Gianna e Giovanni stavano una accanto all’altro a pochi metri dalla stazione. Il lato sinistro era crollato ed emanava un fumo acre e un odore pungente. Sembrava una scena di guerra, con il disordine e lo stordimento della gente intorno, la paura che aveva bloccato la città. Sugli autobus fermi salivano medici con il camice e gente che aiutava a trasportare corpi, uno venne adagiato sulla parte posteriore di un taxi a pochi passi da loro. Quei corpi sembravano burattini, esangui esausti molli. Più in là un’autoambulanza ne caricava altri. Intorno al giardino, gente sporca e insanguinata sedeva per terra, molti piangevano, altri si guardavano intorno sperduti.
«Dobbiamo cercare Anna Rosa, dobbiamo chiedere a qualcuno.»
«Lì, guarda quel poliziotto, sembra uno che dirige le operazioni, chiediamo a lui cosa fare.»
Riuscirono a fatica ad avvicinarsi, la strada era invasa di calcinacci e di gente che trasportava feriti. Più in là, dove c’era la pensilina dei taxi, proprio accanto al ristorante, un gruppo di uomini stava scavando.
«Scusi, scusi, una nostra amica, Anna Rosa, lavorava giù al bar… la stiamo cercando… a chi possiamo chiedere informazioni?»
«Siete parenti?»
«Abitiamo insieme, siamo amiche.»
«Ragazzi, stiamo tentando di dare notizie ai parenti delle vittime. Capisco il vostro problema, soprattutto se mi dite che la ragazza lavorava al bar. Quella parte è tutta crollata.»
«Ma lei non ha parenti, qui…»
«Le persone di quest’area forse sono tutte morte, come quelle sotto. Non so come spiegare che non dovrei dare notizie così, ora… bisognerebbe aspettare ma non so come fare.» La sua voce era un misto di pianto e rabbia.
«Possiamo aiutare a scavare e cercare? Noi qui siamo gli unici a conoscerla.»
«Vedete quel cumulo di detriti? Vicino c’è un ragazzo con la camicia a scacchi, lui ha seguito le operazioni dall’inizio, saprà dirvi chi ha tirato fuori e cosa fare.»
Gianna, che viveva come uno stordimento, una sospensione della vita, quasi andò addosso al ragazzo che sopra le macerie, senza urlare, dava perentori ordini alla gente intorno a lui. Stava a gambe larghe col busto proteso in avanti. Ai suoi piedi due uomini e una donna erano chini su un corpo che usciva da pietre e mattoni, bianco come un lenzuolo, e inanimato. Gianna non ebbe cuore di chiedere mentre tutti si affannavano a scavare, prendere e portare morti.
Fu lui che si girò, con gli occhi di fuoco, rossi per la polvere e forse per la disperazione.
«Cosa volete voi, siete volontari? Fate attenzione a dove mettete i piedi.»
Non fu brusco, anzi. Sembrava impaurito dal dover affrontare altra gente.
Gianna trovò la forza di parlare.
«Io lavoro al bar, e stamattina ho scambiato il turno con una mia amica. La stiamo cercando.»
Lui si fermò un attimo, la fissò con quegli occhi arrossati, col viso sporco e i vestiti grigi di polvere, e si rigirò a scavare, a parlare, a spostare. Tutto con calma senza urla, senza isteria, poi guardò ancora una volta Gianna con quegli occhi pesti e le disse: «Come si chiama la tua amica? Te la senti di riconoscerla?».
Gianna si turbò e avvertì per la prima volta il pianto che le strozzava la gola.
«Sì, possiamo farlo» rispose Giovanni. «E possiamo anche dare una mano.»
«Allora andate laggiù, dall’altra parte, dove c’è l’autobus 37 stanno caricando dei corpi che hanno tirato fuori dalle macerie. Ci sono delle donne.»
Ancora una volta si precipitarono verso il luogo indicato, nell’orrore di gemiti che erano un pianto sottile misto a richieste d’aiuto, passarono accanto a corpi coperti da lenzuola, a scarpe bottiglie stracci sparsi ovunque e figure che vagavano chiamando nomi. All’ingresso dell’autobus dove stavano raccogliendo le vittime, un agente li fermò.
«Non si può salire. Siete familiari?»
Giovanni rispose senza pensarci: «Sì, stiamo cercando mia sorella. Anna Rosa Ficulli, lavorava al bar».
«Su c’è un medico che vi aiuta», e si fece da parte abbassando leggermente il capo, come per salutare.
L’autobus era semplicemente un autobus e salendo Gianna ebbe ancora una volta in quella giornata un senso di straniamento, che ci faceva lei lì, su un autobus-infermeria con Giovanni che le stringeva la mano e la guardava in maniera ossessiva? Anche nell’autobus c’era questa sospensione del tempo, un silenzio rotto solo da un parlottio a scatti. Il senso più sollecitato era l’olfatto, il naso pizzicava per l’odore dolciastro, e ora era invaso anche dall’odore del sangue e dall’acidità del sudore. Giovanni si parò davanti a Gianna.
«La cerco io, qui sono tutti morti. Tu aspetta giù.»
Gianna però puntò i piedi con gli occhi velati da un pianto che non sgorgava, intravide lenzuoli bianchi che le sembrarono vele, che la portarono con la testa lontano da lì, verso il mare. Al mare con le sue sorelle. Ai finestrini invece c’erano stracci, lenzuola strappate per chiudere varchi alla luce che senza pietà batteva e batteva, l’odore, quel maledetto odore, insieme al caldo la perseguitava. Si sporse a guardare verso il fondo dell’autobus e vide piedi nudi fuoriuscire dalle coperte ospedaliere che avvolgevano i fagotti morti.
«Se Anna Rosa è qui bisogna riconoscerla?»
«Sì, fai fare a me, aspettami giù.»
«Se Anna Rosa è qui è morta.»
Giovanni la abbracciò.
Un medico si avvicinò.
«Posso aiutarvi? Sono un medico dell’ospedale Sant’Orsola, mi occupo delle vittime. State cercando qualcuno?»
«Sì, una ragazza che lavorava al bar. Anna Rosa Ficulli.»
«Scusate, ma sono obbligato a chiedervi se è una vostra parente.»
«È mia sorella.»
«Stiamo raccogliendo qui i corpi per poi portarli in obitorio, se volete controllare, il riconoscimento lo facciamo in ospedale, qui non siamo attrezzati. Mi dispiace.»
Gianna si sedette davanti ad aspettare, mentre Giovanni passava in rassegna tutti quei morti bianchi di polvere, erano una decina, quasi tutte donne, ma a lui parvero di più. Gli sembrarono morti infiniti. Erano distesi sulle barelle sul fondo dell’autobus, un paio erano stati adagiati sui sedili. Il sangue si impastava con la polvere dei calcinacci sui vestiti laceri e su pezzi di pelle scoperta. Due di loro, infagottati e insaccati nelle coperte da campo, non si potevano guardare, erano corpi macellati e ricomposti. Giovanni passò due volte accanto alle salme, ma non trovò Anna Rosa, sentì venire su il vomito per l’odore dolciastro che arrivava a ondate assieme al filo d’aria che di tanto in tanto accarezzava le tende improvvisate ai finestrini.
«Non c’è, andiamo a cercare dove stanno scavando.»
Gianna scese dall’autobus sollevata, sentiva che Anna Rosa era viva, che era riuscita a sfuggire alla morte, perché in quello strano incrocio di destini, se lei era ancora viva, Anna Rosa non poteva essere morta.
Marta girò l’angolo e vide l’insegna del negozio del marito, quasi sbilenca come aveva voluto lui, a bandiera e dai colori fluo, così che anche la notte, e da lontano, ne riconoscevi la posizione. Per quell’uomo il mercato era tutto e tutto era un grande mercato globale, nel quale il sistema delle merci aveva un valore quasi assoluto. Era il valore del movimento che gli oggetti e i denari, che si inseguivano, facevano, un movimento continuo e inarrestabile, un nomadismo senza quiete che però dava serenità a Domenico. Il mondo si basava su queste continue fluttuazioni, su quella circolarità che non aveva sosta e che era capace di portare un piatto e una scodella dall’ultimo dei paesi laziali fino nello Shanxi, in Cina, e, di ritorno, dalla Mongolia attraverso l’Europa e l’Atlantico per giungere alla fine del mondo argentino. Un piatto e una scodella erano l’esempio che faceva sempre il marito, le merci sono uguali ovunque, perché i desideri sono uguali dappertutto. Quasi importanti come i bisogni delle persone.
Non se la sentiva proprio di affrontarlo, Domenico, e perciò girò i tacchi e tornò indietro, ma non volendo nemmeno rincasare prima del previsto decise di andare dal parrucchiere. A fare la piega e le mani. A parlare e cicalare dell’inutile. Aveva bisogno di tempo, di tempo e di svago. Aveva bisogno di non vedere subito suo marito. Entrò in una cabina per fare una telefonata a casa e avvertire le ragazze che si preparassero da sole i tortellini alla panna per il pranzo e le valigie per il mare e tutto quello che era necessario per stare in una casa più piccola e meno attrezzata. Il che voleva dire darsi da fare per raccattare phon, piegacapelli, pentolino per la ceretta, ceretta, crema depilatoria (la seconda usava depilarsi le ascelle solo con la crema, e le gambe solo con la ceretta), pinzette, forbicine, henné, profumi e tonnellate di biancheria intima calcolabili in quattro mutande al dì, diversi reggiseni quotidiani e un numero sempre alto, ma un po’ più contenuto, di costumi. Persino Marta, che amava vederle in ordine e ben vestite, si stancava al solo pensiero di dover riempire sacche e riporre nei cassetti tutta quella biancheria da battaglia, per lo più lisa o scolorita o sbiancata dalla candeggina.
Il telefono suonò più volte, cupo. Marta mise giù e, maledicendo quella giornata storta, si avviò verso la sala di Antonio, il suo parrucchiere, un milanese trapiantato a Roma, che con quello strano carattere, insieme affettato e irascibile, la metteva calma. In fondo lo temeva, ne temeva quella sbrigativa risolutezza quando si trattava di limitare le chiacchiere e lavorare a un taglio, un colore o una piega per un matrimonio imminente, una cresima o qualche altra diavolo di festa. Marta era al limite dell’isteria dopo la nottata passata a convincere Domenico che quello era l’ultimo anno che avrebbe fatto le vacanze da sola con le ragazze, che era stufa marcia di essere considerata come una capace solo di sfornare figli, che lei aveva diritto a pensare a se stessa e che poteva benissimo sostituire una delle sue commesse e cominciare a guadagnare qualcosa e aiutare la baracca, e che quella gravidanza non ci voleva. Lei era stufa, sì aveva detto così, e aveva ancora davanti agli occhi la faccia stralunata del marito, stufa di dover sempre dire di sì. Era a quel punto che la notte era finita, con quella faccia piena di sorpresa per una verità che a Domenico non piaceva e che non voleva sentire. Il letto coniugale era uno spazio chiuso dentro il quale convivevano il senso stesso dell’esistenza e il piacere di lasciare fuori il rumore della vita degli altri per sentire solo quelli propri e profondi. Domenico poteva scopare tutte le sere senza stanchezza e senza noia, fregandosene del mondo intorno, mentre Marta aveva orecchie per tutto il resto, gli scricchiolii dei mobili, i sospiri delle ragazze, le macchine che si fermavano lungo la via. Marta non ne poteva più, si era stancata di sentirsi sempre addosso il marito, di quella foga giovanile che si era allentata di poco. Il gioco dell’eros non le piaceva più e troppo somigliava a un bisogno a lei estraneo che aveva la conseguenza ormai più prossima di averle sfondato il corpo, la pancia lasca nascosta dalle panciere e i seni sempre più grossi e penduli fasciati dai larghi reggiseni che andavano bene anche quando allattava.
Si scrutò dall’alto le caviglie, gonfie, si portò le mani alla bocca a tastare i denti, due mancavano a sinistra e due in alto a destra, ma quel che era peggio si muovevano quelli davanti di sotto. Le gravidanze le stavano succhiando tutto, le drenavano calcio, vitamine ed energie. Le svuotavano i seni, le riempivano i fianchi. Si faceva schifo, i primi mesi si faceva schifo a rivedersi senza forme. Si specchiò nella vetrina di Antonio per notare i cambiamenti, ma non si vedeva nulla, e con i tacchi e quel colore rosso dei capelli che faceva scena, si trovò ancora passabile. Scrutò meglio nel vetro l’onda dei capelli e la curva del sedere che ancora era alta, la pancia appena tondeggiante. Gli odori di profumeria la distrassero, appena entrata si sentì meglio in quei vapori, col rumore dei phon accesi e il cicaleccio di fondo. Le venne incontro la ragazza che solitamente le faceva la manicure, aveva un viso buio, le prese le mani che Marta le lasciò, felice di potersi abbandonare a qualcuno che l’accogliesse senza giudicarla, che la coccolasse senza chiederle altro in cambio che poche lire. Ma sentì quelle mani fredde e dure come non mai e vide quegli occhi che la guardavano con troppa insistenza.
«Tutto bene, signora Marta? Oggi mi sembra particolarmente stanca.»
«Sì, ho proprio bisogno di non pensare a niente per un’ora.»