Carciofi alla giudia
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Carciofi alla giudia

  1. 276 pagine
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Carciofi alla giudia

Informazioni su questo libro

Rosamaria è una donna piena di risorse. Single impenitente, razionalista, illuminista, ha perseguito con determinazione le sue passioni, ha rifiutato di impiegarsi nell'azienda di famiglia ed è diventata regista teatrale, con tutta la fatica che ciò comporta in tempi di crisi e di tagli alla cultura. Uno dei suoi motti è: "troppa religione fa male, qualunque essa sia". Peccato che poi si sia innamorata di David, di famiglia ebraica tripolina osservante, da cui ora, a quarantadue anni, aspetta il piccolo Arturo. Rosamaria vive tra due fuochi: gli Shabbat e i pasti rigorosamente kasher con la famiglia del compagno e i pranzi domenicali molto romaneschi e tendenzialmente impuri preparati invece da sua madre, che, abituata ai modi spicci e all'autonomia della figlia, mal sopporta di vederla così arrendevole nei confronti del compagno. I Cecchiarelli e i Fellus formano loro malgrado una famiglia allargata chiassosa e impegnativa, nella quale Rosamaria – il neonato in braccio, la sceneggiatura di una nuova commedia in borsa – si muove con grazia e concretezza, senza prendersi mai troppo sul serio, cercando di rendere tutti quanti felici.

Sullo sfondo, la crisi economica ormai endemica che qualche anno prima ha portato al fallimento il mobilificio della famiglia Cecchiarelli. Da allora, il fratello maggiore di Rosamaria – forse responsabile del tracollo – ha fatto perdere le sue tracce, ma le ricerche continuano.

Da una giornalista di grande esperienza nonché drammaturga brillante, un romanzo straordinario, che, pur conquistando subito con i toni leggeri da commedia, mette in scena con efficacia la complessità, le tensioni e le contraddizioni dell'attualità, attraverso lo sguardo limpido e disincantato di Rosamaria, una protagonista femminile nella quale è un piacere identificarsi: una donna forte, intelligente, ironica, innamorata, capace di apprezzare tutti i piaceri della vita.

Elisabetta Fiorito, romana, laurea in inglese e master in giornalismo, è cronista parlamentare per Radio24-Il Sole 24 Ore. Ha svolto il praticantato in Canada, al "Corriere Canadese", ha lavorato all'Ansa, all'"Alto Adige", a Radio Capital. Professionista dal 1996, ha condotto programmi radiofonici come "La Quota Rosa", "Cartellone", "Summertime", "Ma cos'è questa estate". Per Radio24, si occupa anche di teatro ed è stata una delle vincitrici del premio Fersen per la drammaturgia nel 2016 con La vita segreta del re dei cannoni, un ritratto di Friedrich Alfred Von Krupp.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
eBook ISBN
9788852079658
Print ISBN
9788804674894
Parte seconda

TRA SOGNO E REALTÀ

Creazionismo e capitalismo

David non credeva ai suoi occhi. Appena sceso dall’aereo, avvertì un’energia diversa. Si guardava attorno per le strade di Tel Aviv e si rendeva conto che esistevano nazioni in cui il boom economico era in piena esplosione e Israele era una di queste. Aveva di fronte un Paese totalmente diverso da quello della sua infanzia e giovinezza. Negli anni Settanta e Ottanta Israele era indietro anni luce rispetto all’Italia, un Paese socialista che aveva appena iniziato il suo cammino verso l’industrializzazione. David quasi compativa i cugini o gli amici che erano emigrati in quella terra povera, mentre lui si godeva il capitalismo e il miracolo economico. A distanza di tempo, però, era lui lo sfortunato, l’Italia era diventata il fanalino di coda dell’Europa, Roma un incubo, soffocata dal traffico, con mezzi pubblici mal funzionanti; era impossibile muoversi quando pioveva, o quando le manifestazioni bloccavano la città, o peggio ancora il mercoledì, giorno delle udienze papali. Eppure, quando era arrivato dalla Libia, la Capitale era un luogo magico e misterioso, ed era questo che voleva raccontare al piccolo Arturo nel diario che stava scrivendo per lui.
È stato un privilegio essere adottato da Roma nel 1967, aver vissuto come in un film neorealista in bianco e nero. Quando usciamo di casa siamo sempre una banda, siamo tutti cugini ma nessuno lo sa. Saliamo su questi vecchi autobus verdi e neri, alteri e rumorosi, pagando al bigliettaio cinquanta lire per la corsa che per noi ragazzini è da capolinea a capolinea, per esplorare meglio la città. Fra un racconto e una battuta, fra uno scherzo e una litigata, i nostri occhi assorbono tutto. Immagini di una città eterna che si è dilatata dai ruderi delle colonne corinzie romane all’architettura razionalista del fascismo, passando per un mare di vie fatte di palazzine e palazzoni della ricostruzione postbellica.
In questi ultimi anni Sessanta, i monumenti non sono recintati, non ci sono barriere o cancellate, tutto è stato divelto venticinque anni fa dalla disperazione autarchica della dittatura in cerca di ferro per forgiare armi. Ora sono il simbolo della nostra libertà di bambini, e noi possiamo fantasticare guerre, giochi sugli scalini dove non sapevamo fosse stato assassinato Giulio Cesare, o correre a perdifiato nel portico ellittico del Colosseo fra mignotte e ubriachi, in quel gigantesco spartitraffico deserto che è diventato il magnifico monumento ormai annerito dallo smog.
Pier Paolo Pasolini si sarebbe divertito molto con noi, anche se non siamo i personaggi che sceglierebbe per un film o un romanzo. Non siamo proletari, non siamo ladruncoli e non siamo romani di borgata. Siamo tutt’altro, eppure siamo vestiti allo stesso modo, pantaloni e magliette lise passate dal fratello più grande al più piccolo man mano che si cresce. Facciamo tutto quello che fanno gli altri ragazzini di questa città, andiamo a scuola e poi abbiamo tanto, tanto tempo per giocare.
I nostri genitori ci lasciano liberi e noi prendiamo a piene mani la nostra libertà, rispettando però la regola di essere puntuali a pranzo e a cena (a dire la verità non è un grande sforzo, visto che abbiamo sempre fame e che come gatti torniamo sempre alla ciotola).
Questo incessante scorrazzare ci rende più curiosi, perché non si può essere indifferenti alla scenografia magnifica che abbiamo intorno. Come facciamo a non vedere dove stiamo giocando a pallone? Questo immenso circo assomiglia a quello del film Ben Hur visto al Cinema Reale sotto casa. È uno stimolo continuo che ti fa fare associazioni incredibili fra i racconti della gente, ciò che vedi in TV e ciò che leggi nei libri. E così impari la storia, ti accorgi che il Vittoriano, costruito dopo la Prima guerra mondiale, ha uno sfregio sull’ultima colonna fatto da un aereo “nemico”, come dice la targa commemorativa. Perché questa è una città di gloria e sconfitta, dove restano i segni sbiaditi di una vittoria che è sempre segnata da una vena di tristezza. Più studio a scuola e più me ne accorgo. Cresco con la nostalgia del passato che si legge nelle crepe dei palazzi e dei monumenti. Fra noi ragazzini ci chiediamo se gli americani siano amici o nemici, per noi non c’è dubbio, sono i Liberatori, sono quelli che hanno salvato i nostri genitori in Libia e i genitori dei nostri compagni a Roma.
Inizio a capire cosa sono quei numeri tatuati sul braccio della bidella. Quando glielo chiedo, leggo nei suoi occhi la paura della memoria, mentre cerca di rassicurarmi dicendomi che è il numero del telefono di casa, in caso si perda. Il dolore e l’orrore ci aiutano ad apprezzare il bello. Grazie a papà ho sempre vissuto nel bello. Bella è la nostra casa, che però non è stata sempre la stessa. Da quando siamo arrivati a Roma, la priorità di mio padre è stata quella di abitare vicino ai fratelli e alle sorelle e a una distanza percorribile a piedi dalla sinagoga. Il che ci ha portati a vivere, nei primi anni, vicino al ghetto tutti insieme, malgrado la comunità tripolina risiedesse soprattutto tra piazza Bologna e viale Libia, e ha consolidato e rafforzato la frequentazione con i cugini, rendendo marginale l’esigenza di fare amicizia con estranei. Noi ragazzi ci spostavamo da una casa all’altra ogni volta che ne avevamo desiderio, in un miscuglio di affetti e interessi suddivisi in gruppi di appartenenza, dal più piccolo al più grande. È così che siamo riusciti a mantenere in vita importanti tradizioni familiari come i sedarim di Rosh Hashanah e Pesach.
David rileggeva quelle righe scritte in fretta durante una pausa al negozio e pensava che non sarebbero state destinate soltanto ad Arturo. Era seduto al tavolino di un bar sulla spiaggia di Tel Aviv e non faceva altro che vedere benessere e ricchezza, malgrado l’incubo ricorrente della guerra; sorseggiava un tè alla menta, beveva moderatamente a differenza della sua compagna, aveva appena ordinato un’insalata di pollo e scrutava le masse di giovani che si riversavano in spiaggia allegre e piene di voglia di vivere. Aveva telefonato a Rosamaria, che era sempre più arrabbiata, e le aveva confermato che sarebbe rientrato subito dopo aver sbrigato l’inderogabile impegno prima della milah. All’ennesima insistenza di lei per capire di cosa si trattasse, le aveva detto chiaramente che la faccenda era molto, molto importante e che non gli andava di parlarne al telefono, anche se sapeva che la sua idiosincrasia telefonica la faceva impazzire. Anche perché – gli rimproverava – la usava solo quando pareva a lui, la mattina del colloquio con il rabbino l’aveva tempestata di chiamate. La cameriera abbronzata con fuseaux neri, maglietta fosforescente con la scritta dello stabilimento di Frishman Beach in evidenza e un sorriso da far invidia a qualsiasi pubblicità di dentifricio, gli portò l’insalata mentre una ragazza gli si parava davanti facendogli ombra.
Il sudore gli imperlò la fronte, David alzò gli occhi e non ebbe dubbi. Per un attimo il cuore si fermò: era lei, aveva i lineamenti di Yael, ma i colori erano i suoi, stessi occhi verdi e stessi capelli castani. Era accompagnata da Tamara, la donna che l’aveva presa in affido, con la quale aveva fissato precedentemente l’incontro e che gli rivolse la parola in un francese stentato.
«Prego, sedetevi» disse lui prontamente mentre spostava le sedie e le faceva accomodare al tavolino. In realtà, David avrebbe voluto mangiare in un ristorante del centro, a Ben Yehuda o a Dizengoff, più adatto a un incontro così cruciale, ma Tamara lo aveva colto alla sprovvista chiedendogli dove si trovasse in quel momento. Lui, da bravo italiano, era in spiaggia a godersi il tepore del sole, che al Circeo sarebbe arrivato solo dopo un paio di mesi. Tamara aveva subito risposto: «Allora ti raggiungiamo lì», senza possibilità di replica. David era disturbato dalla musica sudamericana di sottofondo, mentre piatti di calamari e gamberi venivano serviti insieme a vino bianco freddo dello Yarden e acqua San Pellegrino in cestelli di ghiaccio.
Ruth si sedette silenziosa, poi sussurrò un flebile «ciao». Tamara gli spiegò che parlava un po’ d’italiano che i nonni le avevano insegnato da piccola, ma per comprendersi meglio potevano ricorrere all’inglese o all’ebraico. David pensò che la faccenda si complicava alquanto, visto che lui non sapeva l’ebraico moderno, conosceva qualche preghiera in ebraico biblico, e parlava un inglese da autodidatta. Gli venne in mente che Rosamaria, quasi bilingue, gli sarebbe stata molto utile in quella circostanza.
Yael non gli aveva mai detto niente. Subito dopo la sua partenza dal kibbutz, aveva scoperto di essere incinta e aveva atteso invano il suo ritorno. I giorni passavano, lui non si faceva sentire, ma lei era certa che sarebbe tornato. Invece era successo il contrario, la pancia era cresciuta e il silenzio si era prolungato, fino a quando una sera gli aveva telefonato, ma Iolanda le aveva detto che era uscito e lui non aveva richiamato. A quel punto si era fatta forza e aveva deciso che non voleva vederlo mai più. David l’aveva richiamata nelle settimane successive, ma lei non si era mai fatta trovare. Non aveva rivelato nemmeno ai genitori chi era il padre della bambina e dopo un po’ i suoi avevano desistito, una conferma dello squilibrio interiore della figlia che non lasciava ben sperare.
Subito dopo il parto, Yael era rimasta nel kibbutz, ma poi era riuscita a sistemarsi a Bat Yam, vicino a Tel Aviv, con Ruth, figlia di padre ignoto. Di notte lavorava in un pub, di giorno si occupava della bambina, ma era fragile e stanca. I suoi l’aiutavano come potevano finché il padre si era ammalato ed era morto poco dopo e la madre l’aveva seguito quasi subito. I colpi della sorte avevano piegato Yael in modo inesorabile e la depressione era diventata la sua compagna di vita. Non riusciva più ad alzarsi dal letto ed era stata costretta a dare la piccola in affido a una famiglia ashkenazita di Tel Aviv. Tamara e il marito avevano altri due figli e Ruth viveva con loro dall’età di dieci anni, vedeva regolarmente la madre sempre più sconclusionata e persa nel suo mondo, fino a quando un ictus le aveva stroncato la vita ad appena quarantasei anni. Era stato allora che due buste, depositate dal notaio molti anni prima, erano state recapitate a David e a Ruth, ormai adolescente. Quella di Ruth conteneva il nome della persona che lei aveva sempre cercato nei suoi sogni. Fin da quando era bambina, aveva immaginato suo padre ora come un eroe di guerra, ora come un famoso artista, oppure un medico impegnato nella ricerca; ma soprattutto israeliano dalla testa ai piedi, preferibilmente ashkenazita, sabra e di una famiglia della prima ondata sionista.
Seduta a quel tavolo nello stabilimento balneare di Tel Aviv, che molto ricordava a David La Rambla di Maccarese, Ruth aveva davanti un padre che non avrebbe mai voluto. Era italiano di origine tripolina come i suoi nonni, che le parlavano in quella lingua musicale ma che non avevano mai vissuto in Italia e non conoscevano altro che pasta, pizza e qualche cartolina sbiadita della Roma anni Cinquanta. Era alto, magro, solo un po’ di pancetta dovuta all’età, aveva i suoi stessi occhi verdi, ma era pur sempre un sefardita dell...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CARCIOFI ALLA GIUDIA
  4. Parte prima. TROPPA RELIGIONE FA MALE
  5. Parte seconda. TRA SOGNO E REALTÀ
  6. Parte terza. DALL’ASCENSIONE ALL’ESPIAZIONE
  7. Epilogo. Un anno prima
  8. Ringraziamenti
  9. Glossario dei termini ebraici
  10. Copyright