Inghilterra, anni Cinquanta. Sfollata durante la guerra, Lottie Swift è stata accolta dai coniugi Holden a Merham, quieta località di mare. Lottie ama la tranquillità del luogo, mentre Celia, la figlia degli Holden, desidera una vita più movimentata. Ma quando un gruppo di bohémien si trasferisce da quelle parti, entrambe le ragazze subiscono il fascino di tanta imprevista vitalità. E ciò che accade a Villa Arcadia avrà conseguenze imprevedibili per tutti coloro che abiteranno il suo mistero…

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La casa delle onde
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Literatura generalPARTE PRIMA
1
Freddie era stato di nuovo male. Erba, questa volta. Nell’angolo vicino alla cassettiera si allargava una pozza schiumosa e verdognola, con qualche stelo ancora intatto.
«Quante volte devo dirtelo, stupido?» strillò Celia, che era appena entrata con indosso i sandali estivi. «Non sei un cavallo.»
«O una mucca» le venne in aiuto Sylvia che, seduta al tavolo della cucina, era tutta presa a incollare fotografie di elettrodomestici su un album.
«Non sei un dannato animale. Dovresti mangiare pane, non erba. Dolci. Cose normali.» Celia si tolse la scarpa e la portò sopra il lavandino tenendola con due dita. «Puah, sei disgustoso. Perché continui a fare così? Mamma, diglielo. Almeno potrebbe pulire.»
«Frederick, pulisci, caro.» La signora Holden, sulla sedia dallo schienale alto accanto al camino, stava verificando sul giornale l’orario del prossimo episodio di Dixon of Dock Green. La serie era stata una delle sue poche consolazioni dopo le dimissioni di Churchill. E dopo la recente faccenda con suo marito. Anche se, ovviamente, lei menzionava soltanto le dimissioni di Churchill. Disse a Lottie che, finora, lei e la signora Antrobus avevano visto tutti gli episodi e giudicavano il programma meraviglioso. D’altra parte, lei e la signora Antrobus erano le uniche proprietarie di un televisore in Woodbridge Avenue e amavano raccontare ai vicini quanto fossero meravigliosi praticamente tutti i programmi.
«Pulisci, Freddie. Puah, perché devo avere un fratello che mangia cibo da animali?»
Seduto a terra vicino al camino spento, Freddie spingeva un camion azzurro avanti e indietro sul tappeto, sollevandone gli angoli a ogni passaggio. «Non è cibo da animali» borbottò soddisfatto. «Il Signore dice di mangiarlo.»
«Mamma, adesso sta pronunciando il nome di Dio invano.»
«Non dovresti nominare Dio» sentenziò Sylvia, incollando un frullatore sulla pagina color carta da zucchero. «Ti punirà.»
«Non credo che Dio abbia detto proprio “erba”, Freddie caro» lo corresse distrattamente la signora Holden. «Celia, tesoro, mi porteresti gli occhiali prima di andartene? I caratteri di questi giornali sono sempre più piccoli.»
Lottie attendeva paziente sulla porta. Era stata una giornata pesante e non vedeva l’ora di uscire. La signora Holden aveva insistito perché lei e Celia la aiutassero a preparare le meringhe da vendere in parrocchia, sebbene entrambe le ragazze detestassero cucinare, ma Celia si era defilata dopo appena dieci minuti con la scusa di avere mal di testa. E così era toccato a Lottie sorbirsi le indicazioni concitate della signora Holden riguardo ad albumi e zucchero e il composto da sbattere con energia mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Adesso che finalmente quelle cose orribili erano cotte, avvolte in carta oleata e riposte nelle scatole di latta, come per miracolo il mal di testa di Celia era sparito.
Celia si infilò di nuovo il sandalo e fece cenno a Lottie che era ora di andare. Si mise il cardigan sulle spalle e si sistemò rapidamente i capelli davanti allo specchio.
«Dove andate, ragazze?»
«Al bar.»
«Al parco.»
Celia e Lottie risposero all’unisono, quindi, allarmate, si scambiarono un’occhiata di reciproca accusa.
«In entrambi i posti» dichiarò Celia in tono deciso. «Prima al parco, poi a prendere un caffè.»
«Escono a baciare i ragazzi» insinuò Sylvia, ancora china sul suo album. Si era messa in bocca la punta di una treccia e di tanto in tanto la tirava fuori, bagnata e lucida come seta.
«Pciù, pciù, pciù. Puah, che schifo.»
«Be’, non bevetene troppo, sapete che vi agita. Lottie, tesoro, assicurati che Celia non esageri. Al massimo due tazze. E tornate per le sei e mezzo.»
«Al catechismo, Dio dice che la terra provvederà» aggiunse Freddie, alzando gli occhi.
«Eppure guarda come stai male» lo rimproverò Celia. «Non capisco perché non lo costringi a pulire, mamma. Lui la passa sempre liscia.»
La signora Holden prese gli occhiali e li inforcò lentamente. Aveva l’atteggiamento di chi cerca di restare a galla in acque agitate insistendo, contro ogni evidenza, di trovarsi sulla terraferma. «Freddie, da bravo, vai a dire a Virginia di portare uno straccio. E Celia cara, non essere antipatica. Lottie, sistemati la camicetta, tesoro, sei un po’ troppo eccentrica. Ora, ragazze, non starete andando a curiosare dalla nuova arrivata, vero? Non deve pensare che gli abitanti di Merham siano una massa di bifolchi che stanno lì a fissarla a bocca aperta.»
Lottie vide le orecchie di Celia avvampare. Le sue, invece, non erano nemmeno tiepide: con gli anni era diventata bravissima a dissimulare, anche davanti agli inquisitori più severi. «Uscite dal bar, torneremo dirette a casa, signora Holden» rispose risoluta. Una frase che, ovviamente, non significava nulla.
Era il giorno del grande avvicendamento fra turisti: quelli che provenivano da Liverpool Street con i treni del sabato e quelli, un po’ meno pallidi, che facevano ritorno in città malvolentieri. In quei momenti, sui marciapiedi si incrociavano ragazzini con carretti di legno assemblati in fretta e furia e carichi all’inverosimile di valigie stracolme. Alle loro spalle, uomini sfiniti in elegante completo estivo avanzavano a braccetto con le mogli, lieti di aver sacrificato due penny per iniziare la loro vacanza annuale da re. O, almeno, per non dover trascinare personalmente i bagagli a destinazione.
Quasi nessuno aveva fatto caso al suo arrivo, dunque. Tranne Celia Holden e Lottie Swift. Sedute su una panchina del parco municipale di Merham, affacciato sui quattro chilometri di lungomare, osservavano rapite il furgone dei traslochi che scintillava al sole pomeridiano, il cofano verde scuro appena visibile tra i pini silvestri.
Sotto di loro, i frangiflutti si estendevano verso sinistra come i denti scuri di un pettine, mentre la marea si ritirava lentamente sulla spiaggia bagnata, costellata di minuscole figure che sfidavano i furiosi venti fuori stagione. In seguito, le ragazze decretarono che il trasferimento di Adeline Armand era stato un evento equiparabile all’arrivo della regina di Saba. O meglio, lo sarebbe stato se la regina di Saba avesse scelto il sabato di quella che, a Merham, era la settimana più animata della stagione estiva. In una giornata come quella, non si poteva contare sul passaparola di persone a cui normalmente non sarebbe sfuggita la bizzarria dei nuovi arrivati con le loro camionate di bauli, i grossi quadri raffiguranti non membri della famiglia o cavalli al galoppo, ma enormi macchie di colore prive di senso, con quantità spropositate di libri e manufatti chiaramente stranieri. Quel sabato, infatti, le varie signore Colquhoun, Alderman Elliott, le albergatrici del lungomare e così via, invece di assistere in silenzio davanti ai loro cancelli all’interminabile processione che si snodava fino alla casa Art déco da tempo disabitata, erano in coda al Price’s Butcher’s, in Marchant Street, o si stavano precipitando alla riunione dell’Associazione Albergatori.
«La signora Hodges dice che appartiene a un ramo cadetto della famiglia reale. Ungherese, o qualcosa del genere.»
«Sciocchezze.»
Celia guardò l’amica sgranando gli occhi. «Invece è vero. La signora Hodges ha parlato con la signora Ansty, che conosce il notaio o chiunque si occupi della casa. È davvero una principessa ungherese di qualche tipo.»
Sotto di loro, alcune famiglie avevano occupato le piccole strisce di sabbia e si riparavano dalle raffiche dietro a frangivento tesissimi o dentro alle casette sulla spiaggia.
«Armand non è un nome ungherese.» Lottie alzò una mano per trattenere i capelli che le si infilavano in bocca.
«Ah. E tu come lo sai?»
«Sono tutte balle. Cosa ci fa una principessa ungherese a Merham? Senz’altro sarebbe andata a Londra. O al castello di Windsor. Non in questo buco sonnacchioso.»
«Di sicuro non nella tua zona di Londra.» Il tono di Celia era quasi sprezzante.
«No,» ammise Lottie «non nella mia zona.» Non c’era nulla di esotico laggiù: un sobborgo nell’area est della città, costellato di fabbriche costruite in maniera frettolosa, con officine del gas da una parte ed ettari di terreno paludoso dall’altra. Era stata trasferita a Merham durante l’evacuazione, nei primi anni della guerra, e all’epoca, quando gli abitanti le domandavano premurosi se non avesse nostalgia di casa, lei reagiva con perplessità. Lo stesso accadeva quando le chiedevano se non le mancasse la sua famiglia. A quel punto, di solito, cambiavano discorso.
Alla fine della guerra, Lottie era tornata a casa per due anni, nel corso dei quali aveva intrattenuto una fitta corrispondenza con Celia. La signora Holden, forte della convinzione che per la figlia fosse un bene avere un’amichetta della sua età e che, oltretutto, ognuno dovesse “fare la propria parte per il bene della comunità”, l’aveva invitata a Merham per le vacanze. Poi, all’inizio dell’anno scolastico, le aveva proposto di trasferirsi da loro definitivamente. Ormai Lottie era considerata un membro della famiglia: certo, non c’era consanguineità, né comunanza di ceto (era davvero impossibile liberarsi del tutto di quel bizzarro accento dell’East End), ma in paese si erano abituati alla sua presenza. Inoltre, capitava di frequente che le persone arrivassero a Merham e decidessero di restare. Il mare faceva quell’effetto.
«Dobbiamo portarle qualcosa? Un mazzo di fiori? Così avremo una scusa per entrare.»
Lottie aveva l’impressione che Celia si sentisse in colpa per il commento di prima e adesso stava sfoggiando quello che definiva il suo sorriso “da Moira Shearer”. «Non ho soldi.»
«Non parlavo di comprarli. Tu sai dove trovare fiori selvatici molto belli. Li raccogli sempre per mamma.» Lottie percepì una nota di risentimento nell’ultima frase.
Le ragazze si alzarono e si avviarono verso il confine del parco, dove un parapetto di ghisa segnalava l’inizio del sentiero lungo la scogliera. Lottie lo percorreva spesso nelle serate estive, quando a casa Holden il rumore e l’isteria repressa cominciavano a diventare insopportabili. Amava ascoltare i gabbiani e i re di quaglie che solcavano l’aria sopra di lei, ricordandole chi era. La signora Holden avrebbe giudicato troppo indulgente, se non addirittura innaturale, abbandonarsi a quel tipo di introspezione, quindi il fatto che Lottie raccogliesse qualche mazzolino di fiori era una sicurezza. Ma, dopo quasi dieci anni trascorsi in casa d’altri, Lottie aveva anche sviluppato una buona dose di perspicacia, una sensibilità verso i potenziali conflitti domestici alquanto anomala in un’adolescente. Dopotutto, era essenziale che Celia non si sentisse mai in competizione con lei.
«Hai visto le cappelliere? Saranno state almeno sette» esclamò Celia. «Che ne pensi di questi qui?»
«No, quelli appassiscono subito. Raccogli quelli viola. Là, vicino alla roccia grande.»
«Avrà una montagna di soldi. Mamma dice che ne servono un sacco. Gli imbianchini le hanno riferito che era un vero immondezzaio. È vuota da quando i MacPherson si sono trasferiti nell’Hampshire. Saranno passati… nove anni?»
«Non so, non ho mai conosciuto i MacPherson.»
«Erano noiosi da morire, entrambi. Lei portava il quarantadue di scarpe. La signora Ansty dice che non è rimasto un solo camino decente. Li hanno saccheggiati tutti.»
«I giardini sono invasi dall’erba.»
Celia si fermò. «Come lo sai?»
«Ci sono stata qualche volta. Durante le mie passeggiate.»
«E perché non mi ci hai mai portata?»
«Perché non vieni mai a passeggiare con me.» Lottie lanciò un’occhiata verso il furgone dei traslochi e provò un moto di entusiasmo. Certo, erano abituati ai nuovi arrivi – Merham era una città di villeggiatura e durante la stagione turistica il viavai dei visitatori era c...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La casa delle onde
- Prologo
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- PARTE TERZA
- Epilogo
- Ringraziamenti
- Copyright
Domande frequenti
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