Leggimi tra vent'anni
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Leggimi tra vent'anni

  1. 252 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Leggimi tra vent'anni

Informazioni su questo libro

Quando è diventata mamma, Giorgia Lanzilli ha iniziato a tenere in rete un diario per custodire e condividere le proprie esperienze, e l'incredibile valanga di nuove emozioni che ha travolto le sue giornate. Il senso di inadeguatezza, le gioie e le difficoltà quotidiane, la sfida di essere mamma senza smettere di cercare la realizzazione professionale: riflessioni in cui centinaia di migliaia di mamme si sono identificate, dimostrando, ogni giorno di più, gratitudine e affetto nei confronti di Giorgia, capace di dar voce alle loro emozioni più profonde. Finalmente, questo seguitissimo diario virtuale è diventato un libro, che ripercorre le tappe fondamentali del diventare mamma e accoglie tante nuove riflessioni.

A rendere unico e speciale ciò che Giorgia scrive è la capacità di raccontare come la maternità - spesso percepita come un ostacolo all'autonomia e alla realizzazione femminile - sia piuttosto un'occasione straordinaria per conoscersi meglio e toccare i propri limiti, sensi di colpa e di inadeguatezza compresi, per scoprire in se stesse risorse che non si sospettava di possedere.

E Giorgia ci dice che per poterlo fare occorre coraggio. Il coraggio di scrivere, mettendo a nudo i propri sentimenti, il coraggio di parlare di quei momenti oscuri e difficili che non sono fuori di noi, ma da noi provengono - una reazione eccessiva, una voce troppo alzata, quella goccia di irritazione cha fa esplodere una giornata fatta di stanchezza - e proprio per questo sono così difficili da perdonare a noi stesse. Ma anche il coraggio di parlare di quell'amore che travolge, talmente intenso, talmente traboccante da fare persino male. E non ha paura di usare il linguaggio della dolcezza, della tenerezza, delle piccole cose di cui ogni giornata di una mamma è fatta dal momento in cui suo figlio vede il mondo per la prima volta, accanto a lei.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
Print ISBN
9788804676478
eBook ISBN
9788852080050

CRESCERE INSIEME

Quando Dalila è entrata nella sua fase del perché, e ha iniziato a fare domande continue su tutto ciò che le passava per la testa o davanti agli occhi, ho capito che io stavo entrando nella seconda fase della mia vita da mamma. Stavo crescendo con lei, e con Andrea.
Un giorno ha sbattuto contro un mobile, le ho dato un bacino sulla ferita e le ho detto che le sarebbe passato il dolore.
«Perché mi passa il dolore?»
«Perché la mamma sa fare le magie.»
«Perché la mamma sa fare le magie?»
«Perché la mamma è innamorata di voi, e quando si è innamorati si riesce a fare le magie.»
«Perché la mamma è innamorata di noi?»
«La mamma vi ama perché è facile amare le cose belle, e voi siete la cosa più bella del mondo. Voi siete il mio arcobaleno e il mio cielo sereno. Siete vento e aquiloni lontani. Siete aria, e albe e tramonti.
Siete una coccinella sul dito, e siete un campo di girasoli e il sole che ne sposta i petali.
Siete profumo di mare e scroscio di onde, e spuma sulla riva e gabbiani sugli scogli. Siete conchiglie, e pietre colorate, e rimbalzi sull’acqua.
Siete natura, e siete universo, siete parte di me, ma siete più grandi di me.
E vi amo perché insieme giochiamo, e ridiamo, e cresciamo piano piano sulle note dei vostri sorrisi. Vi amo perché sono per voi le mie parole più grandi, perché avete messo le ali alla mia voce, e avete liberato il mio cuore. Perché la mamma vi guarda e si scopre felice, ogni istante, e così orgogliosa di avervi regalato al mondo che vorrebbe dire a tutti che “questi bimbi li ho creati io”, perché voi siete una cosa buona, per questa Terra.»
Lei mi ha guardata incantata, come le avessi raccontato di castelli e di principesse, o di draghi e cavalieri, poi è tornata a giocare. L’ho osservata, così piccola e splendida, e mi sono domandata se poi davvero esistono parole giuste per descrivere l’amore di una mamma per i propri bimbi, per quella parte di te che cammina per il mondo ma che senti dentro nel profondo, che non ti abbandona mai, e che mai vorresti lasciare.
Mi sono domandata se esistono le parole giuste per riuscire a raccontare che i figli, semplicemente, sono il senso, puro e sublime, di questa nostra vita.
Il nostro letto è sempre affollato da mani e piedi e corpicini morbidi, che ci rotolano addosso, ci spingono, ci separano. Finché un giorno, senza rifletterci troppo, decido di provare di nuovo a farli dormire nella loro cameretta. Ho unito i loro lettini, abbiamo attaccato degli adesivi colorati, ho sistemato il mio cuscino tra i loro materassi e, al solito orario, siamo andati a letto, noi tre, come tutte le sere.
Mi sono sdraiata tra di loro, mentre sentivo mio marito che ridacchiava sul divano perché era convinto, come me, che sarebbe stato un altro inutile tentativo di qualche ora. Abbiamo cantato la nostra canzone, ci siamo fatti le ultime coccole della giornata e poi, nel silenzio di quel buio nuovo, si sono addormentati, sereni, pacifici e rilassati. Mi sono alzata e li ho osservati. Belli come sempre, perfetti come sempre, con quella sfumatura nuova nel loro sonno, quel non aver più bisogno di me per sognare, nel silenzio delle stelle.
Sono tornata in sala, ho trovato mio marito sorridente, con quello sguardo acceso dalla possibilità di dormire da soli, e due bicchieri di birra in mano. L’ho abbracciato, abbiamo riso, mi ha chiesto se ci credessi davvero che quella sarebbe stata la notte buona, gli ho risposto decisa “no” e poi abbiamo cominciato a raccontarci la nostra giornata. Ci siamo seduti sul divano, abbiamo iniziato una puntata della nostra serie tv, e mentre le immagini scorrevano io osservavo l’orologio, aspettando il momento in cui si sarebbero svegliati e li avrei portati di nuovo con me nel lettone. Niente.
Trascorsa la mezzanotte siamo andati a letto. Quella sensazione strana, quasi nuova e un po’ dimenticata di abbracciarci sul nostro letto, come non succedeva da oltre due anni. Quella posizione così naturale, così intima, così rassicurante, nella quale mi ero abbandonata tutte le notti prima che nascesse la nostra bimba. Eravamo io e Paolo, da soli, in quella stanza che improvvisamente mi è sembrata un vortice spaventoso e solitario. Lui rideva, sottovoce, intuendo il mio stato d’animo, avvertendo la mia impazienza, il mio sentirmi un po’ persa. Mi abbracciava, mi tranquillizzava: «Stanno benissimo, e sono anche più comodi». Ma io non riuscivo a resistere. Lui ha sospirato, mi ha dato un bacio sulla fronte e mi ha detto: «Vai da loro… solo per stanotte però!». Io non ci ho pensato un solo istante, gli ho dato il bacio della buonanotte e, mentre lui ripeteva a bassa voce: «Chissà se mia moglie si ricorderà di me prima o poi», io sono corsa in cameretta, mi sono sdraiata su quei piccoli letti, che mi lasciano i piedi fuori, tra il profumo dei capelli della mia bambina e la pelle di seta del mio bambino. Ho chiuso gli occhi, in pace, serena, sentendomi finalmente a casa, e mi sono addormentata.
Forse per qualcuno sono esagerata, forse per qualcuno dovrei sentirmi sollevata, forse qualcuno mi direbbe che “finalmente te li sei tolti dal letto”, forse per altri sono una mamma che non accetta il naturale corso della crescita. Forse è vero. O forse anche io, come un bambino, sto crescendo pian piano, con loro, mi sto abituando all’idea che lentamente, naturalmente, non saremo più un unico elemento, sto scoprendo, giorno dopo giorno, che lasciare le loro mani è più difficile per me che non per loro, sto accettando l’idea che i miei bambini saranno sempre un po’ meno miei e sempre un po’ più della loro vita.
E questo è un bene, lo so. Ma non adesso, non stanotte, che ho ancora così bisogno di loro.
C’è un momento nella vita di una mamma in cui ti rendi conto di essere vulnerabile, in cui realizzi di non essere invincibile.
E da quell’istante non sarai più la stessa: ti sembrerà strano guidare in autostrada e provare un leggero timore; ti sembrerà strano attraversare la strada con i tuoi bambini e guardare più di due volte a destra e sinistra; ti sembrerà strano organizzare le settimane aspettando quella visita medica.
La verità è che non sarai mai più il leone che eri, che pensavi di essere. Adesso hai paura. Paura che possa accadere qualcosa a loro, o a te, che sei così indispensabile per loro. E ti ritroverai a pensare più di una volta, nel cuore della notte, a cosa accadrebbe ai tuoi figli se dovessero restare senza di te… Sai che non c’è motivo, che è irrazionale, paranoico, eppure è un pensiero latente ma costante.
Questo tsunami emotivo è totale, disorientante e travolgente, e tu puoi solo accettare che tutte le corde dell’anima siano pizzicate, anche quelle più dolorose, perché solo così riesci a renderti conto di quanto deliziosi siano certi arpeggi.
La vita, come l’amore, ti bombarda di emozioni e tu non puoi fare altro che nutrirti della sua bellezza e dimenticare, o cercare di nascondere, quegli attimi più bui.
Tanto poi arriva la tua bambina, e quando le chiedi come si chiama quel peluche a forma di leone, lei ti risponde sicura. «Mamma.»
A scuola ti insegnano che non si smette mai di imparare, poi un giorno ti accorgi che il tuo maestro è un bambino.
Ho imparato filastrocche, canzoni e versi di animali strani, e ho capito che una mia faccia buffa può far scomparire i mostri da sotto il letto.
Ho imparato nomi di farmaci, creme e prodotti per il bagnetto, e ho capito che quando state male l’unica medicina che volete è la vostra mamma.
Ho imparato a fare le pulizie di notte, nel silenzio, e ho capito che una casa un po’ in disordine mi piace se posso trascorrere più tempo con voi.
Ho imparato a passare l’aspirapolvere tra una lavatrice e l’altra, e a cucinare con una mano sola. E ho capito che le intenzioni motivano più delle parole, perché non serve che qualcuno mi ricordi che “lo fanno tutte le mamme del mondo” ma è sufficiente che io vi guardi e mi convinca di voler essere la migliore mamma possibile per voi per trovare un’energia così nuova e potente.
Ho imparato il senso di colpa, perché sento spesso di non essere abbastanza per voi, di non dedicarvi il giusto tempo, di non educarvi nel giusto modo, ma ho capito che non devo essere troppo severa con me stessa, perché in fondo faccio del mio meglio per essere una brava mamma.
Ho imparato a credere in me stessa, nei miei sogni, perché un giorno voi possiate essere fieri di me, di ciò che sono diventata. E ho avviato la mia attività, ho scommesso su me stessa, ho lavorato ininterrottamente perché voglio essere felice e voglio sentirvi orgogliosi della vostra mamma.
Ho imparato che chiedere aiuto non è una sconfitta ma un atto di forza per superare le proprie debolezze. E che lasciarvi un pomeriggio con i nonni è un attimo di respiro per me, ma un grande regalo per voi e per loro.
Ho imparato che le difficoltà sono tutte superabili, che i problemi economici possono spaventare ma non piegare, che ridimensionare il proprio stile di vita è possibile, e che rinunciare a cene fuori e vestiti nuovi non è affatto doloroso. Ho capito che l’unica cosa che conta davvero è che voi stiate bene.
Ho imparato a essere felice per una margherita raccolta in un prato o per un palloncino gonfiato con l’elio, per le nostre corse in riva al mare al tramonto inseguendo i gabbiani, e per la colazione tutti insieme la domenica mattina.
Ho imparato a credere nel futuro, ad avere fiducia nella bontà delle persone, a sorridere quando qualcuno vi incrocia per strada e senza conoscervi risponde al vostro saluto ridendo. Ho capito che questo mondo ha davvero un senso adesso che ho voi qui con me.
Scoprire che la mia prima bimba sarebbe stata femmina mi è sembrata la giusta realizzazione della mia persona, come se non potesse essere altrimenti: io, che ammiro le sfumature femminili del mondo e amo la dolcezza, la spontaneità, la forza e la grandezza dell’essere donna, non potevo che dar vita a una bambina. Sapevo già cosa le avrei insegnato: l’avrei educata alla determinazione, alla dolcezza, alla sensibilità, all’indipendenza, all’ambizione, all’intraprendenza, e all’amore. Le avrei evitato i miei sbagli, i miei fallimenti, i miei amori inutili e le avrei insegnato ad amare il proprio corpo, e la propria anima.
Osservavo mia figlia e mi sentivo coraggiosa, e pronta alla vita.
Poi, un giorno, è arrivato Andrea. Io… con un maschietto! Proprio io che degli uomini non avevo mai capito granché e che vivevo nella convinzione che una donna potesse fare qualsiasi cosa meglio di un uomo! Ero terrorizzata, e smarrita. Mi chiedevo cosa avrei insegnato a quel bambino, cosa sarei diventata per lui, cosa avrebbe pensato di me, che esempio gli avrei dato, con quali parole sarei riuscita a confrontarmi con lui, in che modo avrei capito i suoi stati d’animo, così diversi dai miei, che uomo sarebbe diventato.
Non c’è stato un momento preciso in cui tutto è cambiato, semplicemente ogni giorno lo guardo e vedo una creatura così perfetta, radiosa e dolce che mi convinco che l’amore non può conoscere limitazioni, o paure. Lui è il mio punto di partenza, e il mio punto di arrivo, è la voglia di fare un passo indietro rispetto al mio mondo, di rimettere tutto in discussione, di credere in me stessa e nella mia capacità di aver qualcosa da trasmettere, a questo piccolo uomo. E voglio insegnargli il rispetto per le donne, e la fedeltà, quella vera, che ti fa desiderare di appartenere unicamente alla persona che ami. Voglio che anche lui cresca ambizioso, ma lontano dalla presunzione di credersi migliore di una donna solo perché uomo. Capace di ascoltare punti di vista differenti, e di riconoscere i propri sbagli.
E voglio che si possa girare orgoglioso verso di me quando, da uomo, mi lascerà la mano, felice, innamorato, sereno. Allora saprò di essere stata una brava mamma.
Una sera io e Dalila abbiamo litigato: lei faceva i capricci e io cercavo di applicare tutte quelle nozioni lette sui mille testi di psicologia per contrastare quelle prese di posizione. Ovviamente ha vinto il metodo della nonna “vai in punizione in camera tua”, in barba a tutti i manuali e alle mie convinzioni di “poterla calmare parlandole”.
Poi, di nascosto, sono andata a vedere cosa stesse facendo e l’ho trovata con una torretta di mattoncini colorati tra le mani, e sottovoce ripeteva: «Mamma, papà, io, Andrea, noi».
Non so se ho infranto l’ennesimo buon consiglio dell’ennesimo manuale, ma sono andata da lei e l’ho abbracciata, e baciata, e stretta forte forte. Perché è così pura, e immensa, da riuscire a vedere ciò che ama negli oggetti, e io voglio imparare da lei a conoscere il suo straordinario mondo. E, con lei, a migliorare il mio.
Una mattina, durante un incontro di lavoro, ho conosciuto una donna carismatica, intelligente e preparata. Raccontava la sua vita, e la voce era sicura, intonata al fervore degli occhi. L’ho osservata con ammirazione e ho ascoltato le sue esperienze lavorative cercando di ricavare suggerimenti e strategie da mettere in pratica nella piccola azienda che avevo avviato qualche mese prima, dopo aver ottenuto dei fondi regionali. L’ho ascoltata fino a quando, con lo stesso tono con cui aveva raccontato di promozioni e trasferte, ci ha detto di avere un figlio di trentadue anni, che non sente da undici anni e non sa dove sia. Le parole hanno continuato a scorrere e potevo ancora coglierne qualcuna attraverso quel muro di ghiaccio che si era formato tra me e lei, tanto da consentirmi di capire che suo figlio aveva fatto delle scelte lavorative e affettive da lei non condivise.
Dopo quell’incontro, per giorni, è riecheggiato dentro di me il suono di quell’indifferenza, che mi ha spaventata, e di quella lontananza, che mi ha straziata. Ho continuato a pensare che un bimbo lo si ama così tanto quando è piccolo, indifeso e innocente, e poi c’è la possibilità di veder svanire questo grande amore. E ho deciso che io non voglio. Io pretendo dalla mia vita che non sia così. Io non voglio perdere i miei figli, per nessuna ragione al mondo, per nessuna scelta non condivisa e per nessuna distanza fisica. Io voglio continuare ad ammirare le loro personalità crescere e definirsi, e voglio continuare a gioire per i loro progressi e voglio continuare a emozionarmi per i loro traguardi.
E ho capito che tutto quello che sto scrivendo in queste pagine non è per loro, ma per me. Non dovranno essere loro a leggere le parole di questa mamma quando saranno grandi, e non dovranno essere loro a capire quanto siano importanti per me. Queste parole sono per me perché voglio ricordare tutto questo amore quando anche loro saranno adulti, quando sarà forse più facile scontrarsi e forse più difficile comprendersi. Quando la vita, forse, si metterà di mezzo e sarà più complicato abbracciarsi. Quando non ci saranno più le coccole sul letto e i baci della buonanotte. Quando non correranno più da me per un graffio sul ginocchio e quando non basterò più per calmare un loro pianto. Quando non faremo più castelli di costruzioni e non guarderemo più le nuvole in cielo con i contorni dorati. Quando non li spingerò più sull’altalena, e quando non grideranno più “mamma, più forte!”. Quando non mi guarderanno più come fossi la più bella del mondo, e quando non accarezzeranno più i miei capelli per addormentarsi. Quando si innamoreranno, di chiunque vorranno, e penseranno di essere più felici lontano da me.
E spero mi aiutino a capire le loro scelte e, se non dovessi riuscirci, spero abbiano la pazienza di perdonarmi. Perché sono certa che li amerò per sempre, a prescindere da tutto, e che sarò sempre dalla loro parte ma un passo indietro, per guardare e ammirare il loro incedere sul mondo.
Abitiamo in un paese sul mare, dove l’estate arriva a maggio e i piedi si scoprono già ad aprile. È una zona, come tutte le località balneari, dove puoi incontrare gente al supermercato vestita solo di un pareo e, magari, intravederne il costume bagnato sotto.
Ma durante un pomeriggio assolato di luglio, scaldato da trenta gradi, mentre andavo a fare la spesa, ho visto una bimba di circa due anni seduta dentro un carrello. Indossava un cappello di lana e la sua mamma, imbarazzata, mentre cercava di nasconderla, ripeteva ad alta voce quante volte avesse già detto alla sua bimba di togliersi quel cappello, come se si sentisse in dovere di giustificare a chiunque l’abbigliamento di sua figlia. Quando le sono passata accanto mi ha guardato quasi mortificata, io le ho sorriso. Perché sapevo che quella mamma, a casa prima di uscire, le aveva già provate tutte per non far indossare la lana alla sua bambina.
L’anno prima, all’arrivo dell’estate, Dalila aveva quindici mesi e un amore sconsiderato per i suoi scarponcini invernali, e per le sue calze. L’anno prima ero io quella mamma che si sentiva in dovere di giustificare quelle scarpe agli occhi perplessi delle persone, perché la mia bimba non voleva rinunciarci. Per nessuna ragione.
Lei si rifiutava di entrare nei negozi di scarpe, categoricamente, e così abbiamo provato a comprarle dei sandaletti che potessero piacerle. Ma che fossero rosa, o con le farfalle, o con dei fiori colorati, poco importava. I suoi scarponcini invernali, consumati e anche un po’ stretti, erano insostituibili. Abbiamo allora deciso di nasconderli, di farle credere che fosse arrivata una fata e le avesse portato un altro paio di scarpe più belle e più comode, l’abbiamo lasciata scalza per giorni, le abbiamo lasciato i nuovi sandaletti tra i giochi cosicché potesse cominciare ad apprezzarli. Ho combattuto fino allo strenuo delle forze e della pazienza, ho chiesto consiglio al pediatra, alla mamma, alle amiche, ho letto articoli, forum, e tante altre tecniche le ho inventate da me. Inutile, tutto totalmente inutile.
Alla fine, tra i suoi pianti disperati ogni volta che si doveva uscire e il mio imbarazzo davanti alla m...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LEGGIMI TRA VENT’ANNI
  4. Io e lui
  5. Diventare mamma
  6. Crescere insieme
  7. Lo sconforto
  8. Ricordi
  9. Papà
  10. Il secondo bimbo
  11. Donna e mamma
  12. Cose difficili da spiegare ai bambini
  13. Alla me di un anno fa
  14. Ringraziamenti
  15. Copyright