Gli innocenti
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Gli innocenti

  1. 132 pagine
  2. Italian
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Gli innocenti

Informazioni su questo libro

Jacopo e Dasha, due voci smarrite sullo spartito della vita, sono in scena per il Doppio concerto per violino e violoncello di Brahms che, pagina dopo pagina, è l'occasione per rivivere - in un serrato e immaginifico dialogo - i passi della loro storia d'amore.

Dopo una lunga assenza, Jacopo torna a Firenze, all'Istituto degli Innocenti, il luogo eletto che lo ha accolto quando venne abbandonato da una madre rimasta nell'ombra, la cui identità è diventata negli anni la sua claustrofobica ossessione. «Come posso scoprire la mia storia se non so da dove vengo?» si chiede. Adottato da una famiglia troppo fragile e gravato di aspettative insostenibili, Jacopo è stato privato della spensieratezza dell'infanzia. A salvarlo è stato un piccolo violino, l'àncora alla quale assicurare i desideri e i sogni. Perché, se la felicità è un talento, Jacopo riesce ad avvicinarla solo stringendo fra le braccia lo strumento.

Ma non sempre l'amore salva. Non se nell'amore pulsano, insistenti, vecchie ferite.

Dasha, nata in un piccolo paese in Albania, è cresciuta circondata da un amore che Jacopo non conosce. Grazie a un padre devoto e illuminato, ha potuto frequentare il Conservatorio di Tirana, dove ha incontrato il violoncello, destinato a diventare il suo unico amico. Fuggita dal porto di Durazzo, sola con il suo strumento, dopo la rovinosa caduta del regime, è sbarcata a Brindisi il 7 marzo del 1991, insieme a migliaia di profughi. Anche le sue radici sono state recise, ma la musica ha compiuto il miracolo di preservare dal dolore il suo animo delicato e forte. Eppure nemmeno Dasha, che ora suona di nuovo accanto a lui, è riuscita a distogliere Jacopo dalla ricerca di un passato che ha il potere di avvelenare il presente, rendendo orfani i due amanti di un futuro possibile. Dove ad aspettarli, forse, c'è un bambino.

Nel corso dell'esecuzione del Doppio di Brahms accadrà qualcosa di totalmente imprevisto.

La musica si fa eco dell'amore e di una sconvolgente rivelazione, cui non può seguire altro se non un silenzio colmo di incanto, lo stesso che resta nel cuore del lettore.

Paola Calvetti, giornalista, ha lavorato alla redazione milanese del quotidiano "la Repubblica" e scritto per il "Corriere della Sera" e il settimanale "Io Donna". Ha diretto l'ufficio stampa del Teatro alla Scala e, in seguito, è stata direttore della comunicazione del Touring Club Italiano e direttore comunicazione e marketing dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino. Finalista al premio Bancarella con il romanzo d'esordio, L'amore segreto, nel 2000 ha pubblicato L'addio, nel 2004 Né con te né senza di te, nel 2006 Perché tu mi hai sorriso, nel 2009 Noi due come un romanzo (Mondadori), seguito nel 2012 da Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili, e nel 2013 da Parlo d'amor con me, pubblicati da Mondadori. I suoi romanzi sono tradotti in Francia, Germania, Spagna, Albania, Giappone, Olanda, Stati Uniti.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
eBook ISBN
9788852079900
Print ISBN
9788804675419
Secondo movimento

ANDANTE

Accadde a Parigi. Il 12 giugno 1996. Avevo quarantacinque anni e la vita divenne perfetta.
Ornamento di separazione
Cominciò con la gentilezza di uno sguardo, Jacopo.
Ornamento di separazione
I caffè di Parigi sono posti civili: ti siedi, ordini qualcosa e puoi restarci tutto il tempo che vuoi mentre attorno continua il brusio confuso della vita.
Allo Zimmer, a pochi passi dal teatro Châtelet, mi sarei accomodato in fondo alla sala e avrei aperto la mia personale finestra sul mondo. Ho spesso pensato che se non fossi diventato musicista avrei potuto essere una spia, innocua e poco efficace però, perché della spia vera mi mancano il cinismo e la furbizia necessari a osservare gli altri senza essere deviato dal sentimento.
Lo Zimmer non era affollato, strano per quell’ora, o magari era per via del tepore di giugno che invitava a occupare i tavolini all’aperto. Accanto a me due ragazzi sui vent’anni parlavano fitto, immersi l’uno nell’altra come un’unica cosa, una signora dalla stravagante acconciatura cotonata ordinava un “apérò” con l’accento sulla O, mentre un vecchio dall’aspetto severo e un pizzetto da moschettiere – aveva la faccia di uno che sarebbe venuto a sentirci fra poco – sfogliava “Le Monde” sorseggiando un Pastis. Uno scenario prevedibile, ma alla mia età non c’è nulla di più rassicurante di un cliché, pensavo, mentre ordinavo appunto il più prevedibile dei “petit noir et une tarte aux pommes” al cameriere dai capelli raccolti in un codino.
È stato a quel punto che l’ho vista.
E soltanto ora – anni dopo, come un somaro ripetente – so che quell’istante ha cambiato radicalmente il copione. Perché così accade: vedi una donna per la prima volta e il tuo corpo sa che da quel momento tutto sarà diverso.
Sedeva al lato opposto della sala, riflessa nello specchio che le stava alle spalle, amplificando all’infinito i capelli raccolti in una crocchia trafitta da una matita. Sulla nuca cadevano disordinate ciocche biondo cenere. Ho pensato fosse strano che anche lei si trovasse lì, gli altri erano andati al Sarah Bernhardt e chissà come noi invece eravamo finiti nel caffè di fronte, separati da un bosco di tavolini e da un invisibile diaframma, quasi che il caso mi avesse offerto in dono una posizione privilegiata.
Ci eravamo incrociati pochi minuti prima all’uscita degli artisti, un sorriso breve che non aveva oltrepassato il cameratismo gentile. Avevo ricambiato con un cenno del capo. I colleghi erano corsi al ristorante come formiche frettolose: quando sei in tournée il cibo sembra importare di più a noi artisti, come se il rintanarsi a piccoli gruppi – i fiati con i fiati, gli archi con gli archi, il percussionista da solo, come fosse un corpo estraneo – a fare casino mangiando con voracità da adolescenti, ci permettesse di assaporare qualcosa di simile all’amicizia. Ci vuole tempra per sopportarsi in una buca d’orchestra, un po’ come nelle famiglie numerose obbligate alla convivenza, e lo stare a tavola insieme diventa un terreno comune nel quale nascondere l’ipocrisia necessaria a tollerarsi l’un l’altro. Noi musicisti ci crogioliamo nel narcisismo, lo impone l’abito mentale – e non solo: non s ia mo forse ridicoli con quei frac e le marsine e i papillon? – di questa misteriosa professione, un modo per sopravvivere all’incertezza fra successi e sconfitte, che rende tutti più cattivi e poco inclini all’amicizia.
Spiarla senza essere visto era per me un’occasione insperata.
Ecco perché, nonostante fosse del tutto illogico, non mi sono alzato per chiederle se voleva sedere accanto a me.
In sottofondo – curioso, in una brasserie! – una voce di soprano evocava dolore e sensualità, un coro di bambini raccontava disperazione e io non ne riconoscevo l’autore. Suggestionato da quelle note ho immaginato di scriverle, consentendomi la schiettezza che appartiene alle lettere destinate a non essere mai spedite.
Erano due settimane che suonavamo insieme e quella era la nostra prima tournée. Lei era una violoncellista di fila, e da quanto ne sapevo aveva una ventina d’anni meno di me. Arduo avvicinarla anche solo con il pensiero: era così giovane, cosa se ne faceva di un quasi cinquantenne?
Di lei conoscevo la musicista. E lo sguardo nudo e devoto, le guance pallide, il naso piccolo dalle narici delicate. Ma i timidi si confessano attraverso le lettere, dunque anch’io scrivevo a quella giovane donna che, seduta a un tavolo poco distante dal mio, con le sopracciglia aggrottate per la concentrazione, leggeva un libro. Impossibile carpirne il titolo, impudente chiederne conto a lei che non poteva sapere del mio esercizio di scrittura.
Dasha,
quando manca poco più di un’ora al concerto ti scrivo con il pensiero, e mi sento ridicolo come un elefante davanti a un fiore. Fatico un poco a usare il termine “sconosciuta” con te, perché ho il sospetto che la definizione non corrisponda alla realtà dei fatti. Ci siamo scambiati poche parole, sguardi superficiali, segni di cordiale convivenza orchestrale. Ignoro tutto di te, così come tu continuerai probabilmente a ignorare chi io sia. C’è solo la musica fra noi, ma a essere sincero mi sono accorto che, quando ieri ti guardavo durante la prova, un disturbo si era localizzato in un punto vuoto all’altezza dello sterno, dandomi un senso di tenerezza mista ad angoscia che mi infastidiva. È accaduto mentre ricamavi sul tombolo della partitura col violoncello cavandoci un’aristocrazia musicale che mi aveva colpito e, lo ammetto, persino un po’ irritato, per quei pizzicati sinuosi e il melodiare pudico, come di qualcuno che non vuole esporsi. Non avevo prestato troppa attenzione a quel mio disturbo, così brusco da risultare insostenibile, e la sensazione se ne era andata così come era arrivata. Ma ieri sera, mentre ti spiavo – deliberatamente, stavolta – dietro le quinte, è accaduto di nuovo: il mio corpo ha perso ogni esitazione, il pensiero di te si è espanso quasi a voler occupare lo spazio che di solito non mi concedo che con la musica.
I miei incontri amorosi si sono per lo più interrotti sui crepacci dell’indifferenza in un eterno oscillare fra disillusione e speranza, un po’ come il vecchio Brahms, i cui fidanzamenti abortivano a un passo dal matrimonio. Di alcune donne incontrate non ricordo nemmeno il nome, anche se il sesso femminile è entrato di prepotenza nella mia vita quando – avrò avuto una quindicina d’anni – dopo settimane di apprensione e pensieri sconci nei suoi confronti, vidi per la prima volta una ragazza nuda dalla cinta in su, e scoprii che aveva un torace piatto, non molto diverso dal mio. Da quella prima delusione non mi sono fatto mancare niente, compresa una tormentata storia clandestina con una flautista, finita in pochi mesi per competizione artistica. Spesso le ragazze smettevano di interessarmi quando mi dicevano che mi amavano, facevo un pezzo di strada con qualcuna, poi divagavo, perdevo il passo e mi ritrovavo di nuovo solo. Quando una donna – si chiamava Elsa – mi disse che mi trovava di una bellezza rassicurante, lo presi come un complimento, ma dopo un mese se ne andò accusandomi di “eccessiva distrazione”. La fine di un amore mi è sempre sembrata uno spettacolo terribile. Forse per questo sono arrivato a quarantacinque anni collezionando storie più o meno fallimentari, fatte di fraintendimenti, attese, desideri, delusioni. In realtà ogni tanto ho pensato che mi sarebbe piaciuto soffrire davvero per amore, per sentirne l’effetto, ma solo il sesso ha sempre avuto un’importanza esagerata per me, è stato il sentiero accessibile per nascondermi, la possibilità di uscire da me stesso, ogni tanto.
Perché scrivo a te di queste mancanze? Perché so che non leggerai mai queste stupide confidenze, e in questo modo riesco a placare l’agitazione che provo per qualcosa che sembra compiersi a mia insaputa. Tu sei giovane, tanto più giovane di me. E magari sei piena di speranza. E innamorata. Cosa posso saperne io, rintanato a spiarti come un vecchio guardone in questo caffè del primo arrondissement? È che mi piace fantasticare che tu sia la donna giusta per me.
Infatuazione.
Innamoramento.
Amore?
Non ho mai saputo definire questa parola se non ridendo di me stesso. Almeno la metà dei musicisti dei quali studio ed eseguo la musica lo sbandierano come fonte di ispirazione delle loro composizioni, eppure per me resta una terra straniera e mi sono sempre sentito inadatto a pronunciarla. Quella parola io la suono, perché soltanto col violino in mano dimentico l’irritante sensazione di inadeguatezza che poso sulle corde da quasi quarant’anni. Magari sono diventato musicista perché non so parlare d’amore e nemmeno mantenere inalterata la sensazione che si prova nella meravigliosa inquietudine dell’innamoramento.
Ma cos’è quest’emozione che mi scuote mentre ti guardo? È desiderio? Questa sensazione di assoluta novità mi sorprende, mi si sta appiccicando addosso e io non ci posso fare niente perché mi ha già immobilizzato. Sul tuo volto leggo un sorriso malizioso adesso, in perfetta sincronia col mio pensiero, e mi piace illudermi che l’involontario movimento delle tue labbra contenga una promessa.
Un gruppo di ragazzi rumorosi aveva fatto irruzione nel nostro spazio privato interrompendo la mia lettera immaginaria, che è rimasta senza firma o riflessione finale. Quella brusca intrusione nell’incanto che la musica in sottofondo mi stava offrendo mi aveva irritato, ma lei sembrava non sentire gli schiamazzi e ha inclinato il capo come se stesse meditando sulle pagine. Conoscere il titolo del libro che assorbiva la sua attenzione mi sarebbe stato d’aiuto per comprendere i suoi gusti, saperne di più della sua personalità, dei suoi desideri, perché niente di straordinario leggevo sul suo volto: non un sentimento, non l’indizio di un pensiero, solo pura attitudine alla lettura. Guardandola più da vicino avrei potuto scoprire se quel sorriso, in bilico fra il morbido e il cauto, nascondesse un apatico dolore, ma, visto da lì, il suo corpo sembrava essere soltanto in attesa.
Divorata la torta alle mele, avevo ordinato un altro petit noir, come se consumare qualcosa mi legittimasse nel ruolo della spia. Dalla mia postazione la luce era già penombra, avevo la visuale libera e non riuscivo più a distogliermi dal suo viso così perfetto, come se la musica ne avesse sciolta ogni rigidità. Avvolgeva meccanicamente una ciocca di capelli intorno al dito, avevo pensato fosse un tic, così come immaginavo che il direttore d’orchestra – del quale continuavo a ignorare nome e nazionalità – sollevasse la bacchetta sulla melodia dell’adagio che risuonava basso nella brasserie. I suoi lineamenti incarnavano quel suono, mentre le dita dai capelli passavano a sfiorare le pagine del romanzo (o era un saggio?) come se lei, solo affondando nelle parole, riuscisse a fermare emozioni a stento trattenute. Poi aveva sollevato la mano e l’aveva portata alla fronte, si era coperta gli occhi con un palmo, infine aveva poggiato di nuovo le dita fra le pagine e, al...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. GLI INNOCENTI
  4. Primo movimento. ALLEGRO
  5. Secondo movimento. ANDANTE
  6. Terzo movimento. VIVACE NON TROPPO
  7. Ringraziamenti
  8. Copyright