in tutto, con lui che si addormenta a metà, si risveglia, riprende. Mentre il bimbo succhia lei legge. Il cottage geme nel vento. Fuori, nel bosco, fruscii e scricchiolii. Se non fosse per i doppi vetri, il Wi-Fi e il cellulare, Rachel potrebbe benissimo pensare di trovarsi in un altro secolo. Fuori ci sono anche i lupi, non più medievali. Ogni tanto li sente ululare dal recinto, o immagina di riuscire a sentirli.
Quando sono le tre e mezzo, il sole è già quasi tramontato, la sua pallida coppa scompare all’orizzonte. Di notte, il vento nero ulula in risposta, quasi demoniaco. E la pioggia, che comincia a solidificarsi. La neve la preoccupa come mai prima, ha paura di rimanere bloccata. Non è più abituata ai lunghi periodi di buio. Questo primo inverno dopo il ritorno in Inghilterra è sconvolgente, brutale. Come ha fatto a dimenticarlo? La luce del giorno, se solo potesse vederla, le sembra qualcosa di incredibilmente prezioso. Di notte lascia le luci accese al piano inferiore. Il bambino dorme nel porte-enfant accanto al suo letto, a portata di mano. Alle quattro lo allatta, nel buio che si va dissolvendo. C’è un’atmosfera da fine del mondo. Fitte di dolore alle mammelle, la forte pressione del latte che esce. Aver scelto di legarsi a questo esserino con un pegno di schiavitù d’amore significa rinunciare a tutto il resto.
Lui si chiama Charles Caine, un nome di famiglia, anche se nessuno lo sa. Dare un nome a un altro essere umano significa riconoscerne la storia, oppure rifiutarla. Equivale a dire: tutti noi commettiamo errori, ma andiamo avanti, miglioriamo, siamo pieni di speranza. Una testa di capelli scuri, folti. Gambe lunghe. Ha un orecchio piegato all’indentro, come una conchiglia, di buon auspicio secondo alcune culture, per altre un cattivo presagio. È di grande compagnia, il che significa che le chiede tutto e lo ottiene. Rachel lo allatta. Lo cambia. Lo allatta di nuovo. Gli piace la luce del caminetto, gira la testa verso le fiamme. Comincia a distinguere i colori, comincia a sorridere, anche se spesso le sue espressioni facciali sono meno felici, soprattutto mentre cerca di assorbire le informazioni viscerali del mondo. Sogna, fa le smorfie. Lei lo allatta, prima da un seno rovente e poi dall’altro. Dopo aver mangiato è più innocente che mai: composto, con la bocca a mezzaluna, il torace che si alza e si abbassa, i pugni serrati nel sonno. Le è stato detto che un’ora ogni tre va dedicata alla cura attiva del bambino: una stima per difetto. Rachel ha sotterrato il moncherino dell’ombelico accanto al cotogno.
Ora riesce a portarlo nella fascia per più tempo, senza fastidi all’addome o alla schiena. Il bambino sta disteso contro il suo fianco come un caldo organo esterno. La cicatrice in basso le dà prurito. È maestosa, ancora rossa, ma molto piccola se si tiene conto di cosa ne è uscito. Un taglio in rilievo, con i punti di sutura non perfettamente allineati, forse un lavoro fatto in fretta, da un medico giovane. Ma poco importa. Ogni tanto avverte forti scosse elettriche, come se qualcosa dentro si ricongiungesse, o come se i nervi si risvegliassero. I ricordi di quei primi giorni sono nebulosi. Lei che cammina zoppicante, piegata in avanti, con un’infermiera che la sorregge accompagnandola alla culla, in fondo al corridoio del reparto, per cambiargli il pannolino. Seduta sulla tazza del gabinetto, terrorizzata all’idea di andare di corpo. I crampi quando provava ad allattarlo le prime volte. Piccoli trionfi del corpo, che Rachel non avrebbe immaginato potessero essere tanto importanti. Nel cassetto della cucina c’è il sottile cordone sottocutaneo con le perline blu, un trofeo chirurgico che Jan le ha rimosso e che lei non ha buttato. La pelle le ricade sopra la ferita, ma si va riassorbendo col passare dei giorni.
Allatta il bambino davanti al fuoco e legge i report che le inviano Huib e Sylvia. Ra e Merle si sono ambientati e ora sono sulle tracce dei cervi. Si sono trovati una tana, quasi esattamente al centro del recinto, e questo fa sperare che entro febbraio possano accoppiarsi. Rachel prende un appunto: in tal caso i cuccioli nascerebbero verso la fine di aprile, o forse ai primi di maggio alla latitudine della Gran Bretagna, con una gestazione di sessanta giorni. Le carcasse dei cervi abbandonate nel recinto pesano meno di un terzo del loro originale peso corporeo. Vengono spolpate con abilità. Rachel prova a leggere, ma le riesce difficile concentrarsi. Charlie è ipnotico. Attrae lo sguardo, senza motivo, come un regalo appena scartato. Tutto il resto passa in secondo piano, non c’è nessun altro racconto che tenga. Il bambino è il racconto. Rachel gli sfiora con le labbra la morbida fontanella della testa che comincia a saldarsi. Non vede l’ora che si addormenti, in modo da poter dormire anche lei. Non vede l’ora che si risvegli, a riprova del fatto che è vivo e vegeto, così può guardare gli occhi del piccolo che trovano e riconoscono la sua faccia.
Goditi questo periodo, le dice Huib quando lei lo chiama. I nostri amici stanno benissimo.
Non che Rachel ne dubitasse. Annerdale è un luogo utopico per Ra e Merle: abbondanza di biomassa, assenza di altri branchi rivali o di specie ugualmente abili. La temperatura, per quanto bassa e in costante discesa, è mite in confronto al rigido inverno rumeno. Rachel visita il sito web del progetto, legge i messaggi: al rilascio è seguita una valanga di reazioni positive, la bilancia ora pende decisamente dalla loro parte. Molte critiche sono venute meno, i lupi sono un successo per il fatto di non essersi rivelati una catastrofe, un po’ come le Olimpiadi, o un’opera d’arte pubblica. Soltanto gli irriducibili continuano a lamentarsi. I resoconti dei controlli di Michael sono altrettanto positivi. Non ci sono stati più problemi attorno alle zone periferiche della recinzione e il tempo è troppo inclemente perché i dimostranti decidano di radunarsi davanti al cancello principale. Thomas le riporta i complimenti personali da parte del Primo ministro. Lei li prende con beneficio d’inventario. In seguito al voto in Scozia, Sebastian Mellor ha un bisogno disperato di farsi pubblicità, di poter caldeggiare politiche progressiste, specialmente nelle regioni dove è maggiore il malcontento per la devolution, e il progetto si adatta ai suoi scopi.
Lawrence viene a trovarla quasi ogni fine settimana, un paio di volte anche con Emily. Sembra esserci un ritrovato accordo tra i due. Le portano regali, vestiti, cibo. Suo fratello è follemente innamorato del bambino. Lo chiama Bup, non si sa bene perché; evidentemente è un vezzeggiativo di sua invenzione.
Ciao, Bup. Come sta Bup? Vieni qui, Bup.
Lo prende in braccio, lo solleva mentre lui scalcia penzolante nella tutina di pile, poi lo scruta attentamente, se lo stringe al petto. Emily dà una mano nelle faccende pratiche della casa: cucina, si offre di fare le pulizie, di badare al bambino mentre Rachel si fa il bagno. È triste constatare che è una madre mancata, una madre pur non avendo figli. Charlie dorme felice appoggiato alla sua spalla, al suo maglione di cashmere. I suoi foulard di seta si inumidiscono di bava e rigurgiti. Rachel le passa un panno di mussola, ma lei sembra non farci caso. Non dà a vedere se per lei è doloroso tenere tra le braccia l’oggetto dei suoi desideri. Rachel l’ammira per questo, comincia addirittura a trovarla simpatica. Ha superato il test di suo figlio, che adesso è il test principale. Emily le procura premurosamente un tiralatte, così può congelare il latte per conservarlo.
Rachel osserva Emily e Lawrence. Sembrano tranquilli, forse un po’ troppo cortesi l’uno con l’altra. Ogni tanto si comunicano qualcosa con gli occhi, in silenzio. Non litigano davanti a lei né fanno trapelare nulla. Sembra che fili tutto liscio, ma Rachel capisce bene che da fuori non si può sapere come vanno realmente le cose tra loro. In ogni caso, continuano a stare insieme e Rachel si accorge di esserne sollevata.
Anche Alexander viene a trovarla con regolarità. Entra in casa senza bussare, le porta enormi pezzi di carne avvolti in vari strati di plastica. Glieli regalano i contadini come ringraziamento per interventi chirurgici particolarmente difficili o per pietose eutanasie. Nel congelatore ci sono buste sottovuoto di latte materno giallognolo accanto a tranci di carne tagliati in casa, cosciotti d’agnello: un bizzarro forziere di provviste mammifere.
Hai bisogno di 500 calorie in più al giorno, le dice.
Ma se mangio in continuazione, ribatte lei. Mi sento come un maiale da fiera.
Rachel cucina l’arrosto di maiale oppure di manzo, si distrae, si dimentica di tirare fuori la carne dal forno, la mangia ben cotta, praticamente essiccata. Una sera, Alexander arriva insieme a un’altra persona. Rachel sente un pesante rumore di scarponi nell’ingresso, una voce femminile. Sta allattando, è senza reggiseno, con la T-shirt tirata su.
Sono in cucina, grida.
Lui si affaccia sulla soglia.
Sono in compagnia.
L’avevo capito, dice lei. Però io non posso muovermi.
Non c’è molto che possa fare: il bambino è nel bel mezzo della poppata, lento come sempre. Rachel si allunga a prendere uno strofinaccio e se lo poggia pudicamente sulla spalla sinistra per coprirsi. Alexander entra insieme a Chloe, sua figlia. Il legame di parentela è evidente: sebbene ancora in età prepuberale, è massiccia, alta, la fronte e la bocca sono quelle di suo padre. Indossa un eskimo fuori moda, viola, con la cerniera aperta, un maglione con sopra dei cani fatti all’uncinetto, un paio di stivali di gomma. In tutto e per tutto la figlia di un veterinario di campagna.
Ciao Rachel, dice Chloe.
Ciao, Chloe. Piacere di conoscerti. Vieni pure.
La bambina fa per entrare nella stanza.
Aspetta! Togliti gli stivali, signorina, le ordina il padre. Spero che questa nostra visita non sia inopportuna.
Rachel scuote la testa. Chloe si sfila gli stivali di gomma e li sistema ordinatamente vicino alla porta. Entra e guarda il bambino, o quello che si riesce a vedere di lui sotto lo strofinaccio. La bocca gli scivola lentamente via dal capezzolo, si sta addormentando. Rachel se lo risistema tra le braccia, si abbassa la T-shirt e lancia lo strofinaccio sul ripiano della cucina. Lui è Charlie.
Posso tenerlo in braccio? chiede Chloe.
Ehi, con calma, dice Alexander. “Ciao, Rachel, posso tenerlo in braccio?” Non così in fretta.
Chloe si stringe nelle spalle. Rachel le sorride.
Sì, certo che puoi. Ti vuoi sedere lì, così te lo passo?
La bambina va alla sedia accanto, si siede, cerca una posizione che vada bene spostando il didietro più volte in rapida successione – avanti, indietro, da un lato all’altro – e si prepara a ricevere il carico.
Togliti l’eskimo, le ordina il padre.
Chloe se lo toglie e l’appende allo schienale della sedia. Braccia lunghe e secche, come le gambe; ma non è priva di grazia né scoordinata. Riuscirà bene negli sport, pensa Rachel, probabilmente sarà la tiratrice più brava della squadra di netball. Chloe poggia i piedi sulla traversa sotto il tavolo in modo da avere le cosce perfettamente dritte, senz’altro la posizione corretta per reggere gli agnellini orfani. È molto sicura di sé, sicura come può esserlo una ragazzina di dieci anni. Solleva le braccia pronta a ricevere. Rachel le passa Charlie.
Potrebbe essere in vena di fare qualche ruttino.
Quando Rachel glielo mette in grembo, il bambino si muove, ma non si sveglia. Chloe lo tiene senza però sorreggergli bene la testa e con una presa non abbastanza forte, tanto che testa e piedi del bambino sono un po’ ciondoloni. Chloe serra le braccia in modo da tenerlo saldo sulle proprie gambe. Non c’è male, pensa Rachel. Chloe guarda suo padre, sorride senza incisivi. Il suo sguardo dice: ho in braccio un bambino. Questa è la figlia del suo fidanzato. Magari le presentazioni fossero sempre così facili, pensa Rachel.
Hai mangiato? le chiede Alexander. Pensavamo di invitarvi al pub. Ho promesso alla qui presente che le avrei fatto mangiare le patatine.
E le salsicce del Cumberland, aggiunge Chloe.
Ovviamente.
Rachel vorrebbe declinare l’invito – uscire di casa con il bambino, qualunque sia la destinazione, le sembra un’impresa – ma all’improvviso cambia idea. Il cottage e il buio dell’inverno hanno cominciato a opprimerla. Rachel deve fare dei tentativi, deve abituarsi ad andare in giro con Charlie al seguito.
Le patatine mi sembrano un’ottima idea, dice.
Le cose del piccolo vengono infilate in una borsa, lui viene sistemato sull’ovetto e poi in macchina, la cintura di sicurezza da allacciare: un rituale complesso per un viaggio di cinque minuti. Rachel è sul sedile posteriore insieme a lui, con una mano sopra la copertina. Chloe è seduta davanti, accanto al padre, con le gambe incrociate sul sedile. Durante il tragitto chiacchiera a ruota libera, racconta a Rachel della scuola: lei è tra i bambini più grandi del villag...