Ho diciott’anni, e sono a Londra per la prima volta. Sono in viaggio con due amici, Tano e Maurizio, che noi chiamiamo Johnny, uno dei primi ad avere la macchina, tanto che anni dopo, per ringraziarlo, ho iniziato una canzone con “Ho lasciato Johnny pieno di benzina”. Il padre di Tano ci aveva dato dei preservativi che non sarebbero stati usati. Li abbiamo lasciati in albergo per far loro immaginare chissà quali avventure. In realtà non abbiamo combinato molto: si andava in giro a vedere Piccadilly, la Tower, Carnaby Street e King’s Cross con la sensazione che, in quello scorcio di anni ’70, stessero succedendo cose interessanti ma che non fossero per noi. Era come partecipare a una caccia al tesoro senza avere le informazioni giuste.
Il nostro inglese scolastico si scontrava con un muro di “I don’t understand”, le ragazze sembravano tutte meravigliosamente disinibite, un piatto prelibato destinato ad altri.
In questi casi, come sempre, gli avvenimenti migliori arrivano l’ultima sera, poche ore prima di partire.
Avevamo fatto amicizia con un ragazzo di origine italiana che faceva il cameriere nel nostro albergo. Fu lui a darci l’informazione giusta: dopo cena, nel salone a pianterreno, ci sarebbe stata una festa. La sua patriottica solidarietà lo convinse ad accettare le nostre suppliche, così, quando la sala fu sufficientemente piena, ci fece passare dalle cucine introducendoci al party.
Forti del fatto che ognuno di loro avrebbe pensato che eravamo amici di qualcun altro, ci lanciammo in pista.
Non sapevo ancora che molte delle mie gesta notturne si sarebbero svolte nelle discoteche di tutto il mondo: curioso, visto che le discoteche mi hanno sempre messo a disagio e che, come quasi tutti gli uomini, odio ballare. Ma è così che va, sono convinto che se alle donne fossero piaciuti, che so, i giochi di prestigio, oggi avremmo molte generazioni di maghi e illusionisti.
E poi ho sempre detestato la disco music. Sono stato punito, visto che, ascoltati oggi, i musicisti che allora disprezzavo (KC and The Sunshine Band, Sylvester, Donna Summer e tanti altri) mi sembrano dei giganti di estro e creatività… non potevo sapere quanta merda avrei dovuto sorbirmi nel millennio successivo, accendendo la radio o ascoltando dal backstage qualche povero di spirito che, precedendomi o seguendomi, si sarebbe esibito in qualche festival o kermesse canora…
In quel momento, però, contava solo la nostra voglia di far parte, anche se in modo più che marginale, di una Swinging London che non aveva certo bisogno di noi e delle nostre tempeste ormonali.
I più giovani sorrideranno, ma in quegli anni il momento più atteso nelle discoteche di tutto il globo erano i lenti, ultimo approdo per i timidi, incapaci di approcciare una ragazza in un’altra maniera: le luci si abbassavano, bisognava fare un bel respiro, assumere una postura dignitosa, avvicinarsi sorridendo a una ragazza e chiederle di ballare. Uno dei ricordi peggiori di quegli anni erano i rifiuti: quando succedeva (e succedeva), bisognava nascondere la propria mortificazione e tornarsene sui propri passi, sicuri di essere guardati da tutti. Dunque, meno si sbagliava e meglio era. La mia strategia, da subito, era quella di considerare che le probabilità di un diniego erano direttamente proporzionali alla bellezza della ragazza. Quindi, meglio essere cauti e tenere un basso profilo… Così quella sera, dopo aver atteso una ventina di secondi, mi avvicinai a una tipa piuttosto insignificante. Mi ricordo dei capelli ricci, scuri, un vestito elegante e un naso quantomeno importante. Dopo avermi squadrato si alzò senza entusiasmo, mettendomi le mani sulle spalle con l’aria di chi sperava in qualcosa di meglio.
Suonavano Barry White. Vale per lui lo stesso discorso di prima: oggi lo rivaluto, allora mi sembrava uno stucchevole cazzone. Nel mio inglese ridicolo pensai alla domanda più banale e «Cosa fai nella vita?» fu la frase più originale che mi venne in mente. Mi rispose qualcosa che non capii, e speravo che chiudesse con un “And you?”. Non lo fece. Decisi di giocarmi ugualmente il mio asso nella manica, tutto sommato in Italia funzionava, almeno come inizio di conversazione: «I’m a musician». Silenzio. La canzone stava finendo: cercai di rincarare la dose. «Maybe one day someone will dance with one of my songs.»
Quello che cercavo di dire era: “Un giorno forse avrò anch’io il mio posto nel mondo”.
La sua testa di cazzo rimase immobile, guardando un punto nel vuoto.
«I don’t think so.»
Da quel giorno la rabbia sarebbe stata il grande motore della mia vita.
L’ho scritto in una canzone e ne sono convinto: tutto quello che ci succede ci cambia, modella il nostro carattere, ci indurisce o ci rende vulnerabili: ogni evento ci condiziona. Il DNA sarà anche un elemento importante, ma viene dopo i fatti e le esperienze.
Quando diciamo “È uguale a suo padre” o “Ha lo stesso sguardo del fratello” non sappiamo quanto le somiglianze siano dovute al patrimonio genetico e quanto all’ambiente nel quale si vive: a parte la fisionomia, la lunghezza del naso o la corporatura, ci sono tanti modi di assomigliarsi. Io credo che se il figlio di un pittore dipinge quadri bellissimi non sia per una questione di geni. È che vivere tra i colori e le tele può portarti a sviluppare quella passione, e questo vale per molte altre attitudini.
A grandi linee ci sono due modi di reagire agli stimoli della famiglia: la simbiosi e il contrasto. Chi ha un genitore alcolista, per esempio, diventerà a sua volta alcolista o passerà la vita senza bere neanche un goccio di vino. Difficilmente sarà un bevitore moderato.
Non sono mai andato in psicoterapia, e non perché non abbia avuto momenti di disperazione, ma perché ho sempre esorcizzato i miei fantasmi scaraventandoli nelle canzoni e nei libri. Però ho sempre seguito la massima “Conosci te stesso”. Per farlo bisogna avere pazienza, coraggio e saper essere onesti, senza voler aprire per forza tutte le porte che abbiamo nell’anima: basta saper leggere nel proprio vissuto. Scrivere è fondamentale, può salvarti la vita. Ogni volta che ho messo un pensiero su un foglio bianco ho scoperto qualcosa di me. È un’attività che può dare molto piacere, a prescindere dai risultati. Si può sfiorare il benessere interiore anche se non si sta lavorando a Guerra e pace. Pure leggere è importante, perché alcuni giganti immortali della letteratura sono capaci di entrare nell’animo umano e illuminarci: spesso ho avuto la sensazione che gente come Dostoevskij, Svevo, Shakespeare o Simenon (la lista è molto lunga) mi conoscesse meglio di quanto mi conoscessi io.
Scrivere di sé è ovviamente molto complicato, perché è difficile dire la verità, visto che la verità ha cento volti e mille interpretazioni. Può essere sufficiente concentrarsi sui fatti: le spiegazioni si modificano nel tempo e un episodio della vita cambia a seconda di come, e quando, lo guardi.
Sono usciti parecchi libri che hanno cercato di raccontare la mia vita, e ad alcuni ho anche collaborato indirettamente. Mettersi davanti a un foglio bianco e raccontare la mia storia è un’altra cosa: bisogna aspettare il momento giusto.
Quando meno te lo aspetti il segnale arriva.
Stavolta ci siamo.
Forse l’approssimarsi di un traguardo che da ragazzo mi sembrava una pura astrazione, i sessant’anni, mi ha spinto a riflettere su come ero e come sono, e sul perché, senza rendermene conto, sono diventato ciò che sono. Tante cose, nel tempo, sono cambiate, ma tante sono rimaste uguali.
Sono sicuro che scrivere mi aiuterà a conoscermi e mi farà star bene: mi fermerò quando mi renderò conto di non avere il distacco necessario per continuare.
Però bisogna andare con ordine, e partire dal principio.
Scuola elementare maschile Carlo Pisacane. Le bambine, via Goldoni. Stesso fabbricato. Eravamo separati da un dedalo di corridoi, le colonne d’Ercole della nostra infanzia. Noi grembiule nero, loro bianco, fiocco azzurro per tutti. Io ero il più piccolo, perché a cinque anni sapevo già leggere e facevo un sacco di domande, e così i miei avevano deciso di anticipare di un anno il mio ingresso nel mondo dell’apprendimento.
Tutto era delegato a un solo maestro, o, più probabilmente, a una maestra. La mia si chiamava Ada Sala. Ai miei occhi era vecchissima. Con i capelli candidi e il grembiule grigio, sembrava erede di ataviche fatiche. Le sue mani affusolate si tormentavano di continuo e diffondeva un profumo di sapone che riconoscerei anche in questo momento, forse perché non l’ho mai più sentito.
L’unica famiglia che aveva eravamo noi bambini. Ci conosceva a fondo e non nascondeva un senso di perenne sofferenza che si accentuava ogni volta che uno di noi la deludeva. Era la rappresentazione tangibile della nostra coscienza, del nostro desiderio di approvazione fuori dai confini di casa.
Era religiosissima, fiera di appartenere a una squadra per la quale bisognava faticare e combattere, sempre sotto gli occhi di un “allenatore”, Dio, con il quale era sicura di essere in stretto contatto.
In quei tempi il concetto educativo era quello del bastone e della carota: quando qualcuno superava i limiti la maestra si alzava dalla cattedra e partiva in direzione del malcapitato. Il colpevole, conscio del pericolo, si chiudeva a riccio, la faccia premuta sul banco e le mani sulla testa per proteggersi dalla gragnuola di pugni e schiaffi che si abbatteva su schiena e nuca. Era così per tutti, in ogni classe, e allora non c’erano telecamere nascoste a documentare “la scuola degli orrori”, né genitori iperprotettivi: non era il caso di raccontare episodi del genere a casa, il rischio era di veder raddoppiare la dose di sberle tra le mura domestiche.
Eppure si cresceva benissimo, senza traumi, con un assioma che ci sarebbe servito negli anni a venire: quando sbagli paghi. E il conto che ti presenta la vita per i tuoi errori è molto più difficile da incassare rispetto alle sacrosante botte date da quelle fragili mani ossute! Anche perché ciò che ci veniva trasmesso era principalmente il senso di colpa per non essere stati all’altezza delle aspettative – nostre, della scuola e dei nostri cari –, ma soprattutto di aver deluso LUI, il Dio che tutto sa, tutto vede, tutto conosce, tutto giudica.
In quest’ottica le preghiere erano un buon viatico per garantirsi un occhio di riguardo nei momenti di debolezza. Ed erano proprio le preghiere a scandire la mattinata: si partiva con un pateravegloria appena entrati in classe (non si faceva l’appello, le bastava un colpo d’occhio per capire chi mancava della nidiata e segnare il nome sul registro rivestito di antica pelle scura). Prima dell’intervallo, ancora un giro completo di orazioni, alle quali seguiva la frase “fate pure la merendina”. Alle 12.30 suonava la campana. Era finita. Ma la gioia che esplodeva nel petto di noi bambini doveva essere subito mortificata dalle formalità: tutti i giorni, per cinque anni, lo stesso rito, le stesse frasi nello stesso ordine.
«Mettete i libri e i quaderni nella cartella.»
Fatto.
«In piedi.»
Fatto in un attimo.
«Diciamo le preghierine.»
Si levava un coro cantilenante e cadenzato che trasudava impazienza.
Poi la maestra raggiungeva la porta della classe, la apriva con un gesto di solenne rammarico, rassegnata a perderci per quasi venti ore, e ci guardava senza sorridere.
«Mettetevi in fila per due.»
Fuori la vita ci aspettava.
Via Morelli è una lingua di asfalto (una volta di pavé) che unisce viale Piave a viale Majno. Da quando avevo cinque anni fino agli undici ho abitato lì, al numero 4. Era un appartamento enorme, che un tempo doveva essere stato meraviglioso. Mio padre ci aveva sempre vissuto, lo aveva lasciato dopo il matrimonio, così io ho passato i primi due anni di vita in via Brocchi, poi in via Zanella, quindi sono tornato in quella cattedrale abbandonata: trecento metri quadri inutilizzabili suddivisi in stanze piene di mobili, cornici con o senza tele, libri e oggetti per me misteriosi. Man mano che mio padre vendeva le sue proprietà tutto finiva in quelle grandi stanze nelle quali era vietato entrare: «Devo sistemare» diceva mio padre, ma intanto nulla cambiava. Lo spazio a disposizione era quel poco che mia madre era riuscita a salvare dalla rovina, una camera da letto nella quale dormivamo in tre, un bagno, la cucina, qualche corridoio per farmi giocare e un tavolo enorme in un grande salone coperto da carte e documenti nel quale mi avevano ritagliato un angolo per fare i compiti.
Era tutto enigmatico, arcano, intoccabile. C’erano stanze nelle quali non ho mai messo piede. Ogni tanto mi capitava di socchiudere qualche porta e di infilarvi la testa, ma poi magari vedevo un volto dipinto che mi guardava con severità, quasi a dirmi “Che vuoi, marmocchio, non turbare il mio riposo!”, e scappavo via.
Il luogo che mi faceva più paura era la piccola cappella di famiglia nella quale il prete veniva a dir messa. Seminascosto da cumuli di oggetti c’era un tavolo rettangolare lungo e stretto: serviva per sistemare i corpi di chi, lasciato questo mondo, aspettava l’ultimo trasferimento circondato da sacre immagini. Tutto contribuiva a instillare nella mia mente di bambino il pensiero che le persone, una volta defunte, rimanessero in quella casa, austere e inquietanti, infastidite dal pensiero che qualcuno potesse muoversi là dove loro erano vissute.
Ugo Ruggeri, mio padre, non ha mai lavorato: si è dedicato con metodo e costanza a dilapidare un patrimonio accumulato da chissà quante generazioni. Imbrogliato da tutti, ha (s)venduto case, ville e oggetti di valore come se avesse dovuto liberarsi di un peso. Lui vendeva, mia madre piangeva e lui dichiarava: «La tranquillità non ha prezzo!».
Col senno di poi non posso che ringraziarlo: mi ha lasciato in eredità un aristocratico disprezzo per il denaro, tipico dei ricchi, ma anche, senza volerlo, rabbia e determinazione tipiche dei poveri, visto che di tutto quel lusso non mi è fortunatamente rimasto nulla. Ho guadagnato molti soldi, ma non ho mai fatto una cafonata in vita mia.
Oggi mio padre verrebbe probabilmente definito “un depresso”. Rimaneva a letto almeno fino a mezzogiorno e poi, quando non si poteva fare altrimenti, veniva a prendermi a scuola. Appena tornato a casa si rimetteva in vestaglia, si sedeva su una vecchia poltrona dentro a un salottino e, circondato da mobili accatastati, passava il pomeriggio ad ascoltare musica classica a occhi socchiusi. Ogni tre giorni andava da un vecchio barbiere in via Nino Bixio. Verso sera si preparava lentamente per andare a cena al Diana, un ristorante vicino a casa. Naturalmente da solo. Per anni. Stesso posto, stesso tavolo. Tornava verso mezzanotte, di ottimo umore, e, incurante delle proteste di mia madre, mi svegliava per raccontarmi cosa aveva visto, con chi aveva parlato, oppure solo per dirmi qualcosa di poco conto o per commentare un articolo del “Corriere della Sera”.
Io lo assecondavo, forse anche con una punta di sadismo nei confronti di mia madre, insegnante di musica, che la mattina dopo avrebbe dovuto alzarsi cinque ore prima di chi non sembrava preoccuparsi di nulla.
In qualche modo si faceva largo in me la pericolosa convinzione che il piacere, per essere tale, doveva pur dar fastidio a qualcuno.
O, più semplicemente, avevo bisogno di un padre anch’io. Ed ero disposto ad accettare le sue condizioni.
“Quante cose avrei dovuto domandargli.”
Sono sicuro che tutti quelli che hanno perso un genitore hanno detto o pensato molte volte questa frase. Io me la ripeto almeno una volta al giorno.
Il suo alternare euforia e mutismo, il suo essere comunicativo e subito dopo il suo chiudersi in un mondo che escludeva tutto e tutti mi addolorava e soprattutto mi spiazzava. Crescendo ho dovuto cominciare ad affrontare i miei, di problemi, così ho perso l’occasione di conoscerlo e di ricevere quel poco che mi poteva ancora dare. E ora mi accorgo che di lui so pochissimo.
Mi attacco ad alcuni racconti che conservo come cimeli. Il mio preferito risale all’agosto 1943. Milano è devastata dai bombardamenti, mio padre ha ventidue anni. Al giorno d’oggi sarebbe poco più di un bambino e vivrebbe tra smartphone, weekend e musica di merda. Invece lui è già militare e, come tutti, vive a contatto con guerra, fame, morte. Quel giorno si trova in via Morelli con alcuni amici – ...