Le ho uccise tutte finalmente.
Ho ucciso tutte le mie piante, aspettavo da mesi che morissero. Non le curavo e così mi illudevo di dimenticarle, invece erano sempre nella mia testa, un po’ secche e poco in forma, ma vive. Vive come se si nutrissero da sole, come se io non contassi niente per la loro sopravvivenza o la loro morte. Niente, nel bene e nel male.
Così oggi le ho uccise.
Mi sono svegliata di malumore, è vero. Mi faceva male ogni parte del corpo e mi sono accorta che stavo tremando dal freddo. Mi sono distesa supina nel letto, e dopo mi sono chiesta perché mi sentissi così male, perché mi sentissi così feroce.
Ho subito pensato di essermi svegliata da un’ubriacatura, ma non mi sembrava e così per accertarmene mi sono chiesta: ehi scema, che cazzo hai fatto ieri sera?
Mi sono presa un raffreddore.
E in quel momento mi è sprofondato il cuore.
Ho sbuffato, ho preso in mano il telefono e non era più che un pezzo di ghiaccio. Se si fosse sciolto nelle mie mani, andava bene lo stesso perché era vuoto e insapore e invece io speravo che contenesse qualcosa di dolcissimo.
La terrazza di Gianluca, ecco perché mi sono svegliata già triste, dolorante, arrabbiata.
Ci ero arrivata un po’ in ritardo.
Mi ero persa in preparativi inutili che avevano avuto l’esito di rallentare le mie decisioni, di farmi sentire così più insicura. Quasi triste.
Mi ero seduta sul letto, avevo contemplato a lungo l’armadio che non mi soddisfaceva mai. Poi ci avevo scavato dentro, l’avevo trasferito interamente sul letto, e lì avevo trovato qualcosa di decente. O almeno qualcosa che facesse vedere tutto.
Quando arrivai, entrai in una casa vuota. Non so chi mi aveva aperto la porta, non c’era nessuno all’ingresso e nessuno in giro. Mi affacciai un po’, e in cucina si muoveva qualcuno che però non mi vedeva o non faceva caso a me.
Una musica pronta da ballare arrivava attutita, e così capii che il rumore proveniva dalla terrazza. La musica era bella, su questo Gianluca non poteva sbagliare. E bello era anche tutto quel luccichio che riempiva ogni cosa e che mi fece guardare quella casa come se la vedessi per la prima volta, e mi fece soprattutto capire di aver sbagliato vestito e forse – e quindi – anche festa.
Eppure, anche se non sembrava la stessa di sempre, la casa era quella giusta. Lo sapevo con certezza perché lì dentro ci ero stata dieci volte facendo dieci volte l’amore in dieci angoli diversi. E mi ero divertita tantissimo.
«Ciao bella, vuoi mangiare qualcosa?»
Me lo chiese una donna stupenda quando misi piede in cucina. Lei era ai fornelli, ma tutto le brillava intorno come se si trovasse in una gioielleria: pentole, mestoli, bicchieri, caraffe dell’acqua. Tutto aveva un luccichio preciso, distinto dagli altri, e in ogni caso abbagliante.
E anche lei, quella donna, lei stessa era abbagliante. Ordinata e precisa, concentrata sul cocktail che stava preparando e non smetteva di mescolare, e nello stesso tempo anche affabile e attenta a me che evidentemente, come non mi capitava mai, avevo bisogno di qualcuno che mi prendesse per mano.
Volevo qualcosa?
Forse volevo solo andarmene.
«Bella, sei arrivata un po’ in ritardo ma è rimasta un sacco di roba. Se ti siedi in quell’angolo del tavolo ti porto qualcosa.»
A quel punto risposi più decisa che no, magari dopo, volevo salutare Gianluca, prima di tutto.
Mi chiamava bella in un tono difficile da decifrare, facevo fatica a capire se pensava davvero che fossi bella, oppure lo usava come un termine qualsiasi, una parola che aveva già assegnato a tutti gli altri corpi a lei sconosciuti che quella sera erano passati dalla cucina prima di aprire la porta della terrazza.
«Gianluca è fuori» disse mentre smetteva di mescolare e sorrideva, «questa però te la togli.»
Mi si avvicinò molto in fretta, e mi mise le mani addosso partendo dal colletto: sfilò la mia giacca – una specie di armatura – che nemmeno me ne accorsi. Ma mi vennero subito gli occhi lucidi, e con quelli non potei fare altro che guardarla mentre portava la mia giacca nella stanza più lontana. Sparì dalla mia vista in un momento.
Aprii la porta e la musica mi invase.
Iniziai a camminare per la terrazza enorme, alla ricerca di Gianluca. Non conoscevo nessuno. Presi da bere.
«Se questo è il primo, allora sei un po’ indietro» mi disse lui all’improvviso e poi prese un altro bicchiere di vino e me lo mise nell’altra mano. Gli sorrisi, perché soltanto a vederlo mi sentii subito bene.
Gianluca mi diede due baci sulla guancia, mi disse che se avevo fame potevo andare in cucina, che sua madre (quella donna bellissima e piena di luce sulla pelle, sua madre) avrebbe soddisfatto ogni mia voglia.
Disse proprio soddisfare ogni tua voglia.
Usava queste espressioni un po’ da scemo lui, ma poi se la cavava sempre perché queste cose le diceva ridendo, e allora capivo che la compostezza la usava per far ridere. Anche se io non ridevo.
Poi mi baciò di nuovo sulla guancia, su una sola, e mi disse: «Ci vediamo dopo».
Dopo quando? Dopo dove?
Me ne sono stata in giro sulla terrazza, sorridendo un po’ a tutti senza avvicinarmi a nessuno. E nessuno si è avvicinato a me. Ho appoggiato i due bicchieri di vino sul bordo della balaustra, bevendo un po’ da quello rosso e un po’ da quello bianco. Ho messo un piede su una rientranza, mi sono sporta appoggiando la pancia sulla pietra, e mantenendo quella posizione stupida ho bevuto prima dal bicchiere che avevo nella mano destra poi da quello che avevo nella mano sinistra. Mi sono sporta un po’ di più, e ho avuto voglia di sganciare i piedi da quella rientranza e restare davvero in bilico sulla pietra viva, la pancia scoperta a fare da centro di gravità.
Ma poi sono stata brava, sono rientrata, ho fatto un passo indietro, sono scattata di nuovo in piedi con un piccolo balzo, ho sorriso e mi sono voltata verso il pubblico che però, ancora una volta, non stava seguendo il mio spettacolo.
Mi sono scrollata dalla pelle le pietruzze che si erano attaccate al mio ventre, e sono tornata in cucina. Mi sono seduta sullo sgabello in quell’angolo del tavolo, quello che mi aveva indicato la mamma, e le mie gambe ballavano nel vuoto. Ero indecisa se aspettare ancora un po’ o svanire nel nulla senza nemmeno chiedere indietro la mia giacca.
«Lo sapevo che avevi fame. Ora mangi qualcosa e dopo puoi bere a volontà. Ma quanto sei bella?» mi disse la mamma.
A volontà.
Questa volta capii che ce l’aveva proprio con me perché mi fece anche una carezza.
E così, quella era sua madre. Era alta quanto me ma piena di curve, i capelli rossi e voluminosi e molto lunghi.
Aveva uno sguardo gentile e sveglio, quando si muoveva sembrava decisa, come se conoscesse ogni spigolo e ogni centimetro di quella cucina. Tutto quello spazio era suo, nonostante lei non abitasse lì.
Era tutto suo, e lei era potente.
Io tuo figlio lo amo tantissimo. Uno come lui non l’ho mai amato. E amo anche te, mamma, perché sei sua mamma e ora diventi anche un po’ la mia, eccetera eccetera.
Si avvicinò a me danzando, occupò tutto lo spazio non solo perché era grossa ma anche perché era lei. Mi porse un piatto pieno di cose buone, belle e calde.
«Tu sei Irene, vero?»
Annuii e poi ingoiai. Appoggiò i gomiti sul tavolo, e davanti a me fermò i suoi occhi e le sue tette giganti, e dentro di quelle mi venne subito voglia di mettere le mani.
«Gianluca mi ha parlato di te.»
«Davvero???»
Gianluca un giorno venne a sbattermi contro, mentre camminavamo in direzioni opposte. Io portavo sulle spalle uno zaino pesantissimo che mi sbilanciava. Non mi chiese scusa e non si accorse nemmeno che mi era arrivato addosso.
«Ehi! Ehi, ma che cazzo fai?» gli gridai. Ma lui non si fermò, non si girò, non mi sentì. Gli gridai ancora, ma niente. Gli dissi anche stronzo, ma niente.
Così lo seguii, e mi accorsi che andava contro tutti. Camminava al centro della strada, le spalle basse che cercava di infossare un po’, lo sguardo a terra che alzava solo ogni tanto per confermare a se stesso la direzione presa, il passo veloce e sicuro. Era alto, e occupava la strada con una potenza tale che sembrava che nella vita non facesse altro che camminare in mezzo alla via.
Sbatteva addosso alle persone, non si spostava mai per fare spazio, non deviava mai dalla linea retta che calpestava.
La gente si voltava indietro per lanciargli occhiate rabbiose, le ragazze come me erano le più attaccabili, andare a sbattere contro di lui non era una cosa da poco. Ti potevi fare male.
Quel pomeriggio lo seguii per tantissimo tempo, e mi scordai di tutto quello che avevo da fare.
Noi camminavamo, e le strade ci cambiavano intorno.
Piano piano iniziai ad avere la sensazione che mentre stavo dietro di lui – e riuscivo a guardargli le spalle e a volte uno spicchio di profilo se girava la testa – intorno a noi tutto si stesse trasformando. La mia città diventava più piccola, le strade si chiudevano e si avvicinavano l’una all’altra; gli alberi avevano foglie verdi e man mano che avanzavamo su viali sempre diversi, le foglie diventavano gialle e rosse e poi cadevano e i nostri corpi si facevano freddi e sopportavano poco il vento che lentamente si alzava sempre più forte, e il gelo che ci calava addosso. Le nostre scarpe si consumavano e noi camminavamo sempre più a fatica. E io imparavo se...