I fiocchi di neve portati dal vento del nord danzavano nell’oscurità della sera.
Nello scendere dal taxi, l’uomo incespicò. Infagottato nel giubbotto d’ordinanza, un incaricato della sezione forense li stava aspettando davanti all’ingresso del commissariato. Sollecitati, si affrettarono a entrare nell’edificio.
Dopo aver attraversato lo spazio operativo degli agenti di turno, proseguirono nella penombra del corridoio e uscirono nel parcheggio riservato al personale, passando per una porta secondaria sul retro dell’edificio.
L’obitorio era quietamente rincantucciato in un angolo nascosto dell’area occupata dal commissariato. Si trattava di una specie di magazzino senza finestre. Il basso ronzio della ventola di aerazione rivelava che in quel momento lì era custodito un cadavere. Dopo aver aperto la porta, il tipo della forense si fece da parte con un discreto cenno del capo, a significare che avrebbe atteso lì.
Mikami Yoshinobu si era persino dimenticato di pregare.
I cardini cigolarono quando Mikami spinse la porta. Il cresolo gli arrivò agli occhi e alle narici. Sentì le dita di Minako affondargli nel gomito attraverso il panno del cappotto.
Una luce abbagliante scendeva dal soffitto. Sul lettino autoptico, che gli arrivava all’incirca ai fianchi, era steso un telo di plastica azzurro, su cui spiccava un rilievo dalla forma umana coperto da un lenzuolo bianco. Davanti a quel fagotto di stoffa di misura indefinita – troppo piccolo per essere un adulto, ma troppo grande per far pensare a un bambino –, Mikami esitò.
Ayumi…
Ringhiottì subito la parola: gli parve che chiamarlo con quel nome avrebbe fatto del cadavere il corpo di sua figlia.
Sollevò il tessuto bianco.
I capelli, la fronte, gli occhi chiusi, il naso, le labbra, il mento… Il volto esangue della ragazza venne allo scoperto.
L’aria congelata si mosse in un soffio, e Minako gli premette la fronte sulla spalla. Le dita che gli trafiggevano il gomito allentarono la presa.
Sollevando lo sguardo al soffitto, Mikami si lasciò sfuggire un profondo sospiro. Non fu necessario controllare i segni particolari del cadavere: il viaggio in Shinkansen, sul treno ad alta velocità, e in taxi dalla regione D era durato quattro ore; l’operazione di riconoscimento si concluse in pochi secondi.
Una ragazza si era suicidata, annegandosi. Appena ricevuta la notizia, si erano precipitati. Gli avevano detto di averla trovata poco dopo mezzogiorno in uno stagno lì vicino. I capelli castani erano ancora umidi. Doveva avere quindici, sedici anni, o forse un po’ di più. Non pareva fosse rimasta molto tempo sott’acqua: il volto non era tumefatto e conservava il profilo minuto dalle guance al mento e la bocca infantile che doveva avere da viva.
Che amara ironia. Forse il viso delicato di quella ragazza era quello che Ayumi avrebbe desiderato.
Erano trascorsi tre mesi ormai, ma ancora non riusciva a rivivere i suoi ricordi con distacco. Aveva sentito un rumore nella camera della figlia al primo piano. Un rumore violento, che sembrava sfondare il pavimento. Lo specchio era in pezzi. Ayumi era accovacciata in un angolo della stanza buia. Si colpiva il volto con i pugni, se lo premeva, se lo graffiava. “Non la voglio questa faccia. Voglio morire…”
Mikami giunse le mani in preghiera, rivolto al cadavere della ragazza.
Anche lei doveva avere dei genitori. La notte stessa, o forse l’indomani, i suoi familiari sarebbero stati costretti ad affrontare quella realtà, in quello stesso luogo.
«Usciamo.»
La sua voce era rauca, come se qualcosa di secco gli si fosse attaccato in gola.
Sua moglie Minako non gli fece nemmeno un cenno di assenso: appariva svuotata. I suoi grandi occhi spalancati sembravano biglie di vetro, prive di vita e di sentimenti. Non era la prima volta: in tre mesi avevano visto già due cadaveri di ragazzine più o meno coetanee di Ayumi.
Fuori aveva iniziato a nevischiare.
Tre figure umane espiravano nuvolette di fiato nel buio del parcheggio.
«Be’, è un grande sollievo…»
Il comandante della stazione di polizia, un bell’uomo dai tratti fini e dall’aria molto affabile, fece affiorare alle labbra un sorriso imbarazzato nel mostrare il proprio biglietto da visita. Indossava la divisa, anche se, a quell’ora, non doveva essere in servizio. Erano in divisa anche il direttore della sezione investigativa e il responsabile delle indagini in piedi al suo fianco. Senza dubbio si trattava di una premura nei suoi riguardi, nell’eventualità in cui si fosse accertato che si trattasse di sua figlia.
Mikami chinò profondamente il capo. «La ringrazio per avermi contattato.»
«Ma si figuri.» Il comandante si astenne dal continuare con un: “Siamo colleghi, no?”. Poi si spostò di lato, voltandosi verso l’edificio principale: «Prego, entrate a scaldarvi».
Mikami sentì dei colpetti sulla schiena. Girò lo sguardo e incontrò gli occhi imploranti di sua moglie Minako. Dicevano che voleva allontanarsi da lì il più presto possibile. Proprio come lui.
«È molto gentile, ma andiamo via subito. Abbiamo un treno da prendere.»
«Ma no. Fermatevi qui per stanotte: ho fatto anche predisporre un alloggio.»
«Le sono grato per il pensiero, ma rientriamo. Domani lavoro.»
Nel sentir parlare di lavoro, il capo del commissariato abbassò lo sguardo sul biglietto da visita che stringeva tra le mani: “Vicecommissario Mikami Yoshinobu. Funzionario ispettivo. Capo ufficio stampa. Segreteria della direzione amministrativa. Questura centrale della regione D”.
Sollevò lo sguardo con un piccolo sospiro.
«Non è facile avere a che fare con i giornalisti, vero?»
«Be’, in effetti…» rispose Mikami in tono vago.
Gli tornarono in mente i volti dei cronisti che aveva abbandonato in sala stampa. Erano nel pieno di una violenta discussione a proposito del contenuto dei comunicati della polizia, quando gli era arrivata la telefonata sul ritrovamento di una vittima di annegamento. Ma loro non erano al corrente dei suoi problemi familiari e, appena si era alzato senza dire una parola, lo avevano aggredito: “Non abbiamo ancora finito di parlare, no? Che fa, direttore, scappa?”.
«È molto tempo che lavora nell’ufficio stampa?»
Il comandante aveva un’espressione comprensiva. Di solito è il vicecommissario o il suo assistente a farsi carico della comunicazione con il territorio, ma nei piccoli presidi di provincia è il capo del commissariato a dover sostenere il fuoco di fila dei giornalisti.
«Dalla primavera scorsa. Anche se l’avevo già fatto un po’ da giovane.»
«È sempre stato nell’amministrazione?»
«No, ho lavorato a lungo come investigatore nella seconda sezione.»
Persino in un momento come quello, sentiva risorgere un certo orgoglio.
Il comandante annuì in modo ambiguo. Neppure in quel distaccamento di provincia dovevano esserci addetti stampa venuti dall’investigativa come lui.
«Però, persino i giornalisti ascoltano un po’ quello che si dice loro, quando a parlare è uno che d’indagini ne capisce, no?»
«Sarebbe bello se fosse così.»
«Be’, in realtà nemmeno qui da noi va così liscia. Sa, ci sono dei giornalisti che corrono a scrivere qualsiasi cosa» disse l’altro con una smorfia, prima di alzare il braccio nella direzione del garage, mantenendo la stessa espressione imbronciata. Alla vista delle luci che si accendevano nell’automobile nera del capo del commissariato, Mikami entrò in agitazione. Il taxi a cui aveva chiesto di aspettare era sparito. Ecco di nuovo i colpetti sulla schiena, ma questa volta non se la sentì di dire che avrebbe chiamato un taxi: sarebbe stato troppo sgarbato rifiutare anche quella gentilezza dai colleghi del posto.
La strada verso la stazione era immersa nel buio.
«Ecco, questo è lo stagno.» Un’oscurità ancora più profonda si allargava sulla destra dei finestrini, e subito il comandante, seduto accanto al posto di guida, aveva dato fiato alla bocca, come se non aspettasse che quel momento. «Certo che Internet è proprio un gran guaio. Esistono siti di cattivo gusto tipo “Top ten dei luoghi da suicidio” dove c’è anche questo stagno. Gli hanno dato uno strano nome, qualcosa tipo “stagno del Karma”.»
«Stagno del Karma?»
«A seconda della prospettiva da cui lo si guarda, può sembrare che abbia la forma di un cuore. Dicono che garantisca la felicità in amore nella prossima vita. Quella di oggi è già la quarta ragazza, e, di recente, una è arrivata apposta da Tōkyō. I giornali, poi, ci vanno a nozze a scrivere queste cose, ed è venuta perfino la televisione.»
«Bel problema per voi.»
«Davvero. È assurdo che scrivano articoli sui suicidi di persone qualsiasi. Se ne avessimo avuto il tempo, le avrei chiesto volentieri di insegnarmi qualche trucco su come affrontare i giornalisti.»
Il comandante continuava a parlare, come se temesse il silenzio, però non poteva certo aspettarsi una conversazione vivace. Mikami gli era grato per l’attenzione che dimostrava nei suoi confronti, ma le sue risposte si facevano sempre più laconiche e rare.
Si era trattato di un errore. Non era sua figlia, non era Ayumi. Eppure lui si sentiva oppresso esattamente come lo era durante il tragitto per arrivare fin lì. Preghi che non sia il cadavere di tua figlia, e sai che è come pregare che sia la figlia di qualcun altro. Al suo fianco, Minako non muoveva un muscolo. La spalla che sfiorava la sua gli sembrava più fragile che mai.
L’automobile girò a un incrocio. Abbagliante di luci, esattamente di fronte a loro, comparve la stazione dello Shinkansen. La piazza davanti all’edificio era ampia, punteggiata da diversi monumenti. C’erano poche persone. Una volta aveva sentito dire che si trattava di una stazione costruita per motivi politici, senza prendere in considerazione il numero dei possibili utenti.
«Rimanga pure in macchina, non è il caso che si bagni» si affrettò a dire Mikami. Aveva già iniziato ad aprire lo sportello al suo fianco, ma il comandante fu più rapido di lui a scendere dalla vettura. Era rosso in volto.
«Mi scusi per avervi fatto agitare con un’informazione non confermata. La statura e la posizione dei nei erano compatibili, e abbiamo pensato che forse… La prego di perdonarmi.»
«Non si preoccupi…»
Imbarazzato, Mikami sentì che l’altro gli afferrava la mano.
«Stia tranquillo. Sono certo che sua figlia stia bene. La troveremo. Duecentosessantamila dei nostri uomini se ne occupano ventiquattro ore su ventiquattro.»
Mikami seguì le luci posteriori dell’automobile a...