Ausilio Serafini ricevette la telefonata di Rosa Desiderato alle 10.47 di giovedì 21 giugno.
Era a lavorare in garage, zuppo di sudore.
«Mio padre è morto.»
Parlava con voce ferma, senza incrinature.
Il cadavere era stato trovato la mattina presto di quattro giorni prima in una strada secondaria tra la Salaria e il Tevere, in località Settebagni. A dare l’allarme era stato un pescatore che ogni tanto andava da quelle parti a prendere carpe e anguille.
Il cranio era esploso per un colpo della sua Beretta sparato contro la tempia destra. Il corpo era disteso sul sedile posteriore della Punto.
Nicola Desiderato era stato visto per l’ultima volta dai colleghi all’ora di pranzo di sabato 16. Poi se ne erano perse le tracce. Alle undici di sera, continuando a trovare spento il cellulare del padre, la figlia si era rivolta alla Polizia. Le ricerche notturne non avevano dato esito. Alle 7.40 del mattino di domenica era arrivata ai Carabinieri la segnalazione del pescatore.
Erano stati sentiti anche alcuni frequentatori abituali della zona, uno dei quali aveva detto di avere già notato l’automobile ferma in quel punto nella tarda sera del giorno precedente. L’aveva illuminata con i fari del suo pickup, ma pensando che appartenesse a una delle tante coppie che venivano lì per fare sesso aveva tirato diritto.
Nessuno dei colleghi e dei superiori era stato in grado di spiegare perché Desiderato si trovasse in quel punto della città. Non c’erano motivi di servizio e la zona era molto lontano dalla sua abitazione.
Il telefono cellulare era in macchina, spento. L’ultima chiamata era stata fatta a un collega e risaliva alle 12.48.
«Vorrei che venissi» aggiunse Rosa Desiderato. «Devo dirti delle cose. Se ti va puoi dormire da noi.»
Ausilio Serafini accettò. Ospitalità compresa.
Di nuovo qualcuno lo chiamava a Roma per dargli delle informazioni; e la prima volta non era andata bene.
Ma il corpo grande e polposo della ragazza aveva riempito in continuazione le sue fantasie notturne. In più, Serafini aveva ricevuto da un cugino di Salerno l’offerta di un piccolo appartamento al mare, a Camerota. Ne avrebbe approfittato per una settimana di vacanza. Al Sud si poteva già fare il bagno e lui aveva bisogno di riposo, e di fresco.
Nel mese di giugno il caldo era diventato quasi insopportabile.
Sembrava di stare dentro una pentola messa sul fuoco. La luce feriva gli occhi, e anche l’aria aveva un sapore caldo, aspro. Tutte le campagne erano arroventate. Negli appartamenti si viveva con le imposte chiuse anche di giorno. Chi come lui non aveva l’aria condizionata stentava a dormire. E nemmeno il buio portava la frescura.
Ausilio Serafini arrivò a Roma la sera di venerdì 22 giugno.
C’era ancora luce, e in quel crepuscolo rosato la vastità del suburbio attraversato dal treno in rallentamento appariva infinita, e opprimente.
C’era la stessa temperatura di Firenze. Con il caldo gli odori della stazione erano ancora più penetranti, e si aveva l’impressione di essere scesi in una città orientale. Cominciavano ad accendersi le prime insegne.
Prima di salire sul taxi Serafini entrò nel bagno di un bar. Si tolse la camicia bianca e si strofinò le ascelle con il sapone liquido per togliersi di dosso il tanfo del sudore.
Roma era sempre sporca, disordinata, e da ogni cosa promanava un alito di pericolo, e di disfacimento.
Fece il suo ingresso dai Desiderato alle 20.48.
Di nuovo si presentava in una casa appena visitata dalla morte.
Rosa Desiderato gli parve più appetitosa di come la ricordava. Si baciarono sulle guance. La madre invece non era cambiata. Apparteneva a una categoria di esseri umani le cui vite a un certo punto devono essersi spezzate; dopo di che nessuna ulteriore disgrazia è in grado di modificare l’inerzia luttuosa con la quale si consegnano al tempo che gli resta.
«Vai a rinfrescarti nella tua stanza. Per mangiare aspettiamo il maresciallo Capurso. È un carabiniere, e un amico. Ti vengo a chiamare quando arriva» disse Rosa.
Serafini ne fu infastidito. Non aveva voglia di vedere divise. Tantomeno di carabinieri. E un carabiniere significava rogne.
La stanza era la solita, in torretta. Dalla finestra si vedevano i fari delle automobili che correvano sulla Casilina, e la distesa della brughiera che pian piano veniva assorbita dalla notte.
Salvatore Capurso arrivò quando mancavano sei minuti alle dieci. Era calvo, non troppo alto, con il collo largo e il pizzetto. Aveva trentaquattro anni, ma ne dimostrava di meno. Camminava buttando un po’ i piedi verso l’esterno, e aveva braccia corte e muscolose. Parlava con un accento della Puglia.
C’erano spaghetti coi capperi e vitella fredda.
Capurso stava indagando su un traffico di droga nella cosiddetta Roma bene. Gente tutto sommato banale, costruita con lo stampino, sempre pronta a minacciare, e ad alludere a conoscenze altolocate.
Bisognava tenere le finestre aperte per il caldo, e i rumori della città erano di fastidio. C’era qualcuno che stava lavorando con un trapano.
Si parlò dell’inchiesta di Capurso, degli studi di Rosa che andavano male; e del funerale, che non si poteva fare finché il magistrato non avesse autorizzato la restituzione del corpo.
Dopo cena comparve l’anisetta.
Era la stessa bottiglia che offriva Nicola Desiderato.
La signora Gemma andò in cucina a caricare la lavastoviglie, e intorno al tavolo restarono in tre. Solo che al posto di Nicola c’era un altro uomo, più giovane. Che faceva il carabiniere, anziché il poliziotto.
«Ci sono cose che non quadrano nella morte di mio padre. Cose che ho saputo dai suoi colleghi» disse Rosa.
Si era preparata un appunto su un foglietto di carta a quadretti. Aveva una scrittura storta, disordinata; diversa da quella del padre.
Capurso aveva posato i gomiti sul tavolo e si sosteneva il mento con la punta delle dita. Aveva due lipomi sull’avambraccio, e delle strane unghie piatte, quadrate.
«Primo. Un pensionato che ogni tanto va a passeggiare da quelle parti ha detto di avere visto intorno alle diciannove una Punto come quella di mio padre che andava verso il fiume. Però a sentire lui a bordo della Punto erano in tre. Questo testimone non è stato preso in considerazione, con la scusa che ha precedenti per ubriachezza, ed è un guardone.»
Dalla Casilina si sentivano in continuazione delle sirene. Doveva...