Salone delle feste, h. 15.30
Bisognava proprio decidersi: chi sarebbe rimasto “tranquillo” nel salone e chi sarebbe andato in comune. I parenti della sposa erano troppo numerosi e tutti in municipio non ci sarebbero stati, anche perché il sindaco non era noto per la sua pazienza in circostanze del genere. Il suo predecessore (della Divers gauche) aveva semplicemente vietato i matrimoni di sabato, per risparmiare ai pacifici abitanti del centro i clacson, la musica raï e i bolidi con le bandiere verdi e bianche ai finestrini. Il sindaco aveva tolto il divieto, ma non esitava a usarlo come minaccia tutte le volte che una tribù esagitata scatenava il bordello nella casa della Repubblica.
Tra quelli che non avevano intenzione di muoversi, in prima fila seduta sulla sua cuscussiera, c’era la zia Zoulikha, che si sventagliava con la copia del giorno di “20 minutes”, a cui Ferhat aveva strappato la prima pagina che titolava: L’elezione del secolo. Il vecchio Ferhat indossava uno stravagante colbacco verderame che gli faceva sudare le orecchie. Uno dei suoi pronipoti aveva tentato di riportarlo alla ragione, ma non appena si affrontava l’argomento Ferhat svicolava contraendo il mento prima di biascicare qualche analisi riguardo agli ultimi sondaggi, con una voce calma e quasi professorale che nessuno gli conosceva.
Quel pomeriggio erano tutti un po’ strani: si diceva che gli invitati della famiglia della sposa fossero centinaia, e poi faceva troppo caldo per essere solo il 5 maggio. I risultati del primo turno avevano trasformato il paese in una pentola a pressione, e il cugino Raouf sembrava l’unica valvola in grado di impedire al coperchio di esplodere. Si spruzzava con il nebulizzatore digitando sul suo iPhone. La nonna lo guardava e non capiva, non capiva quella nuova razza umana che viveva per interposto schermo. Connesso al twitter di una maniaca dei sondaggi e alla non-stop di un sito di politica, Raouf si accendeva una sigaretta dietro l’altra commentando i pronostici elettorali che un collega, come lui gestore di un ristorante halal di Londra, postava sulla sua pagina Facebook.
Raouf, spesso elogiato per l’eleganza dei suoi gessati da mille euro, quel giorno indossava ancora la stessa maglietta dell’antivigilia con stampato il sorridente candidato socialista, una maglietta sformata perfettamente visibile sotto un blazer con le maniche arrotolate che lasciavano scoperti gli avambracci nervosi da businessman. Sembrava che a pulsargli nelle vene fosse il battito stesso della nazione.
Dopo avergli rimproverato di non aver indossato direttamente il vestito, la nonna non aveva più la forza né la voglia di rimproverare niente a nessuno. Troneggiava silenziosa nell’Audi scintillante di Raouf, che aveva acceso l’aria condizionata, ascoltando con orecchio distratto le canzoni cabile che facevano vibrare le altre auto agghindate. Appoggiò una gamba secca fuori dall’auto e perlustrò con lo sguardo il parcheggio semideserto dove vegetava la sua tribù.
A circa ottantacinque anni (nessuno conosceva la sua vera data di nascita), la nonna godeva di uno statuto particolare all’interno della famiglia: erano tutti terrorizzati da lei. Vedova da secoli, non la si era mai vista impietosirsi, intenerirsi o rivolgere una parola gentile a un essere umano che avesse oltrepassato la pubertà. Si ergeva al di sopra delle figlie, frivole e volubili, come l’incarnazione del Rimprovero, nutrito dalla sua straordinaria resistenza che dava insieme la sensazione che avesse stretto un patto con il diavolo e la certezza che le avrebbe seppellite tutte quante.
Nell’attesa, i DJ iniziarono a fare le prove nel salone e la nonna tornò nel silenzio ovattato dell’Audi.
«Come mai siete già qui?» chiese il responsabile della musica a Raouf.
«Era per avere una base d’appoggio» rispose Raouf senza prendersi il disturbo di togliere l’auricolare. «Prima di andare in comune. Ma stiamo per partire, aspettiamo che ci siano tutti.»
Il tizio non sembrava convinto. Aveva dell’insalata tra i denti, i denti troppo grandi e puzzava di cipolla.
«Siete i parenti dello sposo, giusto? Senta, dovreste spegnere la musica nelle auto se non vi spiace. Ci hanno detto di non disturbare troppo il vicinato prima di questa sera. E la signora, lì, con la cuscussiera?»
«Eh? Cosa?»
«Credevo ci pensasse il catering.»
Raouf non seppe cosa rispondere. Gli mostrò mogio mogio i palmi delle mani e si girò verso la zia Zoulikha, venerabile damigiana di carne rosa scuro, stoica e immacolata, che inspirava ed espirava con impegno sotto un castagno i cui rami pieni di germogli non la tenevano al riparo dalla canicola.
Altre tre zie scalpitavano nella minuscola ombra di un pioppo parlando della sorella minore, la problematica Rachida, mentre Dounia, la madre dello sposo, passava da un gruppo all’altro preoccupandosi del fatto che nessuno sembrava deciso a spostarsi in comune.
«Ci saranno solo quelli della loro famiglia» si lamentava agitando la veletta bianca e il cellulare. «Wollah che vergogna, non sta bene… E Fouad!» esclamò pensando improvvisamente all’altro suo figlio che arrivava da Parigi per fare da testimone al fratello. «Non riesco nemmeno a contattare Fouad!»
Lo zio Bouzid si tolse il berretto per detergersi il cranio pelato. Aveva una strana calvizie, instabile e muscolosa, attraversata da parte a parte da una vena la cui sporgenza in genere tradiva l’imminenza di un accesso d’ira:
«Su, calmati Dounia. In comune inizieranno tra un’ora e non è ancora arrivato nemmeno Slim! Siamo tutti qui, no? Eri preoccupata e siamo tutti qui un’ora prima, su, tranquilla! Tranquilla!» quasi urlò, prima di aggiungere con un mezzo sorriso: «E poi cosa credi, che impediranno alla madre dello sposo di entrare? Non è mica una discoteca! Ah, ah, spiacenti, è una festa privata. Fidati. Coraggio, vai a chiacchierare un po’ con Rab’, è tutta sola, poverina».
Rabia stava parlando al telefono, arrotolandosi i riccioli attorno alle dita e scoppiando a ridere come una ragazzina. Era una giovane mamma. Suo figlio maggiore aveva diciotto anni, lei quaranta. Riattaccò per chiamarlo. Lui non rispose. Rabia raggiunse la piccola folla di cognati che discutevano di meccanica, elezioni presidenziali e risultati delle corse sgridando di tanto in tanto le mogli che a loro volta sgridavano la loro marmaglia sovreccitata.
E poi proprio in fondo, dietro alla palestra dove le persone sarebbero andate a votare il giorno dopo, lontano dal raï e dai pettegolezzi, c’era Krim. Krim con il suo sguardo assonnato, Krim con le sue sopracciglia compatte, testarde, ostili, Krim con i suoi zigomi stranamente piatti che lo facevano sembrare, lo dicevano tutti, un cinesino.
Appoggiato al pannello elettorale con solo due manifesti, sfregava un accendino d’argento sulla banda fluorescente della tuta quando sua madre, Rabia, lo raggiunse per chiedergli perché non rispondeva al telefono e soprattutto se aveva intenzione di andare in comune. Ficcò in tasca l’accendino e si strinse nelle spalle evitando di incrociare il suo sguardo.
«Non lo so.»
«In che senso non lo so? Che diavolo stai facendo qui? Ti sei rimesso a fumare hashish? Fammi vedere gli occhi… Mi avevi giurato che avevi smesso, questo cosa significa? Non ci si può proprio fidare di te. Sei stato tu a disegnare i baffetti di Hitler a Sarkozy? Guardami, sei stato tu?»
«Ma no che non sono stato io.»
«Ah, bene, allora vieni?»
«Ma non lo so» fece Krim, «ti ho detto che non lo so.»
«Vabbè, se non lo sai vuol dire che non vieni. Non vuoi supportare tuo cugino in comune? Comunque non hai scelta! Che cosa ti costa supportarlo?»
«Ma di che parli?» si agitò Krim. «“Supportare tuo cugino”, neanche fosse una guerra. E poi perché mi aggredisci?»
Rabia distolse lo sguardo dal cellulare e afferrò la mano del figlio trascinandolo verso la porta degli spogliatoi. Era stata aperta dal responsabile del complesso che doveva metterci uno stock di sedie. Rabia si diresse direttamente verso le docce e minacciò suo figlio alzando la voce:
«Krim, non cominciare con i tuoi salamelecchi. Non oggi, ti avviso.»
«Ma dài, ti devi far curare. E poi salamelecchi non si dice…»
«Cosa?» disse lei con gli occhi costantemente strabuzzati.
«Lascia perdere.»
«Comunque è colpa mia, se fossi stata una madre orribile mi leccheresti i piedi. Reddem le rehl g’ddunit, ben mi sta. Troppo buona troppo cogliona, la solita. E va bene, chai, così imparo…»
Consultò per la decima volta nel giro di cinque minuti la lista degli ultimi messaggi ricevuti. Pur avendo solo quarant’anni, il cellulare rimaneva per lei un oggetto misterioso, che maneggiava con timore, le dita rigide, perpendicolari alla tastiera, e tutta concentrata sul premere il tasto giusto. Sollevò quella sua testolina riccioluta sul figlio. Tutti quegli anni passati a occuparsi dei “piccolini” negli asili nido municipali avevano impedito al suo sguardo e alla sua voce di posarsi seriamente sulle cose. Era instabile, volubile, infantile. Sembrava una di quelle ragazzine con le fossette e gli occhi enormi che disegnava tutto il giorno con i bambini che la adoravano quasi loro malgrado, perché lei non aveva mai smesso di essere una di loro.
«Dài tesoro, allora vieni con noi, eh?»
«Ma che stress! Che stress! Mi stai stressando, lo capisci?»
«Giurami che smetterai con l’erba» insistette lei supplichevole. «Fallo per tua sorella, se non vuoi farlo per tuo padre fallo per tua sorella.»
«Va bene, ho capito.»
«Dove credi che ti porterà questo…»
«Basta!»
«Aveva ragione papà: ti stai trasformando in un asino, come Pinocchio.»
«Ho detto va bene» urlò Krim, «va bene!»
Dopodiché cercò con lo sguardo, con le spalle, con le mani, con tutto il suo corpo in tensione la porta più vicina.
Rabia insisteva sull’andare in comune perché Krim (Abdelkrim per l’esattezza) era il secondo testimone dello sposo, ma soprattutto perché, dei suoi dodici cugini di primo grado, era quello a cui era stato più vicino. Rabia e Dounia, le loro madri, erano le migliori amiche del mondo, sorelle di sangue e di destino (matrimonio d’amore, vedovanza precoce), e malgrado le due classi di differenza e le loro vite sempre più distanti, Slim e Krim erano stati inseparabili. Un tempo si erano dati i soprannomi di Mohammed e Hardy i due bicotsa di Saint-Christophe, essendo bicot, o meglio essendo stato, il termine preferito di Slim, che lo aveva sentito usare da uno zio ma ne aveva esteso a tal punto l’uso che aveva finito per non significare più nulla di preciso: guarda quel bicot che corre, quei biondini alla fine sono dei bicots, ehi, cos’è quel bicot che hai sulla scarpa?
Insieme avevano sperimentato tutto: le battute di caccia all’uomo nel quartiere della nonna, i barbecue selvaggi in cui i loro padri si giocavano le date di nascita come tris alle corse di cavalli, i minacciosi “ti aspetto fuori” che li facevano camminare fianco a fianco alle cinque del pomeriggio, con il mento sollevato come protagonisti di un film western, e poi il parquet inchiodato del minuscolo ufficio del preside, i matrimoni dove tormentavano la cuginetta più piccola e infine e soprattutto l’odore dei pini del campo estivo ai piedi dei quali urinavano studiandosi i piselli senza prepuzio.
Slim non avrebbe mai dimenticato il giorno in cui Krim aveva urlato nello spogliatoio per annunciare prove alla mano che aveva finalmente il suo cazzo da uomo:
«Eh, sarebbe questo il tuo cazzo da uomo?»
«Dài, fammi vedere il tuo.»
«Eh, se ti mostro il mio uccello svieni.»
Ma Krim non stava già più ascoltando, affascinato dai suoi lunghi peli arricciati, che quasi poteva contare attorno a quel nuovo sesso olivastro e di taglia effettivamente considerevole.
Abdelkrim, che avevano chiamato Krim o Krikri senza farsi domande fino al momento in cui la pubertà, fata giunta per lui in anticipo e di una prodigalità un po’ losca, aveva raddoppiato il volume dei suoi avambracci e disegnato una peluria minacciosa sul suo labbro superiore. Dopo di che, tutto era andato decisamente storto.
Alla fine delle medie lo avevano orientato verso gli studi tecnici, sulla base – avevano spiegato in consiglio di classe e ai suoi genitori – non dei risultati ottenuti nelle materie tecniche, appena meno mediocri degli altri, ma dell’interesse che sembrava manifestare per il funzionamento delle macchine. Gli stavano indicando la sua strada, d’altro canto era stupido, e a dirla tutta criminale, continuare a screditare il lavoro manuale, eccetera eccetera. Lo stesso discorso fatto alle sue zie trent’anni prima, costrette ad andare alle scuole professionali. Una generazione per nulla.
La sua nuova scuola era fuori mano e deprimente dal punto di vista architettonico: una colonna di cement...