Che sensazione provi quando sei sulla tua moto? Cosa ti dà più adrenalina? @Laura Denigris
«Sono sempre stato molto competitivo e credo che quando partecipi da tanto tempo alle corse quella pressione, quella voglia e quell’adrenalina diventino parte di te. La possibilità di essere il migliore e il più veloce è ciò che fa battere il tuo cuore con forza sopra la moto. È una sensazione che non si può spiegare…»
È il momento di lasciare che i motori si accendano e si prendano il centro della scena. Finora sono stati un sottofondo leggero e costante, la colonna sonora necessaria per raccontare “l’altra vita” di Jorge Lorenzo, che con le traiettorie disegnate dalle due ruote si è comunque sempre intrecciata. Ma adesso il volume del rombo si alza, si fa quasi assordante, e i cavalli sotto la sella si imbizzarriscono per far emergere un’ulteriore faccia del maiorchino: il pilota che ha raggiunto la vetta del mondo.
Si potrebbe pensare che di questo aspetto si sappia già tutto, ma non è così e, sollecitato dalle domande degli utenti di eFanswer, Jorge ha scavato a fondo nei pensieri che gli passano per la testa quando ha il casco ben allacciato ed è completamente isolato dall’ambiente esterno. Lui e la sua moto, pronti ad arrivare davanti a tutti.
In che momento della tua vita hai capito davvero che saresti diventato un pilota? @Lollo Paverani
«Lasciare Maiorca e mia madre a quattordici anni per trasferirmi a Barcellona è stato il mio sacrificio più grande e decisivo: un anno più tardi sono approdato al Motomondiale. Già prima mi ero allenato e avevo corso tanto, ma è in quel momento che ho cominciato a pensare davvero che la mia vita sarebbe stata quella del pilota professionista. Ho dovuto crescere prima dei miei coetanei, debuttando nel Mondiale a quindici anni e arrivando già a venti in MotoGP: tutto questo mi ha fatto maturare velocemente, anche se in un percorso del genere a volte si commettono degli errori.»
Quindi, nella vita di Jorge è stata di nuovo una scelta difficile presa con coraggio a segnare la svolta che lo ha condotto a gareggiare a livello planetario, lì dove si misurano i migliori. È come per un giocatore di basket: puoi essere forte e spiccare in competizioni di vario livello, ma è nell’NBA che devi arrivare per dimostrare di essere un vero fuoriclasse. E l’NBA delle moto è il Motomondiale. L’approdo naturale, verrebbe da pensare, per uno come Jorge che ha sempre considerato la moto una parte di sé, l’irrinunciabile complemento per realizzare i propri sogni. Una cosa che non parla e non respira, ma che è comunque alla ricerca di qualcuno che la sappia davvero ascoltare.
Cos’è per te la moto? La consideri qualcosa di vivo? @Sanda Urda
«La moto è sempre stata per me lo strumento più naturale per competere. Una cosa unica. Le moto sono molto delicate, bisogna curarle tanto, “sentire” quello che ti dicono in ogni momento, quello che ti trasmettono. Sviluppi con loro un rapporto di grande sensibilità quando le guidi. Forse non le considero come qualcosa di vivo, ma percepisco quello che mi comunicano in ogni istante.»
Un rapporto quasi simbiotico con il mezzo. Ma non basta ancora, perché se per raggiungere il Motomondiale non usano tutti la stessa strada, il carburante per arrivarci ha delle caratteristiche ben precise, e per Jorge è stata la dimostrazione che il metodo di lavoro che aveva cominciato a costruire da giovane poteva funzionare.
Quali sono le qualità fondamentali per diventare un pilota? @Daniele Pagani
«Non c’è nessuna formula magica per arrivare al top nel motociclismo. Una base di talento e molto lavoro sono i requisiti indispensabili. Ma anche creare un buon ambiente e prendere decisioni corrette in alcuni momenti chiave può segnare la carriera di un pilota.»
Una ricetta testata sul campo e che diventa anche un consiglio per tutti i giovani che oggi vogliono intraprendere la stessa sfida.
Che consigli daresti a un giovane che vuole seguire le tue orme? @Cristiano Gronchi
«Qualunque sia l’obiettivo, occorre lavorare ogni giorno senza arrendersi, solo così i sogni possono avverarsi! Non bisogna mollare mai. Tutto si può imparare, la cosa più importante e difficile è scoprire qual è il tuo talento, la cosa che ti riesce meglio, che ti piace e ti motiva. È importante avere il coraggio di sognare e poi dare sempre il massimo, è questa l’unica strada.»
Arrivare lassù dove ci sono solo i più forti è perciò un percorso che richiede qualità e una costanza fuori dal comune. Tutto questo non per giungere a un traguardo, bensì a un nuovo punto di partenza. Perché una volta saliti sul palcoscenico del Motomondiale è come se iniziasse un altro Gran Premio che anche uno come Lorenzo, capace di togliersi in questo viaggio soddisfazioni da fenomeno, sa bene che presenta numerose difficoltà.
È molto stressante essere un pilota? Come fai a mantenere i nervi saldi mentre gareggi? @Hilarie Ragone
«Ci sono numerose pressioni in competizioni come il Motomondiale e non è facile allontanarle. È quasi inevitabile diventare nervosi, ancor di più quando ci sono in gioco risultati importanti. Con il tempo, l’esperienza ti rende più equilibrato e i titoli accumulati ti danno sicurezza, sono come una specie di antidoto da usare nei momenti di emergenza.»
E se non tutti possono contare su titoli mondiali in serie per imparare a superare la tensione, anche chi si trova a lottare nelle retrovie deve misurarsi con altri ostacoli che si mischiano alle soddisfazioni.
Qual è la cosa più difficile della vita da pilota? Come fai a conciliarla con gli impegni di quella privata? @Mariella Palmeri
«Mi piacerebbe poter passare più tempo con i miei amici, la mia famiglia, la mia gente. Ma la MotoGP, tra le gare e tutti gli altri impegni collegati all’attività agonistica, difficilmente ti lascia il tempo per tutto. Oggi mi sento un privilegiato a fare questo lavoro, a potermi dedicare a quello che più mi piace guadagnando anche bene. Ma se devo scegliere qual è la cosa più pesante per me in tutto questo direi proprio il fatto di stare troppo lontano da casa, in viaggio, con tutte quelle ore in aeroporto e in volo. E poi c’è il rischio presente in ogni corsa. Cose con le quali ormai riesco a convivere con naturalezza.»
Una disinvoltura raggiunta con il tempo, perché nell’affrontare gli ostacoli si può anche cadere (non solo in senso figurato). E sono questi gli snodi delicati in cui i dubbi arrivano ad assalirti: se riesci a superarli poi puoi ripartire con più forza, senza rimpianti e senza nascondere nulla tra le pieghe della memoria.
C’è mai stato un momento in cui hai pensato di lasciare tutto e cambiare vita? @Sara Attimo
«Qualche anno fa, nel 2008 a Montmeló, ho avuto una caduta davvero rovinosa, dopo la quale ho perso conoscenza e, per un periodo, anche la memoria. Per un po’ di tempo, infatti, ho continuato a ripetere le stesse domande sull’accaduto. Quando mi sono ripreso e reso conto di tutto quello che era successo, mi sono chiesto se realmente valesse la pena di continuare con tutti questi sacrifici e questi rischi. E alla fine, nel mio caso, posso rispondere: sì, ne è valsa la pena. Guardandomi indietro non cambierei nulla di quello che è capitato nella mia carriera. Gli errori servono per crescere e migliorare: perciò non voglio cancellarli, ma solo imparare da loro.»
Consideri il motociclismo uno sport individuale o di squadra? @Antonio Selva
«Il pilota è uno solo, ma dietro c’è un lavoro di squadra incredibile. Dagli ingegneri che progettano la moto e la migliorano durante tutto l’anno ai meccanici che faticano nel box durante il fine settimana. Tutti contribuiscono ad aiutarmi a superare la linea d’arrivo per primo.»
La storia di Jorge Lorenzo nel Motomondiale è significativamente iniziata con un record che, salvo cambi di regolamento, nessuno potrà mai portargli via. Come spesso è successo nella sua vicenda umana e sportiva, lo spagnolo è infatti arrivato in sella alla Derbi 125 nella stagione 2002 in anticipo, cioè quando ancora non aveva compiuto i quindici anni necessari per prendere parte al campionato del mondo. Erano accadute cose del genere anche in precedenza, in alcune competizioni minori, ma in qualche modo lui e Chicho erano sempre riusciti a far chiudere un occhio agli organizzatori. Ma nel caso della 125 non è stato in alcun modo possibile, perciò Jorge è stato costretto a saltare i primi due Gran Premi dell’anno, in Giappone e in Sudafrica, per fare il suo esordio in casa, sul circuito di Jerez de la Frontera. E anche la gara del suo debutto è stata molto particolare: le prove libere si svolgevano il giorno precedente al suo quindicesimo compleanno, quindi Jorge è stato costretto a guardare i colleghi che sfrecciavano in pista senza poter salire sulla moto. Solo il sabato, per le prove ufficiali, ha potuto infilarsi la tuta. E il giorno dopo è arrivato finalmente il momento della sua prima gara: esordendo a quindici anni e un giorno è il più giovane pilota ad aver mai corso nel Mondiale. Il ventiduesimo posto finale vale solo per le statistiche e non racconta davvero il mix di emozioni di quel weekend, che anche il diretto interessato è riuscito a godersi fino in fondo solo a distanza di tempo.
Come ricordi la tua prima gara nel Motomondiale? @Anna Quiara
«Quel giorno ero molto nervoso. Mi sentivo sotto pressione, senza esperienza e un po’ vulnerabile, perché gareggiavo con grandi piloti, i migliori del mondo nella classe 125. È difficile essere sereni in queste circostanze, ma se ci ripenso oggi li ricordo come momenti molto felici.»
Non deve sorprendere che le prime parole di Jorge su quel debutto si riferiscano a una sensazione di disagio, come se non si fosse sentito ancora pronto per una competizione di quel livello. Se infatti il Lorenzo pilota si era già dimostrato meritevole di una moto in 125 e lo avrebbe rapidamente confermato (quel primo campionato è stato un progressivo crescendo di esperienza e risultati, fino al settimo posto di Rio de Janeiro e al nono di Motegi), dal punto di vista umano la prova è stata ancora più dura. La personalità del maiorchino era infatti cresciuta a una velocità inferiore a quella dei suoi giri in pista e per lui il salto nella nuova dimensione non è stato semplice, come non è stato facile per le persone vicine a Jorge penetrare nella corazza di timidezza, silenzi e, talvolta, aggressività che utilizzava come una sorta di armatura.
Importanti per superare lentamente queste difficoltà, in un percorso durato parecchi anni, sono state ancora una volta le persone attorno a lui, capaci da subito di intravedere, sotto quella scorza, il bagliore del vero carattere di Jorge e di lavorare progressivamente insieme a lui per farlo emergere, costruendo così quella serenità e quella consapevolezza necessarie per raggiungere i grandi risultati. Per questo, fin dall’inizio, la storia dello spagnolo nel Motomondiale è una storia di incontri (e talvolta scontri) con alcuni personaggi chiave che avrebbero segnato il suo percorso di crescita. E se fino a quel momento Jorge aveva tratto forza soprattutto dall’appoggio della sua famiglia, in particolare del padre, a queste figure fondamentali si sono poi affiancate altre persone capaci all’inizio di tenergli testa per guadagnarsi la sua fiducia e successivamente di tracciare con lui la strada verso il successo.
Il primo di questi incontri era in realtà avvenuto già prima dell’arrivo nel Motomondiale, ai tempi della Copa Aprilia, nel 1997. Era stato quello con Daniel “Dani” Amatriain, suo manager nei primi dieci anni di carriera professionistica. Ex pilota, Amatriain è stato presente in tanti momenti diversi della crescita di Jorge, che ha scelto il 48 come numero per il suo esordio in 125 proprio in suo onore, visto che era lo stesso che Daniel utilizzava quando gareggiava. ...