Mi sembra strano cucinare bistecche per un uomo, chiunque egli sia, al numero 1 di Folgate Street. Edward non me l’avrebbe mai permesso; se ne sarebbe occupato di persona. Si sarebbe messo un grembiule, avrebbe scelto la padella giusta, avrebbe preso l’olio e tutto quello che serviva, spiegandomi nel frattempo i diversi modi di cucinare una bistecca in Toscana e a Tokyo. Simon invece si accontenta di guardarmi e chiacchierare del mercato immobiliare, delle zone dove i prezzi sono più bassi, dell’appartamento in cui abita al momento. «Uno dei vantaggi di lasciare questa casa è che non dovrai più preoccuparti di quelle stupide regole» dice, mentre io, prima di mettermi a tavola, lavo automaticamente la padella e la ripongo al suo posto. «Dopo un po’ non riesci più a credere di aver vissuto così.»
«Ehm» è la mia sola risposta. So che tra poco sprofonderò nel caos che accompagna l’arrivo di un bambino, ma una parte di me avrà per sempre nostalgia della bellezza austera e rigorosa di Folgate Street.
Sorseggio il vino, ma mi accorgo di non averne alcuna voglia. «Come va la gravidanza?» mi chiede, e io gli racconto del timore iniziale che il bambino potesse essere affetto dalla sindrome di Down, e questo a sua volta mi porta a parlargli di Isabel, così poi scoppio in lacrime e non riesco a finire la bistecca. «Mi dispiace» mormora quando mi riprendo. «Devi aver passato un gran brutto periodo.»
Scrollo le spalle e mi asciugo gli occhi. «Abbiamo tutti i nostri guai, no? Comunque è colpa degli ormoni. Mi metto a piangere per qualsiasi cosa.»
«Volevo che io ed Emma avessimo una famiglia.» Rimane in silenzio per qualche istante. «Stavo per chiederle di sposarmi. Non ci avevo mai pensato prima di mettermi con lei. È strano, ma è stato dopo che ci siamo trasferiti qui che mi sono deciso. Finalmente mi ero sistemato. Sapevo che stava attraversando un momento difficile, ma lo attribuivo all’aggressione subita in casa.»
«Perché non l’hai fatto? Perché non le hai chiesto di sposarti?»
«Oh...» Alza le spalle. «Volevo che fosse un momento memorabile. Come in quei video virali dove l’uomo raduna un gruppo di amici perché intoni la canzone preferita dalla sua ragazza, oppure scrive con i fuochi d’artificio Vuoi sposarmi? Una cosa del genere, insomma. Qualcosa che facesse colpo su Emma, che la convincesse. Poi, di punto in bianco, lei ha detto basta.»
Personalmente ho sempre trovato raccapriccianti quelle proposte di matrimonio sopra le righe, ma non mi pare il caso di dirglielo. «Troverai un’altra ragazza, Simon. Ne sono sicura.»
«Lo credi davvero?» Mi lancia un’occhiata eloquente. «Purtroppo mi succede raramente di incontrare una persona con cui mi sento davvero in sintonia.»
«Simon...» Decido che è arrivato il momento di essere franca. «Spero che non mi giudicherai presuntuosa, ma visto che stiamo parlando in modo schietto, voglio mettere le cose in chiaro. Tu mi sei simpatico, ma questo per me non è proprio il momento per iniziare una relazione. Ho fin troppe cose cui pensare.»
«Naturale» si affretta a dire. «Non ho mai creduto... ma siamo a buon punto, no? Come amici.»
«Sì.» Sorrido per mostrargli che apprezzo la sua discrezione.
«Anche se probabilmente cambierai idea al primo schiocco di dita di Monkford. Forse non ti dispiacerà iniziare una relazione con lui» aggiunge.
«Non credo proprio» rispondo accigliata.
«Dicevo per scherzo. In realtà frequento già una ragazza. Vive a Parigi. Penso di trasferirmi lì per stare con lei.»
La conversazione si sposta su altri argomenti e scorre piacevole, spontanea. Ecco cosa mi è mancato, penso: uno scambio civile, garbato, così diverso dalla presenza dominante di Edward.
Più tardi mi chiede: «Vuoi che resti qui stanotte? Sul sofà, naturalmente. Se ti fa sentire più sicura...».
«Sei carino, ma ce la caveremo, io e il mio pancione» dico, carezzandomi il ventre.
«Certamente. Un’altra volta, forse.»
Mi sveglio stanca e assonnata. Forse è colpa di quel po’ di vino che ho bevuto ieri sera. Il fatto è che non sono più abituata. La nausea mattutina mi assale e vomito nella tazza del gabinetto. E poi, proprio mentre sto sognando di farmi una doccia, Governante decide di bloccare tutto.
Jane, per favore, contrassegna le seguenti affermazioni con un numero da 1 a 5, dove 1 corrisponde a Decisamente sì mentre 5 corrisponde ad Assolutamente no.
Alcuni dispositivi della casa resteranno disattivati fino a quando il questionario non sarà completato
«Che scocciatura» borbotto esausta. Non ho la forza di rispondere, ma ho bisogno di fare la doccia.
Leggo la prima voce dell’elenco.
Se i miei figli non vanno bene a scuola, è giusto che mi si consideri un cattivo genitore.
Sono d’accordo ❍❍❍❍❍ Non sono d’accordo
Scelgo un punteggio intermedio, poi mi blocco. È la prima volta che mi si chiede di dare una valutazione delle capacità genitoriali. Ne sono certa.
Sono domande casuali oppure c’è dell’altro? Una frecciatina cifrata da parte di Governante?
Mentre leggo il questionario, vengo colta da una strana sensazione. Il fatto stesso di rispondere a quelle domande mi ricorda che abitare in questa casa è un privilegio riservato a pochi eletti; che andarmene sarebbe uno strazio lacerante quasi quanto la morte di Isabel...
Mi fermo, sorpresa. Come ho potuto pensare una cosa simile anche per un attimo?
Mi ricordo quello che ha detto il professore quando è venuto in visita con i suoi studenti: Probabilmente non ve ne rendete conto, ma l’ambiente nel quale vi state muovendo è denso di onde e ultrasuoni capaci di migliorare l’umore.
Le domande di Governante fanno parte in qualche modo del funzionamento di Folgate Street numero 1?
Mi connetto al wi-fi del vicino e digito alcune delle domande del questionario. La risposta di Google è istantanea: sono tratte da un saggio pubblicato su una rivista scientifica di cui ignoravo l’esistenza, il “Journal of Clinical Psychology”.
Le domande del Test per la valutazione del perfezionismo prendono in considerazione una serie di tipologie di iper-perfezionismo disfunzionale, tra cui: perfezionismo sul piano personale, richiesta di prestazioni elevate rivolta ad altri, bisogno di approvazione, progettualità esasperata (tendenza ossessiva alla pulizia e all’organizzazione), eccesso di analisi, comportamento compulsivo, inflessibilità morale...
Scorro il testo, sforzandomi di capire il linguaggio tecnico. Sembra che il questionario sia stato messo a punto dagli psicologi per diagnosticare casi di perfezionismo patologico e trovare una terapia. Per un istante mi chiedo se sia quello che sta succedendo, se la casa stia monitorando il mio benessere psicologico proprio come tiene sotto controllo il mio peso, il sonno e così via.
Ma poi mi accorgo che esiste un’altra spiegazione.
Edward non usa il questionario per curare il perfezionismo dei suoi inquilini, ma per rafforzarlo. Cerca di controllare non soltanto l’ambiente che ci circonda o il nostro modo di vivere, ma i nostri sentimenti e i nostri pensieri più intimi.
Questa relazione continuerà soltanto fino a quando resterà assolutamente perfetta.
Sono percorsa da un brivido. Che sia stato un risultato mediocre nel test a segnare la fine di Emma?
Completo il questionario, assegnando a ogni voce il punteggio che potrebbe mettermi in buona luce agli occhi di Governante. Appena ho finito, il sistema riprende a funzionare. Le luci si riaccendono.
Mi alzo con un respiro di sollievo all’idea di poter fare la doccia. Ma mentre salgo la scala, si verifica un altro problema. Le luci vacillano e il mio computer portatile si blocca mentre si sta riavviando. Tutto rimane in sospeso per un attimo. Poi...
Guardando verso il basso, vedo qualcosa comparire sul mio schermo. Sembra l’inquadratura di un film, ma non lo è.
Perplessa, torno indietro per dare un’occhiata da vicino. Sullo schermo ci sono io, un’immagine di me in quella stanza e in quell’istante. Mentre mi accosto, la figura sullo schermo retrocede.
La telecamera è alle mie spalle.
Prendo il computer e mi giro. Ora sullo schermo compare la mia immagine di faccia. Esamino la parete che mi sta di fronte finché, dalla traiettoria del mio sguardo, capisco che sto fissando la telecamera.
Ma non vedo niente. O forse un puntino non più grande della capocchia di uno spillo che spicca sulla parete chiara.
Appoggio il computer e clicco per chiudere la finestra, ma dietro ne compare un’altra. E un’altra, e un’altra ancora. Ciascuna mostra un angolo diverso della casa. Le chiudo a una a una, non prima di avere preso nota di dove sono posizionate le telecamere. Una mostra il tavolo di pietra. La seconda è puntata sulla porta d’ingresso. La successiva inquadra il bagno...
Il bagno. Uno spazio a pianta aperta, con la doccia completamente visibile. Se questi sono i sensori della casa, chi altro vi ha accesso?
Clicco di nuovo. L’ultima telecamera è montata direttamente sopra il letto.
Provo una sensazione di nausea. Tutte le volte in cui mi sembrava di essere osservata... lo ero veramente.
E non solo a letto. Anche quando io e Edward lo abbiamo fatto sul bancone della cucina, le telecamere ci stavano inquadrando.
Rabbrividisco, disgustata. E poi, all’improvviso, il disgusto si trasforma in rabbia.
È stato Edward a progettare tutto questo. È stato lui a inserire le telecamere nella struttura di Folgate Street. Perché? Un passatempo voyeuristico? O solo un altro modo per impossessarsi di ogni istante della mia vita? Sono sicura che tutto questo non è legale, anzi, se non mi sbaglio, recentemente qualcuno è finito in galera per una cosa simile.
Ma mi rendo conto che Edward non avrebbe lasciato al caso un elemento del genere. Passo in rassegna le mie mail finché trovo quella di Camilla con allegate le condizioni e i termini del contratto di Folgate Street numero 1. Alla fine, sepolta tra le clausole scritte in caratteri minuscoli, scopro quella che cercavo.
... comprese immagini fotografiche e riprese video...
Un pensiero improvviso mi colpisce. Edward ha costruito questa casa, ma la persona che ha progettato il sistema computerizzato era il suo socio, David Thiel. E mentre ho qualche difficoltà a figurarmi Edward come un voyeur tecnologico, non ne ho nessuna per quello che riguarda Thiel.
Per evitare che la mia rabbia possa sfumare, vado subito a infilarmi il cappotto.