Mi sorprendo, quasi ogni mattina, nel ritrovarmi nella chiesa dei Santi Quirico e Giulitta, la chiesa di Lezzeno, quella che divide simbolicamente a metà un paese lungo sette chilometri, sulla riva del lago di Como, che solo chi non vi abita chiama Lario. Non pensavo di finire qui, nato a Como come sono, lo storico centro che sempre ha attirato quegli abitanti del lago che volessero sfuggirne la povertà, migliorare il loro status, insomma farsi più vicini a una società mercantile, lasciando quella che per secoli è stata contadina. I miei parrocchiani sono, tutti o quasi, vittime di una povertà che trae i suoi pochissimi alimenti dal lago, e dalle terrazze faticosamente costruite lungo i fianchi di un’erta riva che, diecimila anni fa, era compressa dal ghiacciaio che ancora non si era sciolto.
Qui sono stato destinato dal monsignor vescovo Borromini, dopo che avevo terminato gli studi al seminario per divenire sacerdote. Non avevo certo scelto la via indicata da Nostro Signore per abbandonare la povera società della quale ora mi trovavo, almeno in parte, corresponsabile. Molti dei miei compagni del seminario vi erano entrati nella speranza di sottrarsi a un futuro di povertà mescolata alla mancanza di studi, a un semialfabetismo che era la regola per chi nascesse sul lago, e non decidesse una coraggiosa quanto cieca emigrazione nelle Americhe, o, quale seconda opportunità, un mestiere stagionale che conducesse lontano dai nativi focolari, quale l’arrotino, il magnano1, lo spazzacamino, e il muratore, certo senza sapere che, nel Rinascimento, una schiatta di conterranei erano giunti agli alti livelli tecnici e sociali di quelli che furono chiamati Magistri Comacini.
La mia famiglia, benestante dalle generazioni ricordate dalla nonna, poiché tutto dobbiamo essere stati fuorché nobili, giungeva invece dalla pianura che sorge a sud di Como, in direzione della grande Milano, tradizionale avversaria dei laghee2, molte volte costretti dalla necessità a legarsi agli imperatori tedeschi. Da Cadorago, uno dei tanti paesi che vede mescolato al suo nome il termine originario di “ager”, e che dovette quindi vivere di agricoltura, i Castelli si erano spostati a Como, e dovevano aver trovato lavoro nella principale attività di quella antica cittadina, la produzione tessile. Erano forse stati, secoli addietro, questi Castelli, ebrei sefarditi, se devo credere al nomignolo della famiglia, i Daviditt de la Moia – torrentello a monte di Como, presso San Maurizio – e cioè discendenti di David, nome ricorrente nel Vangelo. Quando ebbi un dialogo con il dottor Pessina, il mio ex psicoterapeuta, tra i miei maestri laici il più intelligente e insieme umano, mi sentii dire che non contano le origini, quanto l’identificazione ai Vangeli e al loro insegnamento. E che, quindi, un’eventuale origine ebraica poteva essermi addirittura utile quale presunto pentimento di una stirpe che non aveva certo intuito la Santità di Gesù. Il parroco di Sant’Agostino, il borgo in cui nacqui, non ebbe la minima incertezza nel battezzarmi con il nome di Giovanni, un santo che doveva essergli grato quanto un altro.
E quindi eccomi qui, a Lezzeno, quale don Giovanni Castelli, anche se, sul nome di don Giovanni, sono nate varie leggende scherzose, fin dal primo anno di seminario. Non ho detto ancora, in questo mio brogliaccio che penso di conservare per il piacere offertomi dalla scrittura, simile alla conversazione con un amico, dell’origine di questa mia scelta di vita, o delle ragioni che mi vi hanno spinto. Ho accennato all’inizio dell’attività della famiglia Castelli. Da modesti tessitori, i miei vecchi, che non oso chiamare antenati, erano via via saliti a posizioni di maggior importanza, pur sempre artigianale. Sinché mio bisnonno Antonio aveva trovato il modo, l’altrui fiducia, e un piccolo capitale, per iniziare una propria tessitura, presto seguita da una complementare tintoria, ottenuta anche col matrimonio dell’unica figlia di un’importante famiglia, mia bisnonna Fortunata, detta Cinna. Era poi stato mio nonno, Antonio Jr, a ingrandire la fabbrica, sinché mio padre Luigi, detto Luis secondo la nostra lingua più comune, chiamata a torto dialetto, aveva ereditato una delle maggiori seterie comasche, o comacine, come direbbe chi, come me, abbia famigliarità col latino.
Seppur confusamente credo di aver iniziato qualcosa che, nei momenti di solitudine, mi faccia sentire meno solo. Quando lascio penna e calamaio per dedicarmi professionalmente, termine che mi ripeto con ironia, a un’attività quale la confessione. Un sacramento al quale dovrebbe spingermi soltanto la mia condizione di vicario, e che, a volte, mi fa sentire, colpevolmente, un poco simile a un regista, uno sceneggiatore di una storia vera, che ho il destino di conoscere, giudicare, indirizzare, e forse, nei casi estremi, di mutare.
Insieme alla mia prima Messa, e al mio primo funerale, dovevano iniziare le confessioni. Devo dire che, a proposito delle confessioni, era nata, durante il seminario, una viva discussione, che forse dovrei chiamare approfondimento, sulla natura di questo aspetto del sacerdozio.
Nel sacerdozio esiste una componente, se così la vogliamo chiamare, detta confessione. È, questo, il rapporto che maggiormente ci avvicina a chi crede, in una parola ai nostri parrocchiani. Nella vita sociale, qualcosa di analogo tocca allo psichiatra, ma questa attività è, in fondo, più simile a quella del medico che a quella del prete. Il medico ha, nel suo giuramento a Ippocrate, l’impegno di guarire, cioè di mantenere in vita nelle migliori condizioni possibili, il paziente. Che poi la medicina vada a toccare malattie dette, appunto, psichiche, può in qualche modo avvicinare simili casi alla confessione, ma questo non è scritto nelle nostre regole confessionali, che sono attentamente elencate, tra gli altri, in un libro che ho sempre sul mio tavolino, insieme al Vangelo e alla Bibbia: Pour mieux confesser, di André Chanson.
Mentre studiavamo, nella fornitissima biblioteca del seminario, esisteva una particolare sezione per accedere alla quale era necessario uno speciale permesso. Voglio dire che si doveva chiedere, secondo un regolamento forse superato, la licenza per iniziare letture che, in altri tempi, erano probabilmente catalogate tra quelle messe all’Indice, uno dei settori che, mi sia permesso, Santa Madre Chiesa farebbe bene a dimenticare. Infatti, se qualcosa può suggerire pensieri negativi, o addirittura scostare dalla Verità, perché non prenderne conoscenza, e rendersene conto, di persona, senza che simili scritti vengano addirittura vietati, suscitando, in qualcuno, una maggior curiosità di conoscerli?
I libri ai quali mi riferisco sono di vario genere, ma proprio il mio medico e maestro, Franco Pessina, aveva individuato tra le pubblicazioni di uno storico, Raffaele Pettazzoni, tre volumi intitolati La confessione dei peccati, che approfondivano, dalle civiltà Egizie a quelle Babilonesi, dal Giappone alla Cina, dal Giainismo al Buddismo, ciò che non era lecito. Non mi pare la scelta migliore la decisione di vietare lo studio di un’attività che fa parte integrante del nostro apostolato, quale la confessione.
Esistono, su un simile, importante settore, delle tabelle che non si trovano certo nei Vangeli, ma sono state stilate da quelli che non oso definire, come faceva Pessina, i “Burocrati della Chiesa”. Mi avevano infatti spiegato a quali e quante preghiere di penitenza corrispondessero i peccati più usuali, in fondo i più semplici. Ma mi pareva che, insieme a qualcosa di simile a una multa per la trasgressione a una regola, la mia scelta di vita dovesse non solo spingersi ad ascoltare e commisurare i peccati, ma dovesse mettermi al servizio, a disposizione intendo, dei parrocchiani che ne avessero necessità.
La prima giornata dedicata alle confessioni seguì, guarda caso, il mio primo funerale. Un funerale che dovrei definire semplice, perché non fu complementare alla confessione finale e all’assoluzione di un povero morituro. Un vecchio contadino, così come sono quasi tutti i miei parrocchiani, fu colpito da un’improvvisa e mortale crisi cardiaca, e dall’alpeggio nel quale si era venuto a trovare fu trasportato dai figli presso il medico, quando, di soccorrerlo, non c’era più possibilità alcuna.
Le mie prime confessioni furono piuttosto semplici, riguardavano vicende di modesti disaccordi famigliari, o di intemperanze, indulgenze a qualche bestemmia, furti che in fondo non erano tali, ma che il maresciallo dei carabinieri stesso avrebbe derubricato in appropriazione indebita, per la loro futilità.
Ma fu proprio l’ultima confessione che mi parve umanamente più impegnativa, che mi fece sentire, ancor prima del giudice che non sono, l’uomo di coscienza che spero di diventare, e che in fondo già dovrei essere.
Fu la prima volta che venni a trovarmi a contatto con una realtà sociale e umana della quale ero informato, avevo letto, ma non sperimentato di persona, con tutta la difficoltà che intercorre tra quello che sente il cuore e quel che pensa il cervello.
La donna che si inginocchiò davanti al mio confessionale, coperta dalla tenda che dovrebbe spersonalizzare chi si confessa, e renderlo irriconoscibile, aveva una quarantina d’anni, e, come la maggior parte delle abitanti del paese, era infagottata, più che ben vestita, sebbene fosse una sorta di prassi, come capii più tardi, abbigliarsi al meglio sia per la Messa che per la confessione.
«L’è ona roba che la riguarda el mè fioeu1» iniziò a dire. «Riguarderebbe mio figlio, che però l’è minorenn, el g’ha domà2 tredes ann, e insomma sont mi la responsabile. El mè marì el gh’è più, perché è rimasto in Russia, e so che l’è minga viv,3 come certi altri che non sono tornati ma sono ancora vivi, e han trovaa, dicono in paese del Niscioeula, un’altra vita. Ch’el me perdona, reverendo, questo non devo dirlo. Del mè marì l’era rivada la lettera con su il timbro, l’era alpino semplice del Morbegno, hin4 quasi tucc del Morbegno sul lagh, e insomma sono sicura che non c’è più. M’è restaa un figlio solo, il Michele, e il Michele el g’ha tredes ann, non è ancora maggiorenne, ma, perché el papà l’è mort, el voeur già fà l’omm5, insomma non mi ubbidisce, e inscì6 sont sigura che è stato lui, ad andare a domandarci al Biletto, o al Ciaròn, de portall a fà on quai viagg, e deve averli convinti che era già capace, magari non con una bricolla7 di trentacinque chili, come fanno i più forti, tipo il Carnera, ma insomma cont on sacch8 pussee piscinin,9 che rende di meno, tanto quanto i chili che gh’è dent.
Lo so, reverendo, perché on quei viagg l’ho faa anca mì, e l’ho anche confessato al por10 parroco che gh’era prima, don Bollati che era qui da tanti anni, e el capiva com’è che l’era la vita di qui. Ch’el me scusa, non voglio dire che lei non lo capisce, lo sa come siamo poveri, e si vive con quel che se riess a tirà foeura de la tera, più quello che viene dalle pecore, ma soprattutto vacche, che anca nun ghe n’em vuna,11 la Rosella, che sembra di casa, tanto l’è intelligenta, al suo modo delle vacche. Per tornà al Michele, ghe disi per la segonda volta che sont sigura che l’è sta lu a domandagh, ma insomma il Biletto, o quell che l’era, potevano rispondergli di no. Così il Michele mi ha detto che andava via dal Desiderio a giugà, e invece si è imbarcato su on barchin dove gh’era già i sfrosador12, e han traversaa el lagh fino a Brienn13. Questo lo son venuta a sapere dopo che ha fatto buio, sono and...