Ho i piedi pesanti. E gli occhi asciutti di vento cattivo.
Il Citerone, il monte che mi ha accolto per tutti questi anni felici, non mi è mai sembrato così scuro.
Affondo nel fango, il verde dell’erba è solo uno stupido ricordo. Come tutto il resto.
Chirone, ti odio!
No, non è vero... Chirone, mi manchi.
Mi manca tutto: me ne sono andato da un solo tramonto e mi manca tutto.
La lunga permanenza presso il centauro mi ha abituato a qualcosa che non conoscevo.
Ora so pensare: cioè, forse.
È che fino a qualche giorno fa mi veniva naturale, come fare legna per il fuoco o levare la vita alle bestie, prima di scuoiarle, disfarle e lasciarle arrostire. Con Chirone pensavamo tutte le sere: a quello che mi rendeva triste, se c’era. E anche alle ragioni che la vita ti regala per essere felice.
Ora, però, i pensieri sono soltanto un fardello troppo pesante. Una spina nel calcagno che scava in cerca dell’osso.
Sto male, ma non so di preciso dove. Non è la schiena e non è la mano. Non è neppure la testa, che inizia a girare se bevi una coppa di vino forte. Non sono le gambe, e neppure le ginocchia.
È il cuore che sanguina. Ma il cuore è dentro, non te lo puoi levare. E quel sangue, invece di gocciare in terra sgorgando da una ferita, si rimescola ovunque, e fa male da morire.
La zucca pesa, i pensieri urlano come gufi disonesti.
Neppure le lacrime scendono più. Mi sento ottuso. Un otre sigillato da cera millenaria. Il dolore mi assorda, vorrei disperatamente piangere, ma non ci riesco. Gli occhi, le orecchie, i sensi tutti: spenti.
E infatti nemmeno lo sento arrivare.
Il ringhio sguaiato, le zampe di velluto.
Gli artigli nella carne, la mia schiena urla e vado giù.
Ruggisce.
Il cuore pompa misericordia alla velocità del fulmine, la pelle si fa elettrica.
Ce l’ho addosso.
Ruggisce.
Mi schiaccia col suo peso assurdo: gli va di giocare, non ha nessuna fretta.
Odora di sangue stantio e coscienze sporche.
Non ha mai preso un bagno in vita sua.
Il mostro conosce solo saliva, violenza e fame nera.
Affonda le unghie dentro di me per voltarmi come un taglio pregiato sulla pietra rovente.
È allora, mentre mi sbava in faccia tutta la sua rabbia collosa, che lo vedo per la prima volta.
Ruggisce.
La belva non ha bisogno di presentazioni. Tutti la conoscono da queste parti, anche se nessuno di coloro che l’hanno vista in faccia ha vissuto abbastanza a lungo per raccontarlo.
Il leone del Citerone.
Un attimo prima mi stavo abbeverando al fiume, dopo infiniti passi in balia dell’astro d’Apollo. Un attimo dopo mi ha assalito. Si è avvicinato in silenzio, è nato per uccidere di soppiatto. Non è di queste parti: unico della sua specie e autentico flagello dei mandriani, è giunto da chissà dove. Divora gli armenti, la sua fame è seconda solo alla sua ferocia.
A volte ammazza soltanto per il gusto di farlo. Squarcia capre, pecore e montoni. Li rovescia come frutti di mare. Lappa il sangue dalle prede fino a inzupparsi le zampe, lascia tracce rosse e carcasse al sole.
Un giorno Chirone è inciampato nel cadavere di una pecora gravida: gli agnellini si dibattevano ancora nel suo ventre.
«Erano nel posto più sicuro al mondo: sono morti da prigionieri di guerra» così ha detto il mio maestro prima di sciacquarsi le mani dal rosso.
Dicono che il leone sia così feroce perché non c’è una femmina della sua specie nel raggio di settimane di cammino. Dicono che la sua rabbia sia figlia dell’esser solo.
Be’, amico mio – mio valente e sciagurato nemico – sono solo anch’io.
E arrabbiato da quando sono venuto al mondo.
Scalcio con tutta la forza che ho in corpo. Il leone vola lontano ma atterra sicuro sulle zampe e raspa la terra sollevando una polvere atroce.
Mi metto in guardia, come mi ha insegnato Anfitrione.
La belva è veloce, tenta di graffiarmi con la destra: schivo l’assalto.
Ci riprova con la sinistra, incredula di aver fallito, e io schivo ancora. Non sento il dolore alle spalle, ho gli occhi rossi di follia: il sangue mi goccia sulle natiche, voglio uccidere. Nient’altro mi fa stare bene. E non sto bene da giorni.
Il leone prende la rincorsa e balza. Io mi getto di schiena sotto di lui come dovessi tuffarmi in mare – io, che il mare non so nemmeno com’è fatto – e attacco.
Pugni e calci precisi, cattivi. Picchio veloce e sicuro con tutto quello che ho in corpo.
Ruggisce. Mi corre incontro e io attendo come un pazzo pronto a gettarsi sotto una quadriga lanciata a tutta velocità.
La belva schiuma e io non muovo nemmeno un dito, attendendo l’impatto crudo.
La polvere è ovunque, la bava stilla dai denti osceni del leone.
Ruggisce.
Ormai mi è addosso.
Solo un istante prima che la sua mole assassina mi travolga, scarto di lato, gli cingo la gola con la destra e gli monto in groppa.
Stringo più forte, mentre la belva scalcia impazzita.
Vorrebbe ruggire, ma non può perché la mia stretta è potente: il braccio di Zeus in persona.
Con la sinistra tempesto di pugni il suo capo gigante. Uno dopo l’altro, senza sosta. Ho voglia di sfondarlo: bagnare le nocche di morte.
Il leone soffia e si agita come un condannato. Quando inizia a correre, lo stringo più forte.
La foga che lo anima è infinita: ha gli occhi strabuzzati, stanno per schizzargli dalle orbite ma non molla.
E non mollo neanch’io.
Percorriamo miglia infinite, attraversiamo radure e prati secchi sferzati dagli alisei.
Io ansimo, serro le cosce e stringo il braccio più forte.
Ma il bastardo non crepa. Corre verso l’orizzonte, adesso, e sento l’aria farsi più fredda landa dopo landa.
Corre fino al tramonto, la belva feroce. Finché non siamo sull’Elicona gelato, dove si dice abbia la tana.
Come avverto il tanfo di morte, comprendo che ciò che si dice di lui è vero. La caverna è buia e sa di marcio. Ovunque carne corrotta penzola a brandelli da ossa sfasciate.
Il pavimento è scuro d’odio e di visceri sparsi.
Non appena siamo dentro, il mostro crolla sfinito.
I crampi mi devastano le gambe, il braccio destro è senza sangue, ho la vista annebbiata.
Mollo la presa, supplicando sottovoce il padre degli dei di concedermi un istante.
Un istante solo per respirare e rialzare la guardia.
Un istante per non morire sotto i colpi disperati del mio avversario.
Ma lui non ruggisce né attacca. È senza vita, come ogni cosa intorno a noi due.
Io sono nudo, la veste si è strappata nella folle corsa durata un tempo senza fine. E pieno di ferite.
Mi abbandono sulla terra fosca, senza più fiato.
Il sonno mi prende di rabbia.
L’ultima cosa che vedo, prima che le palpebre si serrino, è uno scherzo della natura.
All’ingresso della grotta c’è un cavallo enorme, nero come la tempesta. In groppa ha un omuncolo secco e imberbe, alto quanto un bambino. Indossa un mantello rosso sangue che lo copre fino ai piedi e nient’altro.
A parte uno sbiadito sorriso da mendicante.
Mi sveglio di soprassalto e non so dove sono.
Percepisco i sobbalzi, duri allo stomaco. Sbatto le palpebre due volte e vedo solo nero.
Oscuro pelo lucente, e muscoli schiumanti.
Il rumore degli zoccoli è un tuono nella testa. Ma non mi fa l’effetto che di solito mi fanno tuoni e fulmini.
Ho mal di capo: credo che sia la prima volta in vita mia.
E ho sete. Una sete da svenire.
«Ah, ti sei svegliato» la voce è sottile come una lama affilata. Mi penetra nel cervello lentamente.
Sbatto di nuovo le palpebre, e mi rendo conto di essere in groppa all’enorme stallone nero.
Ecco... non esattamente in groppa: non come cavalcano guerrieri, amazzoni e la gente com...