Le torri di cenere
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Le torri di cenere

  1. 324 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Con la straordinaria saga "Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco", George R.R. Martin si è riconfermato come uno dei maestri indiscussi del fantasy. Ma la sua multiforme opera si estende ben al di là dei confini dei Sette Regni e ben oltre la grande Barriera di ghiaccio. Le torri di cenere offre un'affascinante panoramica sul lavoro di questo autore pressoché unico, in grado di muoversi tra generi diversi e tematiche complesse sempre con il medesimo, folgorante impatto narrativo. Prendendo le mosse dall'ormai classico romanzo breve Canzone per Lya, vincitore del prestigioso Premio Hugo per la fantascienza, navigando attraverso le correnti dell'horror e del fantasy, Le torri di cenere offre anche molte proposte, del tutto inedite in Italia, dell'eclettico George R.R. Martin. Da L'eroe a Solitudine del secondo tipo, da Al mattino cala la nebbia a Questa torre di cenere, ecco una proposta antologica in grado di guadagnarsi un posto d'onore in qualsiasi libreria, una lettura fondamentale per avere una prospettiva unica sul genio di uno dei più grandi esploratori dell'immaginario del nostro tempo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
eBook ISBN
9788852079863
Print ISBN
9788804569831

Canzone per Lya

Le città degli Shkeen sono molto più antiche di quelle degli uomini, e la grande metropoli rosso ruggine che sorge nella regione delle colline sacre è la più antica di tutte. Non aveva nome, non ne aveva bisogno. Anche se gli Shkeen hanno costruito migliaia di paesi e città, quella sulla collina non conosceva rivali: era la più grande come dimensioni e per popolazione, e l’unica sulle pendici delle colline sacre. La loro Roma, la Mecca e Gerusalemme, in un solo luogo. Era la città per eccellenza, dove tutti gli Shkeen confluivano gli ultimi giorni prima dell’Unione.
La città era antica prima che Roma cadesse, era grande e prospera quando Babilonia era ancora un sogno, ma non portava i segni del passare del tempo. L’occhio umano scorgeva solo chilometri e chilometri di basse cupole di mattoni rossi, piccole dune di fango essiccato che ricoprivano le colline ondulate come una slavina. All’interno erano buie e quasi senza aerazione; le stanze erano piccole, l’arredo rudimentale.
Eppure non era una città lugubre. Ogni giorno venivano occupate le case su quelle aride colline, sotto un sole cocente che se ne stava in cielo come un melone di un arancione esausto; ma la città brulicava di vita, odori di cibo, echi di risate e di voci, bambini che correvano, il trambusto degli operai sudati che riparavano le cupole, i campanelli dei Congiunti che risuonavano per le strade. Gli Shkeen erano persone gioiose ed esuberanti, quasi infantili. Di certo niente in loro faceva supporre un passato illustre o un’antica saggezza. Questa è una razza giovane, suggerivano gli indizi, una cultura ai primordi.
Ma quell’infanzia durava da oltre quattordicimila anni.
La vera neonata era la città degli uomini, che aveva meno di dieci anni terrestri. Era stata edificata sul limitare delle colline, tra la metropoli shkeen e le polverose pianure dove era stato costruito l’astroporto. In termini umani era una bella città, aperta, ariosa, piena di graziose arcate e fontane scintillanti, con ampi viali alberati. Gli edifici erano di metallo, plastica colorata e legno del pianeta, quasi tutti bassi secondo i dettami dell’architettura shkeen. Faceva eccezione la Torre dell’amministrazione, un obelisco di lucente acciaio blu che fendeva un cielo cristallino.
La si vedeva da chilometri di distanza in ogni direzione. Lyanna la notò prima che atterrassimo, così l’ammirammo dall’alto. I severi grattacieli di Vecchia Terra e di Baldur erano più alti, le fantastiche città ragnatela di Arachne molto più belle, ma quella torre blu dalla forma slanciata risultava piuttosto imponente, poiché si ergeva senza rivali nel suo solitario dominio sulle sacre colline.
L’astroporto era all’ombra della Torre, quindi una distanza facilmente percorribile a piedi, ma ci vennero comunque a prendere. Un’aeromobile rossa scarlatta per brevi tragitti ci aspettava con il motore acceso alla base della rampa. L’autista era chino sulla cloche. Appoggiato al portello, Dino Valcarenghi stava parlando con un assistente.
Valcarenghi era l’amministratore planetario, il mago del settore. Giovane, ovviamente, ma questo lo sapevo. Non tanto alto, di bell’aspetto, con fitti riccioli neri a conferirgli un fascino scuro e intenso e un sorriso aperto e cordiale.
Ci rivolse il suo bel sorriso mentre scendevamo dalla rampa, e venne a stringerci la mano. «Salve!» esordì. «Sono felice di vedervi.» Non aveva senso fare le presentazioni: lui sapeva chi eravamo noi, noi sapevamo chi era lui, e lui non era uno che badasse ai rituali.
Lyanna gli prese con delicatezza una mano tra le sue, lanciandogli il suo sguardo da vampira: grandi occhi scuri spalancati che ti fissano, la bocca sottile che accenna un vago, impercettibile sorriso. Di corporatura minuta, i capelli castani corti e un fisico da adolescente, sembra quasi un’orfanella. Può apparire molto fragile e indifesa, quando vuole, ma ha uno sguardo che scuote le persone. Se sanno che Lya è telepatica, pensano che stia frugando nei loro più intimi segreti. In realtà, sta solo giocando. Quando Lyanna legge davvero, il suo corpo diventa rigido e comincia a tremare, e quei suoi grandi occhi succhia anima diventano piccoli, duri e opachi.
Ma pochi lo sanno, per cui si imbarazzano, guardano da un’altra parte e si affrettano a lasciarle la mano. Non Valcarenghi, però: lui si limitò a sorridere e ricambiò lo sguardo, poi si voltò verso di me.
Quando gli strinsi la mano lo stavo leggendo, come faccio d’abitudine. Non è una bella cosa, immagino, perché affossa anzitempo potenziali amicizie. Il mio talento non è paragonabile a quello di Lya, ma è anche meno impegnativo. Io capto le emozioni. L’affabilità di Valcarenghi si rivelò forte e sincera, senza secondi fini, almeno non in superficie.
Strinsi la mano anche all’assistente, Nelson Gourlay, un tizio biondo e allampanato di mezza età. Poi Valcarenghi invitò tutti a salire sull’aeromobile. «Immagino sarete stanchi» disse dopo il decollo «quindi vi risparmio la visita della città e ci dirigeremo direttamente alla Torre. Nelse vi mostrerà i vostri alloggi, dopo di che potrete raggiungerci per un aperitivo, e parleremo della questione. Avete letto il materiale che vi ho mandato?»
«Sì» risposi io. Lya annuì. «I dati sono interessanti, ma non ho capito il motivo per cui siamo qui.»
«Lo saprete presto» replicò Valcarenghi. «Adesso vi lascio ammirare il paesaggio» aggiunse indicando il finestrino, sorrise e si ammutolì.
Così Lya e io ammirammo il panorama, almeno per quanto ci fu possibile nei cinque minuti di volo dall’astroporto alla Torre. L’aeromobile sfrecciava lungo la via principale all’altezza delle cime degli alberi, provocando uno spostamento d’aria che sferzava i rami. Dentro era freddo e buio, mentre fuori il sole splendeva quasi a mezzogiorno, e si vedevano onde scintillanti di calore salire dal terreno. Gli abitanti dovevano essere nelle loro case con l’aria condizionata, perché in giro non c’era quasi nessuno.
Arrivati all’ingresso principale della Torre attraversammo un’enorme hall di una pulizia impeccabile. A quel punto Valcarenghi si allontanò per parlare con alcuni subalterni; Gourlay ci condusse verso uno dei tubi ascensionali e schizzammo su di cinquanta piani. Dopo aver oltrepassato una segreteria, prendemmo un altro tubo ascensionale privato, e salimmo ancora.
Le nostre stanze erano deliziose, con una moquette verde chiaro e le pareti rivestite da pannelli in legno. C’era anche una vera biblioteca, per lo più classici terrestri rilegati in finta pelle, e alcuni romanzi di Baldur, il nostro pianeta d’origine. Qualcuno doveva aver preso informazioni sui nostri gusti. Una parete della camera da letto era di vetro colorato, con una vista panoramica sulla città ai nostri piedi, e un comando per oscurarla quando si andava a dormire.
Gourlay ci mostrò come funzionava, con fare da austero inserviente d’albergo. Lo lessi brevemente, ma non trovai alcun risentimento. Era un po’ nervoso, ma non tanto, e nutriva sincero affetto per qualcuno. Noi? Valcarenghi?
Lya si sedette su uno dei due lettini. «Qualcuno ci porterà su il bagaglio?» domandò.
Gourlay fece cenno di sì con la testa. «Vi sarà riservato un trattamento speciale» disse. «Qualsiasi cosa desideriate, basta chiedere.»
«Bene, non mancheremo» replicai sedendomi sull’altro letto; poi indicai a Gourlay la poltrona. «Da quanto tempo è qui?»
«Sei anni» rispose lui, accomodandosi. «Sono ormai un veterano. Ho lavorato sotto quattro amministratori: Dino e prima di lui Stuart, prima ancora Gustaffson, e perfino con Rockwood per qualche mese.»
Lya si rianimò, incrociò le gambe sotto di sé e si chinò in avanti. «Più o meno la durata del suo mandato, vero?»
«Già» confermò Gourlay. «Rockwood non amava questo pianeta e accettò quasi subito un incarico meno importante come viceamministratore altrove. A essere sincero, a me non dispiacque: era un tipo nervoso, e continuava a dare ordini per dimostrare di essere il capo.»
«E Valcarenghi?» domandai.
Gourlay fece un sorriso che sembrò uno sbadiglio. «Dino? Lui è in gamba, il migliore. È bravo, e lo sa. È qui solo da due mesi, ma ha già risolto parecchie questioni, e si è fatto molti amici. Tratta i subalterni come persone, chiama tutti per nome eccetera. È fatto così.»
Stavo scandagliando, e lessi sincerità. Era a Valcarenghi che Gourlay era affezionato. Credeva in quello che aveva appena detto.
Avrei voluto fargli altre domande, ma non ne ebbi il tempo. Gourlay si alzò di scatto. «Non posso trattenermi oltre» disse. «Immagino che avrete voglia di riposare. Tra un paio d’ore, se vi va, salite all’ultimo piano, vedremo un po’ di cose insieme. Sapete dov’è il tubo ascensionale, vero?»
Facemmo cenno di sì, e Gourlay se ne andò.
«Che ne pensi?» chiesi voltandomi verso Lya.
Lei si sdraiò sul letto e si mise a fissare il soffitto. «Non lo so» rispose. «Non stavo leggendo. Mi chiedo come mai abbiano avuto così tanti amministratori, e perché ci abbiano chiamato.»
«Siamo dei Talenti» dissi sorridendo. Sì, con la maiuscola. Lyanna e io avevamo sostenuto degli esami ed eravamo accreditati come Talenti psichici, con tanto di diploma.
«Mmm» fece lei mettendosi sul fianco, e mi sorrise. Questa volta non era il sogghigno vampiresco, ma un sorriso sexy da ragazzina.
«Valcarenghi vuole che ci riposiamo un po’. Forse non è una cattiva idea.»
Lei saltò giù dal letto. «Certo, ma questi lettini singoli devono sparire.»
«Li potremmo avvicinare» proposi.
Lei sorrise di nuovo. Li avvicinammo.
E in effetti dormimmo, poi.
Quando ci svegliammo, il bagaglio era davanti alla porta. Contando sulla nota mancanza di formalità di Valcarenghi, indossammo abiti comodi e freschi. Il tubo ascensionale ci portò all’ultimo piano della Torre.
L’ufficio dell’amministratore planetario non sembrava un ufficio: non c’erano né scrivanie né gli altri arredi consueti. Solo un tappeto blu, nudo e lussuoso, dove i piedi affondavano fino alle caviglie, e sei o sette poltrone in ordine sparso. E molto spazio e tanta luce proveniente dall’esterno, con Shkea sotto di noi, oltre i vetri colorati. Qui tutt’e quattro le pareti erano di vetro.
Valcarenghi e Gourlay ci stavano aspettando; l’amministratore ci servì personalmente da bere. Non capii che cosa fosse, ma era una bevanda fresca, speziata e aromatica, con una nota acuta. La sorseggiai con gratitudine: non so perché, ma avevo bisogno di qualcosa che mi tirasse su.
«Vino shkeen» disse Valcarenghi con un sorriso, in risposta a una domanda inespressa. «Ha un nome, ma non riesco ancora a pronunciarlo. Datemi tempo. Sono qui solo da due mesi, ed è una lingua difficile.»
«Sta studiando lo shkeen?» chiese Lya, sorpresa. Sapevo perché: gli umani lo trovano molto difficile, mentre i nativi imparano il terrano con straordinaria facilità. Per molti questo risolveva il problema in modo soddisfacente, e smettevano di cercare di decifrare il linguaggio alieno.
«Mi aiuta a capire il loro modo di pensare» spiegò Valcarenghi. «Almeno in teoria» aggiunse sorridendo.
Lo scandagliai di nuovo, anche se era più difficile. La vicinanza fisica aiuta a mettere a fuoco. Anche questa volta, percepii una semplice emozione, vicino alla superficie: orgoglio, misto a una sfumatura di piacere, che attribuii al vino. Niente negli strati inferiori.
«Comunque si pronunci, è buono» dissi.
«Gli Shkeen producono un’ampia varietà di alcolici e altri generi alimentari» intervenne Gourlay. «Ne abbiamo già selezionati un certo numero per l’esportazione, e stiamo proseguendo le ricerche. La domanda dovrebbe essere buona.»
«Questa sera potrete gustare alcuni prodotti locali» annunciò l’amministratore planetario. «Ho organizzato un tour della città, con qualche sosta nella Shkeentown. In un insediamento di queste dimensioni la vita notturna è piuttosto interessante: vi farò da guida.»
«Sembra un bel programma» esclamai; anche Lya sorrise. Non capitava spesso: in genere i Normali si sentono a disagio vicino ai Talenti, così ci fanno arrivare in tutta fretta per fare quello vogliono che facciamo, e poi ci rispediscono via il più rapidamente possibile. Di certo non socializzano con noi.
«Be’, il fatto è...» esordì Valcarenghi, posando il bicchiere e sporgendosi in avanti sulla poltrona. «Avete letto del Culto dell’Unione?»
«Una delle religioni shkeen» disse Lya.
«L’unica» puntualizzò l’amministratore. «Sono tutti credenti. Questo è un pianeta senza atei.»
«Abbiamo letto il materiale che ci avete mandato» dichiarò Lya.
«Che cosa ne pensate?»
Io mi strinsi nelle spalle. «Truce, primitiva, ma non più di altre credenze di cui mi è capitato di leggere. Dopotutto gli Shkeen non sono molto avanzati; anche su Vecchia Terra c’erano religioni che includevano sacrifici umani.»
Valcarenghi scosse la testa e guardò Gourlay.
«No, non capite» iniziò questi, appoggiando il bicchiere sul tappeto. «Sono sei anni che studio la loro religione, e non ha precedenti nella storia. Di certo non è mai esistito niente di simile su Vecchia Terra, e nemmeno presso le altre razze con cui siamo entrati in contatto.
«E l’Unione, be’, non è paragonabile a un sacrificio...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Le torri di cenere
  4. L’eroe
  5. L’uscita per Santa Breta
  6. Solitudine del secondo tipo
  7. Al mattino cala la nebbia
  8. Canzone per Lya
  9. Questa torre di cenere
  10. ... e ricordati sette volte di non uccidere mai l’Uomo
  11. La città di pietra
  12. Fioramari
  13. Le solitarie canzoni di Laren Dorr
  14. Copyright