Le sfide di Apollo - 2. La profezia oscura
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Le sfide di Apollo - 2. La profezia oscura

  1. 396 pagine
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Le sfide di Apollo - 2. La profezia oscura

Informazioni su questo libro

Il mostruoso Pitone si è rimpossessato dell'Oracolo di Delfi, e questa è solo la prima delle minacce che Apollo ha dovuto affrontare per ottenere il perdono di Zeus e tornare tra gli immortali. Tre malvagi imperatori vogliono ora conquistare tutti gli Oracoli dell'antichità, per interrompere ogni comunicazione tra i semidei e le fonti di profezie necessarie a compiere eroiche imprese. Se gli Oracoli cadranno sotto il dominio del Triumvirato, il dio più bello e vanitoso dell'Olimpo resterà per sempre imprigionato nel corpo di un insignificante sedicenne, Lester Papadopoulos! Con un piccolo effetto collaterale: l'umanità potrebbe essere distrutta.

Il destino del mondo è nelle mani del dio del sole, della musica e della poesia, che potrà contare solo sull'aiuto della ninfa Calipso e del semidio Leo Valdez, nonché sul potere esasperante dei suoi strazianti haiku...

«E se troviamo questi grifoni?» chiesi.

«Allora vi dirò come infiltrarvi nel covo dell'imperatore» promise la dea.

La guardai fisso. «Ti sembra uno scambio equo?» «Certamente! Perché, mio caro, adorabile Lester, dovrete per forza infiltrarvi a palazzo.

Altrimenti non salverete mai gli altri Oracoli.

E tu non tornerai mai più sull'Olimpo.»

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
eBook ISBN
9788852081217
Print ISBN
9788804676331

1

Apollo o Lester?
Sono ancora umano
Oh, dei! Che strazio!
Quando il nostro drago dichiarò guerra all’Indiana, capii subito che ci aspettava una pessima giornata.
Viaggiavamo verso ovest da sei settimane, e Festus non aveva mai mostrato tanta ostilità nei confronti di uno Stato. Aveva ignorato il New Jersey. La Pennsylvania a conti fatti era stata di suo gradimento, nonostante la battaglia con i ciclopi di Pittsburgh. Aveva tollerato l’Ohio, perfino dopo il nostro incontro con Potina, la dea romana che protegge le bevute dei bambini, la quale ci aveva inseguito sotto forma di gigantesca brocca rossa con una faccina sorridente a mo’ di stemma.
Eppure, per qualche ragione, Festus aveva deciso che non gli piaceva l’Indiana. Atterrò sulla cupola del Campidoglio di Indianapolis, sbatté le ali metalliche e soffiò un cono di fuoco che incenerì la bandiera dello Stato direttamente sul palo.
«Ehi, calma, bello!» Leo Valdez tirò le redini del drago. «Ne abbiamo parlato. I monumenti pubblici non si incendiano!»
Dietro di lui, sul dorso del drago, Calipso si aggrappò alle scaglie di Festus per non perdere l’equilibrio. «Potremmo per favore scendere a terra? Delicatamente, stavolta?»
Per essere un’ex maga immortale che un tempo controllava gli spiriti dell’aria, Calipso non era un’amante del volo. Sferzati dal vento gelido, i suoi bei capelli castani mi venivano tutti in faccia, facendomi strizzare gli occhi e sputacchiare.
Proprio così, caro lettore.
Io, il passeggero più importante, il giovane che un tempo era stato il glorioso dio Apollo, ero costretto a sedere in fondo al drago. Oh, gli oltraggi che avevo dovuto subire da quando Zeus mi aveva spogliato dei miei poteri divini! Non bastava che fossi ridotto a un sedicenne mortale sotto il raccapricciante pseudonimo di Lester Papadopoulos. Non bastava che dovessi patire sulla terra compiendo (argh!) eroiche imprese finché non avessi trovato il modo di rientrare nelle grazie di mio padre, né che io soffrissi di una forma d’acne che non rispondeva ai comuni trattamenti dermatologici da banco. Nonostante la mia regolarissima patente da principiante rilasciata dallo Stato di New York, Leo Valdez si rifiutava di affidarmi la guida del destriero di bronzo!
Gli artigli di Festus raspavano alla ricerca di un appiglio sul rame patinato della cupola, che era troppo piccola per un drago di quelle dimensioni. Ebbi l’improvviso ricordo di quella volta che avevo installato sul mio carro del sole una statua a grandezza naturale della musa Calliope. Il peso di quell’ornamento sul cofano mi aveva fatto piombare in picchiata sulla Cina, e fu così che avevo creato il deserto del Gobi.
Leo lanciò un’occhiata alle proprie spalle, col volto striato di fuliggine. «Apollo, percepisci qualcosa?»
«Perché è compito mio percepire le cose? Soltanto perché un tempo ero un dio della profezia…»
«Sei tu quello che sta avendo le visioni» mi rammentò Calipso. «Hai detto che la tua amica Meg sarebbe stata qui.»
Solo al sentire il nome di Meg ebbi una stretta al cuore. «Questo non significa che io sia in grado di indicare la sua posizione con la mente! Zeus ha revocato il mio accesso al DPS
«Vuoi dire il GPS?» chiese Calipso.
«No. Il DPS: il Sistema di Posizionamento Divino.»
«Non esiste niente del genere!»
«Ragazzi, fate i bravi.» Leo diede delle pacche sul collo del drago. «Apollo, dai, provaci. Per favore. Ti sembra la città che hai visto in sogno oppure no?»
Scrutai l’orizzonte.
L’Indiana è una terra piatta: autostrade che si intersecano su pianure brune e coperte di arbusti, ombre di nuvole invernali che fluttuano sopra aree di sviluppo urbano incontrollato. Intorno a noi sorgeva un modesto gruppetto di piccoli grattacieli, costruzioni di pietra e vetro simili a strati di liquirizia bianca e nera (e nemmeno di quella buona; piuttosto il genere di liquirizia che rimane per secoli nella ciotola delle caramelle della tua matrigna sul tavolino del soggiorno. E… No, Era, perché dovrei riferirmi a te?).
Dopo la mia caduta su New York, Indianapolis mi sembrò una città desolata e scialba, come se un quartiere della stessa New York – Midtown, forse – avesse inglobato l’intera area di Manhattan, per poi sbarazzarsi di due terzi della popolazione e darsi una vigorosa ripulita.
Non riuscivo a concepire un solo motivo per cui un malvagio Triumvirato di antichi imperatori romani potesse trovare interessante un posto del genere. Né riuscivo a immaginare il motivo per cui Meg McCaffrey fosse stata mandata lì per catturarmi. Eppure le mie visioni erano state chiare. Avevo visto quel paesaggio urbano. Avevo udito il mio vecchio nemico Nerone impartire ordini a Meg: “Va’ a occidente. Cattura Apollo prima che riesca a trovare il prossimo Oracolo. Se non riesci a portarmelo vivo, uccidilo”.
Il lato davvero triste di tutta la faccenda? Meg era una delle mie migliori amiche. Oltre che la mia padrona semidivina, grazie al perverso senso dell’umorismo di Zeus. Finché rimanevo mortale, Meg poteva ordinarmi di fare qualunque cosa, perfino di uccidermi… No, meglio non pensare a una possibilità del genere.
Mi sistemai meglio sul sedile di metallo. Dopo tutte quelle settimane di viaggio, ero stanco e avevo il sedere indolenzito. Volevo trovare un posto sicuro per riposare. E quella non era la città giusta. C’era qualcosa nel paesaggio sottostante che mi rendeva inquieto come Festus.
Tuttavia, ahimè, era lì che dovevamo andare. Ne ero certo. Nonostante il pericolo, se avevo una possibilità di rivedere Meg, di strapparla dalle grinfie del suo patrigno malvagio, dovevo tentare.
«Il posto è questo» dichiarai. «Prima che questa cupola crolli sotto il nostro peso, suggerisco di scendere a terra.»
Calipso borbottò in minoico antico: «E io che avevo detto…?».
«Oh be’, chiedo scusa, maga!» replicai nella stessa lingua. «Forse, se tu avessi delle visioni utili, ti ascolterei più spesso.»
Calipso mi rispose con una serie di appellativi che mi rammentarono quanto fosse colorita la lingua minoica prima che si estinguesse.
«Ehi, voi due, niente dialetti antichi!» intervenne Leo. «Spagnolo o inglese, per favore. O macchinese.»
Festus concordò con un cigolio.
«Va tutto bene, bello» gli disse Leo. «Sono sicuro che non volevano escluderci. Ora voliamo giù in strada, eh?»
Gli occhi rubino di Festus luccicarono. I suoi denti di metallo rotearono come punte di trapano. Immaginai che stesse pensando: “Perché invece non ce ne andiamo in Illinois?”.
Ma si staccò dalla cupola con un balzo, sbattendo le ali. Ci precipitammo giù, atterrando di fronte al Campidoglio con una forza tale da incrinare il marciapiede. Le pupille mi tremarono come palloncini pieni d’acqua.
Festus agitò la testa da un lato all’altro, mentre il vapore gli usciva dalle narici.
Io non vedevo minacce immediate. Le auto scorrevano placidamente lungo West Washington Street. La gente camminava tranquilla: una donna di mezza età con un vestito a fiori, un robusto poliziotto con un bicchierone di caffè del CAFÉ PATACHOU, un uomo dall’aria perbene con un completo a righine blu…
Passando, l’uomo vestito di blu ci salutò con garbo. «Buongiorno.»
«Ehilà, bello!» rispose Leo.
Calipso inclinò la testa. «Perché è stato così amichevole? Non vede che siamo seduti in cima a un drago di metallo da cinquanta tonnellate?»
Leo sorrise. «È la Foschia, baby. Confonde gli occhi mortali. Trasforma i mostri in cani randagi e le spade in ombrelli. E rende il sottoscritto perfino più affascinante del solito!»
Calipso gli conficcò le dita in un fianco.
«Ahi!» si lamentò lui.
«So che cos’è la Foschia, Leonidas…»
«Ehi, ti ho detto di non chiamarmi mai così!»
«… ma la Foschia dev’essere davvero forte qui se può nascondere un mostro delle dimensioni di Festus a distanza così ravvicinata. Apollo, non lo trovi un po’ strano?»
Studiai i passanti.
Certo, avevo visto luoghi in cui la Foschia era particolarmente fitta. A Troia, il cielo sopra il campo di battaglia pullulava di così tanti dei che non potevi sterzare il carro senza andare a sbattere contro un’altra divinità, eppure Greci e Troiani percepivano solo cenni della nostra presenza. Sull’isola di Three Mile, nel 1979, i mortali non si resero conto che l’incidente nucleare era stato provocato da un epico duello con la motosega tra Ares ed Efesto (a quanto ricordo, Efesto aveva preso in giro Ares per i suoi jeans a zampa di elefante).
Eppure non pensavo che lì, a Indianapolis, fossimo alle prese con una Foschia molto fitta. C’era qualcosa in quella gente che mi turbava. I volti erano troppo placidi. I sorrisi inebetiti mi ricordavano gli antichi Ateniesi poco prima delle Feste di Dioniso, quando erano tutti di buon umore e distratti al pensiero delle sbronze e delle bisbocce a venire.
«Dovremmo dare meno nell’occhio» suggerii. «Forse…»
Festus incespicò, scrollandosi come un cane bagnato. Da dentro il suo petto giunse un rumore simile alla catena allentata di una bicicletta.
«Maledizione, di nuovo! No!» esclamò Leo. «Tutti giù!»
Io e Calipso scendemmo alla svelta.
Leo corse di fronte a Festus e allargò le braccia nella classica posizione da lotta col drago. «Ehi, amico, va tutto bene! Ora ti spengo per un po’, d’accordo? Un pochino di inattività per…»
Festus vomitò una colonna di fiamme che inghiottì Leo.
Per fortuna, Valdez era ignifugo. Ma i suoi vestiti no. Da quanto mi aveva spiegato, in genere riusciva a evitare che si incenerissero: gli bastava concentrarsi. Se colto di sorpresa, però, non sempre funzionava.
Quando le fiamme si spensero, Leo ci stava di fronte con i soli boxer di amianto indosso, più la cintura magica degli attrezzi e un paio di scarpe da ginnastica parzialmente fuse. «Maledizione!» protestò. «Festus, fa freddo qui fuori!»
Il drago vacillò. Leo si lanciò in avanti e fece scattare la leva dietro la zampa anteriore sinistra. Festus cominciò a crollare. Le ali, gli arti, il collo e la coda si contrassero all’interno del corpo, sovrapponendo e ripiegando le piastre di bronzo. Nel giro di una manciata di secondi, il nostro robotico amico si era trasformato in una grossa valigia di bronzo.
Una cosa che avrebbe dovuto essere impossibile, naturalmente, ma come ogni dio, semidio o ingegnere che si rispetti, Leo Valdez rifiutava di farsi fermare dalle leggi della fisica.
Scrutò accigliato il suo nuovo bagaglio. «Cavoli… pensavo di avere aggiustato il condensatore giroscopico. Mi sa che saremo bloccati qui finché non trovo un’officina.»
Calipso fece una smorfia. Il suo piumino rosa luccicava di vapore dopo il volo tra le nuvole. «E, se la troviamo, quanto tempo ci vorrà per riparare Festus?»
Leo si strinse nelle spalle. «Dodici ore? Quindici?» Pigiò un pulsante laterale della valigia, e ne saltò fuori un manico. «E poi, se vediamo un negozio di abbigliamento maschile… non guasterebbe n...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. 17
  20. 18
  21. 19
  22. 20
  23. 21
  24. 22
  25. 23
  26. 24
  27. 25
  28. 26
  29. 27
  30. 28
  31. 29
  32. 30
  33. 31
  34. 32
  35. 33
  36. 34
  37. 35
  38. 36
  39. 37
  40. 38
  41. 39
  42. 40
  43. 41
  44. 42
  45. GUIDA ALLA LINGUA DI APOLLO
  46. Copyright