
- 420 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Swing Time
Informazioni su questo libro
La loro pelle ha la stessa sfumatura di bruno, hanno lentiggini negli stessi punti e sono alte uguali. Quel sabato mattina del 1982 non sono ancora amiche né nemiche, si rivolgono appena la parola. Eppure una forza invisibile le collega, sulla soglia della loro prima lezione di danza. Tracey e la narratrice di questa storia sono simili, ma anche diverse. Tracey ha riccioli seducenti raccolti con nastri di raso, minigonne e un sorriso vivace. Ha un talento luminoso per la danza. La narratrice ha intelligenza e un naso severo, una tendenza alla malinconia. Ha i piedi piatti ma un intuito anticipatore per la musica. Amiche, complici, rivali. Alla prima lezione di danza arrivano accompagnate dalle madri, che non potrebbero essere più opposte. Obesa, vestita di strass e marchi vistosi, chiassosa ed entusiasta del talento della figlia, quella di Tracey. L'altra così bella da non avere bisogno di trucco o gioielli, forse nemmeno di sua figlia, una femminista protesa verso il salto sociale nel mondo colto e radical chic. Malgrado le loro madri, l'amicizia tra le due ragazzine cresce, strettissima, alimentata da una competizione sotterranea. Poi di colpo finisce. Sono diventate grandi, ognuna deve fare i conti con il proprio talento: Tracey entra in un prestigioso corpo di ballo ma la vita non si rivela così facile come era stato danzare a sette anni, la narratrice diventa assistente di una cantante famosa tirannica e magnetica. È per seguire i capricci filantropici della star che la storia si sposta in Africa, in un territorio dove si viaggia indietro nel tempo per trovare le proprie radici e si balla, proprio come Tracey. Zadie Smith torna a raccontare l'amicizia assoluta e inquieta tra adolescenti, il mondo dei sobborghi multiculturali, l'attrazione perturbante per coloro che sono animati da un talento e nascondono un segreto. La danza in queste pagine diventa la scrittura stessa di Zadie Smith, che ha grazia naturale, non perde mai il ritmo e sa raccontare con affilata precisione le ambizioni e le ingiustizie sociali, i desideri degli adolescenti e i sogni della nostra epoca.
Tools to learn more effectively

Saving Books

Keyword Search

Annotating Text

Listen to it instead
Informazioni
Settima parte
ULTIMI GIORNI
Uno
Non la rividi più per otto anni. Era una sera di maggio insolitamente calda, la sera del mio primo appuntamento con Daniel Kramer. Veniva in città ogni tre mesi ed era uno dei preferiti di Aimee, nel senso che, grazie al suo bell’aspetto, non si confondeva del tutto con gli altri commercialisti, consulenti finanziari e avvocati esperti di copyright che lei interpellava con regolarità, e così nella sua mente gli aveva concesso un nome, qualità come “un’aura positiva” e “un senso dell’umorismo newyorkese”, e qualche dettaglio biografico che era riuscita a ricordare. Originario del Queens. Ha studiato a Stuyvesant. Gioca a tennis. Nel tentativo di mantenere un programma più aperto possibile gli avevo proposto di andare a Soho e “improvvisare”, ma Aimee voleva che prima passassimo da lei a bere qualcosa. Non era affatto una consuetudine, quella sorta di invito informale e intimo, ma Kramer non sembrava sorpreso o preoccupato di averlo ricevuto. I venti minuti che ci furono concessi trascorsero senza che si comportasse mai da cliente. Ammirò la collezione d’arte – senza esagerare – ascoltando educatamente mentre Aimee gli ripeteva tutto quello che le aveva raccontato il gallerista che gliel’aveva venduta, e ben presto ci liberammo, di Aimee e della grandiosità opprimente di quella casa, e scendemmo saltellando le scale sul retro, entrambi un po’ storditi dall’ottimo champagne, uscendo su Brompton Road in una serata calda e soffocante che minacciava temporale. Lui voleva fare una lunga passeggiata fino in centro – avevamo la vaga intenzione di vedere cosa davano al Curzon – ma io non ero una turista, e quelli erano i bei tempi dei miei tacchi impossibili. Stavo per cercare un taxi quando, “per ridere”, Kramer scese dal marciapiede e fermò un ciclotaxi.
«Colleziona molta arte africana» disse, mentre prendevamo posto sui sedili leopardati; voleva solo fare conversazione, ma io, all’erta contro qualsiasi atteggiamento da cliente, lo zittii: «Be’, non so proprio cosa intendi con “arte africana”».
Sembrò sorpreso dal mio tono, ma riuscì a sorridere senza scomporsi. Faceva buoni affari con Aimee, e io ero un’estensione di Aimee.
«Quasi tutto ciò che hai visto» cominciai, in un tono più adatto a un’aula magna, «in realtà è di Augusta Savage. Puro Harlem. Era lì che viveva quando era appena arrivata a New York… Aimee, intendo. Certo, è una grande sostenitrice delle arti in generale.»
Ora Kramer mi sembrava annoiato. Annoiavo anche me stessa. Non parlammo più finché la bici si fermò all’angolo tra Shaftesbury Avenue e Greek Street. Quando accostammo al marciapiede restammo sorpresi nel vedere il ragazzo bangladese, della cui esistenza autonoma ci eravamo completamente dimenticati ma che innegabilmente ci aveva portati fin lì, voltarsi sul sellino e spiegarci faticosamente, sudato e ansimante, quanto costava al minuto quella forma di fatica umana. Al cinema non c’era niente che volessimo vedere. Di umore un po’ teso, con i vestiti appiccicosi per l’afa, girovagammo in direzione di Piccadilly Circus senza sapere verso quale bar fossimo diretti, o se magari fosse meglio cenare, entrambi già pronti a considerare la serata un fallimento; camminavamo guardando dritto davanti a noi, e ogni due o tre passi ci trovavamo davanti i giganteschi cartelloni dei teatri. Di fronte a uno di questi, un po’ più in là, mi fermai di colpo. Una messa in scena del musical Show Boat, una foto del “corpo di ballo negro”: fazzoletti in testa, pantaloni rimboccati, grembiuli e gonnelloni, ma tutto fatto con gusto, con cura, con “autenticità”, senza alcuna traccia di Mami o zio Tom. E la ragazza più vicina all’obiettivo, con la bocca spalancata nel canto, un braccio teso sopra la testa, la scopa stretta in mano – il ritratto della gioia dinamica – era Tracey. Kramer si fermò dietro di me per sbirciare da sopra la mia spalla. Indicai il naso all’insù di Tracey, proprio come lei, un tempo, indicava le facce delle ballerine sullo schermo della TV.
«La conosco!»
«Ah, sì?»
«La conosco benissimo.»
Kramer estrasse una sigaretta dal pacchetto, l’accese ed esaminò il teatro.
«Be’… vuoi andare a vederlo?»
«Ma a te non piacciono i musical, vero? Alle persone serie non piacciono.»
Si strinse nelle spalle. «Sono a Londra, questo è un teatro. È quello che si fa a Londra, no? Andare a teatro?»
Mi passò la sigaretta, spinse il pesante portone e andò alla biglietteria. All’improvviso mi sembrò tutto molto romantico, fortuito e tempestivo, e mi venne in mente una ridicola storiella da ragazzine, su un momento futuro in cui avrei spiegato a Tracey – dietro le quinte di qualche triste teatro di provincia, mentre lei si infilava un vecchio paio di calze a rete – che l’istante in cui avevo capito di aver incontrato l’amore, l’istante in cui avevo raggiunto la vera felicità, era lo stesso in cui mi era capitato di riconoscerla, per puro caso, in quel minuscolo ruolo che aveva avuto nel corpo di ballo di Show Boat, tanti e tanti anni prima…
Kramer tornò con i biglietti, due ottimi posti in seconda fila. Invece della cena mi comprai un enorme sacchetto di cioccolatini, roba che di rado mi capitava di mangiare, dato che Aimee considerava certe cose non solo letali dal punto di vista nutrizionale, ma anche una chiara prova di debolezza morale. Kramer prese due bicchieroni di plastica pieni di pessimo vino rosso e il programma. Lo esaminai da cima a fondo, ma Tracey non c’era. Non trovandola nell’elenco alfabetico del cast, cominciai a temere di avere avuto un’allucinazione, o di avere commesso un errore imbarazzante. Sfogliai le pagine avanti e indietro, con la fronte imperlata di sudore: dovevo sembrare una pazza. «Stai bene?» chiese Kramer. Ero quasi arrivata per la seconda volta alla fine del programma quando lui mi fermò, puntando il dito su una pagina.
«Ma non è questa la tua amica?»
Guardai meglio: era lei. Aveva cambiato il suo cognome banale e un po’ rozzo – quello con cui l’avevo sempre conosciuta – nel francesizzante, e per me assurdo, Le Roy. Aveva adattato anche il nome: adesso era Tracee. E nella fotografia i capelli erano lisci e lucidi. Scoppiai in una risata fragorosa.
Kramer mi guardò con curiosità.
«E siete buone amiche?»
«La conosco benissimo. Cioè, non la vedo da circa otto anni.»
Lui si accigliò: «Vedi, nel mondo degli uomini uno così sarebbe un “ex amico”, anzi, “un estraneo”».
L’orchestra attaccò a suonare. Stavo leggendo la biografia artistica di Tracey, analizzandola freneticamente prima che si spegnessero le luci, come se le parole visibili ne nascondessero altre con un significato ben più profondo, che andava decodificato per scoprire qualcosa di molto importante su di lei e sulla sua vita attuale:
TRACEE LE ROY
BALLERINA DI FILA/BALLERINA DEL DAHOMEY
Partecipazioni teatrali:
Bulli e pupe (Wellington Theatre); Ti amavo senza saperlo
(tournée britannica); Grease (tournée britannica); Saranno famosi (Scottish National Theatre); Anita in West Side Story (workshop)
Se quella era la storia della sua vita, era deludente. Mancavano i successi onnipresenti nelle altre biografie: niente TV, niente film, e nessun accenno alla sua “formazione”, da cui dedussi che non si era mai diplomata. A parte Bulli e pupe non c’erano altri spettacoli nel West End, soltanto quelle “tournée” dall’aria desolante. Immaginai salette parrocchiali e scuole chiassose, matinée deserte su palcoscenici di cinema abbandonati, festival teatrali di provincia. Ma se questo da una parte mi dava soddisfazione, dall’altra ero furiosa all’idea che la biografia di Tracee Le Roy venisse posta sullo stesso piano – da chiunque la stesse leggendo in quel teatro, o da uno qualunque degli attori del cast – delle altre. Cosa c’entrava Tracee Le Roy con quella gente? Con la ragazza accanto a lei nel programma, la ragazza dalla biografia interminabile, Emily Wolff-Pratt, che aveva studiato alla Royal Academy of Dramatic Arts e non poteva sapere quello che sapevo io, e cioè la bassissima probabilità statistica che la mia amica si trovasse su quel palco, su qualunque palco – in qualunque ruolo, in qualunque contesto –, e che forse aveva l’audacia di pensare che lei, Emily Wolff-Pratt, fosse una vera amica di Tracey, solo perché la vedeva ogni sera, solo perché ballavano insieme, quando in realtà non sapeva affatto chi fosse Tracey o da dove venisse, o quanto le fosse costato arrivare fin lì. Spostai l’attenzione sulla foto di Tracey. Be’, dovevo ammetterlo: era venuta piuttosto bene. Il naso non era più così tremendo, si armonizzava meglio con i lineamenti, e la crudeltà che le avevo sempre visto in faccia era offuscata da quel sorriso a mille megawatt da attrice di Broadway che condivideva con tutti gli altri ritratti della pagina. La sorpresa non era che fosse bella, o sexy: quegli attributi li aveva già da ragazzina. La sorpresa era che fosse diventata elegante. Le fossette alla Shirley Temple erano sparite, insieme alle rotondità provocanti che esibiva da bambina. Mi era quasi impossibile immaginare che la sua voce – per come l’avevo conosciuta, per come la ricordavo – potesse uscire da una creatura con quel nasino, quei capelli lisci e quelle lentiggini delicate. Sorrisi alla foto. Tracee Le Roy, chi fingi di essere ora?
«Ci siamo!» disse Kramer quando si alzò il sipario. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia e il mento sui pugni chiusi, in un atteggiamento infantile, e fece una smorfia spiritosa: “non sto più nella pelle”.
A sinistra del palcoscenico una quercia della Virginia grondante di muschio spagnolo, molto realistica. A destra, l’abbozzo di una cittadina sul Mississippi. Al centro un battello ormeggiato, il Cotton Blossom. Tracey – insieme ad altre quattro donne – uscì sul palco per prima, spuntando da dietro la quercia con la scopa in mano, e poi arrivarono gli uomini con zappe e vanghe. L’orchestra suonò le prime battute di una canzone. Lo riconobbi subito, il grande brano del corpo di ballo, e d’un tratto caddi nel panico senza sapere perché: passò qualche istante prima che la musica rievocasse il ricordo. Rividi l’intera canzone scritta sul vecchio spartito, e ricordai anche come mi ero sentita vedendola per la prima volta. E ora le parole, che da bambina avevo trovato sconcertanti, presero forma nella mia bocca, perfettamente a tempo con l’introduzione dell’orchestra, ricordai il Mississippi dove i “negri” lavorano e i bianchi no, e mi aggrappai al bracciolo con l’impulso di alzarmi – sembrava la scena di un sogno – per fermare Tracey ancora prima che iniziasse, ma quando mi venne quel pensiero era già troppo tardi, e nel testo che credevo di conoscere erano state cambiate alcune parole, ma questo era ovvio, perché da molti anni nessuno cantava più quelle originali. «Here we all work… Here we all work…»a
Sprofondai di nuovo nella poltrona. Osservai Tracey che manovrava abilmente la scopa di qua e di là, animandola tanto da farla quasi sembrare un’altra presenza umana in scena, come fa Astaire con l’attaccapanni in Sua Altezza si sposa. A un certo punto si trovò nella stessa posizione dell’immagine sulla locandina: scopa in aria, braccia tese, gioia dinamica. Avrei voluto bloccarla così per sempre.
Le vere star entrarono in scena per dare inizio al dramma. Tracey, sullo sfondo, spazzava la soglia di un emporio. Si trovava alla sinistra dei protagonisti, Julie LaVerne e il suo devoto marito Steve, due attori di cabaret che si amano e lavorano insieme sulla Cotton Blossom. Ma poco prima dell’intervallo si scopre che Julie LaVerne è in realtà Julie Dozier, cioè non la donna bianca che finge di essere, bensì una mulatta tragica che “passa per bianca”, che ha sempre convinto tutti, compreso il marito, fino al giorno in cui viene scoperta. A quel punto la coppia rischia la prigione, perché secondo la legge contro i matrimoni misti la loro unione è illegale. Steve fa un taglio sul palmo di Julie e beve un po’ del suo sangue: “ne basta una goccia”, dice la legge, e così ora sono entrambi negri. Nella luce fioca, in mezzo a quel ridicolo melodramma, controllai la biografia dell’attrice che interpretava Julie. Aveva un cognome greco e non era più scura di Kramer.
Durante l’intervallo bevvi molto, e troppo in fretta, e parlai ininterrottamente a Kramer. Stavo appoggiata al banco, impedendo a tutti gli altri di raggiungere i baristi, e agitavo le mani inveendo contro l’ingiusta scelta del cast e i pochi ruoli a disposizione degli attori come me, ruoli che anche quando esistevano erano impossibili da ottenere, qualcuno li dava sempre a una bianca, perché a quanto pareva neppure una mulatta tragica poteva essere interpretata da una mulatta tragica, persino al giorno d’oggi, e…
«Attori come te?»
«Cosa?»
«Hai detto: attori come me.»
«No, non l’ho detto.»
«Sì, invece.»
«Insomma, quella parte dovevano darla a Tracey.»
«Hai appena detto che non sa cantare. Da quel che ho visto, in quella parte ci vuole una cantante.»
«Canta benissimo!»
«Gesù, ma perché te la prendi con me?»
Durante la seconda parte restammo silenziosi come nella prima, ma questa volta il silenzio aveva una nuova consistenza, raffreddata dal gelo del disprezzo reciproco. Non vedevo l’ora di uscire. I lunghi tratti di spettacolo in cui non compariva Tracey non mi interessavano affatto. Il corpo di ballo riapparve solo verso la fine, questa volta nei panni dei “Ballerini del Dahomey”, cioè di africani del regno di Dahomey, presumibilmente invitati a danzare all’esposizione universale di Chicago del 1893. Tracey, nel cerchio delle donne – gli uomini ballavano di fronte a loro, in un cerchio a parte –, dondolava le braccia, si accovacciava e cantava in una finta lingua africana, mentre gli uomini rispondevano pestando i piedi e battendo le lance a terra: “gunga, hungo, bunga, gooba!”. Inevitabilmente pensai a mia madre e alla sua serie di racconti sul Dahomey: la storia orgogliosa dei re; la forma e la consistenza delle conchiglie di ciprea usate come monete; il battaglione delle Amazzoni, composto da sole donne, che prendevano prigionieri di guerra per ridurli in schiavitù, oppure tagliavano le teste dei nemici e le levavano al cielo. Gli altri bambini ascoltavano le storie di Cappuccetto Rosso e Riccioli d’Oro, io invece ascoltavo i racconti della “Sparta nera”, del nobile regno di Dahomey che aveva lottato fino all’ultimo per respingere i francesi. Ma era quasi impossibile conciliare quei ricordi con la farsa che stava avvenendo in quel momento, sia sul palco sia in platea, perché la maggior parte delle persone fra cui sedevo non sapeva cosa sarebbe successo più avanti, e di conseguenza, mi resi conto, aveva la sensazione di guardare una sorta di vergognoso minstrel show e desiderava che la scena finisse. Anche sul palcoscenico il “pubblico” dell’esposizione universale si allontanò dai ballerini del Dahomey, non per vergogna, però, bensì per paura che fossero aggressivi come il resto della tribù, che le lance non fossero accessori di scena ma vere armi. Mi girai verso Kramer e lo vidi a disagio. Tornai a guardare Tracey. Quanto si divertiva nell’imbarazzo generale, proprio come si divertiva da piccola in situazioni del genere. Agitò la lancia e urlò, avanzando con il resto del gruppo verso il pubblico impaurito dell’esposizione, poi scoppiò a ridere insieme agli altri quando gli spettatori scapparono dietro le quinte. I ballerini del Dahomey, lasciati a se stessi, si scate...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- SWING TIME
- Prologo
- Prima parte. PRIMI GIORNI
- Seconda parte. PRESTO E TARDI
- Terza parte. INTERVALLO
- Quarta parte. PASSAGGIO DI MEZZO
- Quinta parte. NOTTE E GIORNO
- Sesta parte. GIORNO E NOTTE
- Settima parte. ULTIMI GIORNI
- Epilogo
- Glossario
- Ringraziamenti
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Scopri come scaricare libri offline
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 990 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Scopri la nostra missione
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Scopri di più sulla funzione di sintesi vocale
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS e Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app
Sì, puoi accedere a Swing Time di Zadie Smith in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Letteratura e Letteratura generale. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.