Marcus Frullifer fu frastornato dall’esplosione che abbatté la porta della stanza. Dilagò un fumo bianco che lo fece tossire. Dalla caligine emersero uomini armati in tuta grigioverde, col viso nascosto dalle maschere antigas. Uno di essi marciò verso Rosy che, stordita, impugnava ancora la fiamma ossidrica con cui stava per torturare lo scienziato. Le poggiò la canna di una pistola alla tempia e fece fuoco.
Il cranio della giovane schizzò sangue e frammenti ossei. Il cadavere ruzzolò vicino alla poltroncina a cui, con cinghie, era legato il prigioniero.
Il generale Kessinger, se era davvero il suo nome, cadde in ginocchio. Alzò le mani. «Non sparate! Mi arrendo!» Balbettò altre parole in una lingua slava, forse il ceco.
La raffica di un fucile d’assalto quasi gli aprì il ventre. Si afflosciò sbattendo la testa. Ebbe pochi sussulti e rimase immobile.
Frullifer vide quell’orrore senza capirlo, tanto era sconvolto. Viveva, dal momento del risveglio, con polsi e caviglie legati, una continua paura. Le orecchie gli fischiavano, in bocca non aveva una goccia di saliva. Le voci che udiva sembravano provenire da distanze abissali.
«Non si preoccupi, professore» diceva uno degli uomini mascherati. «È salvo. Quelli della RACHE sono morti, inclusi Macrì e Sadler. La portiamo via.»
Trasognato, Frullifer osservò le cesoie che gli tagliavano le cinghie. Si trovò premuta in faccia una maschera antigas, assicurata dietro la nuca. Fu messo in piedi, ma barcollava. Allora uno degli incursori, particolarmente robusto, se lo caricò in spalla come se fosse un pacco, testa e gambe penzoloni.
Del percorso di uscita poté cogliere i dettagli che quella posizione gli permetteva. Una quantità di sangue. Molti cadaveri. Nuvolette tossiche che aleggiavano. Finì che perse i sensi, per l’ennesima volta in quella giornata da incubo. Intuì solo che il CERN era stato trasformato in un obitorio.
Si risvegliò una prima volta sui sedili posteriori di un elicottero, semisdraiato. Dai finestrini si scorgevano montagne innevate e cime più basse, verdeggianti. A fianco aveva uno degli uomini in grigioverde, con un M16 fra le gambe. Il viso era scoperto. Tratti duri, un accenno di barba leggera.
Frullifer aveva la gola più secca che mai e la lingua quasi paralizzata. Riuscì a muoverla tanto da bofonchiare una domanda. «Dove siamo? Dove mi portate?»
«Siamo in Svizzera. La riportiamo a casa» rispose il compagno di sedile. «Dorma e stia tranquillo.»
Dalla poltroncina anteriore, di fianco a quella del pilota, qualcuno suggerì: «È meglio dargli un sedativo, per aiutarlo a riposare. Il viaggio è lungo».
«Procedo, comandante.» L’uomo con l’M16 tolse da una trousse una siringa già piena. Disse a Frullifer: «Si scopra il braccio. Sono stato infermiere, non sentirà dolore».
La seconda volta che Frullifer si risvegliò era a bordo di un aeroplano, sicuramente non civile. Fu una lucidità di qualche istante. Dagli oblò si vedevano solo nuvole e, quando queste si facevano meno compatte, il mare. Ricadde quasi subito in un sonno irresistibile.
La terza volta si destò per davvero. Era su una corriera che viaggiava tra conifere dal tronco altissimo, popolate di scoiattoli. Il veicolo aveva solo una decina di sedili, occupati da uomini in divisa. L’uniforme era quella grigioverde dell’esercito allestito in comune dalle tre confederazioni che fino a pochi anni prima avevano composto gli Stati Uniti, nei tempi antecedenti la breve guerra civile che aveva causato la scissione. Le mostrine sul braccio erano quelle della CLA, la Confederazione della Libera America.
Frullifer temette che, se avesse interrogato il militare seduto accanto a lui, sarebbe stato sedato nuovamente. Non sopportava nemmeno l’idea. Eppure qualcosa doveva chiedere. «Siamo nel Sud, mi sembra.»
L’altro, che portava i gradi di maggiore, gli rivolse un sorriso. Era un individuo biondo, erculeo, a cui mancava qualche dente. Una cicatrice gli fendeva la guancia sinistra e si assottigliava sul collo. «Sì, professore. Siamo in Arizona. Davanti a noi c’è il monte Graham. È lì che andiamo.»
Frullifer vide, sopra le cime della foresta che attraversavano, una montagna alta, con boschetti e tratti brulli. Sulla vetta, luccicanti sotto il sole, apparivano enormi strutture quadrangolari. Erano simili a cubi fatti col Lego e poggiati su un mucchietto di sabbia umida. Rispetto a un gioco di ragazzi in spiaggia cambiavano le dimensioni. Quelle che aveva di fronte, in alto, erano colossali.
«Non sono professore.» Di tutte le cose che poteva dire, Frullifer scelse la più stupida. Gli uscì spontanea, per automatico rispetto delle gerarchie accademiche. «All’università mi hanno sempre tenuto ai margini.»
«Per noi lei è professore. E persona preziosa» replicò il militare.
«Grazie.» Frullifer provò un leggero compiacimento, reso vago dalla scarsa comprensione degli eventi. «Da quante ore siamo in viaggio?»
«Rispetto alla Svizzera? Parlerei di giorni. Uno e mezzo, quasi due. L’aereo ha dovuto fare degli scali. L’Europa è un campo di battaglia. La RACHE di volta in volta recupera terreno o ne perde. Gli aeroporti sono le prede più ambite dagli eserciti in guerra.»
A Frullifer tornarono in mente frammenti dello scenario che aveva lasciato. Le orde nere della RACHE lanciate all’assalto, in tutta l’area balcanica. Vienna assediata. La RACHE orientale, frutto della coalizione di una miriade di formazioni islamiste, che tentava l’assalto alla Russia. L’Africa dilaniata da contese spietate tra falangi di miserabili.
Ne sapeva troppo poco. Chiese soltanto: «Potrei avere del caffè? Ho la testa confusa».
«Tra breve ne avrà quanto vuole. Stiamo per arrivare.»
La corriera sobbalzava su un viale sassoso. Ai lati, nastri bianchi e rossi erano tesi a delimitare il cammino e a proibire l’accesso a un parco di abeti e cipressi. Stavano per giungere al più mastodontico degli edifici: un parallelepipedo alto quanto una casa a otto piani, fatto di cemento, plastica e metallo. Ne sporgevano aste e tubature dalla funzione misteriosa. Alla base dell’edificio c’era un parcheggio sopraelevato, con poche vetture di un modello un tempo costosissimo, ma adesso datato. Si notavano, sulle fiancate, ruggine e screpolature.
In attesa di scendere, Frullifer si chiese se a capo della Confederazione della Libera America ci fosse ancora il reverendo Mallory, il fanatico ex predicatore televisivo, razzista e conservatore, che dominava presidenti ridotti a marionette farneticanti. Era stato l’artefice della sua rovina, prima con l’esilio alle isole Canarie, poi con la reclusione in manicomio. Si chiese se lui, strappato alla RACHE, non fosse caduto dalla padella nella brace.
Ogni indizio faceva pensare il contrario. I soldati che lo avevano in custodia erano gentili, per non dire premurosi. Lo trattavano con rispetto. Gli afferrarono le braccia per aiutarlo a scendere. Forse il fatto di avere un esercito comune, tra Confederazione, Unione degli Stati americani e Nuova federazione americana, aveva incivilito le tre entità. Se non altro per fare fronte alla RACHE, il nemico di tutti. Lo sperava.
Messo piede a terra, cominciò a sudare. La temperatura era alta, il sole batteva impietoso. La porta a vetri che dava accesso al parallelepipedo non era distante, per fortuna. Zoppicò sorretto dal compagno di viaggio. Varcata la soglia, fu aggredito dalla frescura persino eccessiva dell’aria condizionata. Incedette sbalordito tra due file di militari che gli facevano il saluto d’ordinanza. Riconobbe nelle mostrine le insegne marcate XRI: l’emblema dell’Armata del Cristo guerriero, una delle tante milizie fedeli al reverendo Mallory e alla sua Confederazione.
Gli si fece incontro un uomo in giacca nera e maglietta bianca, barbuto, dagli occhi vivaci. Gli pendeva dal collo un grosso crocifisso di legno e madreperla. Tendeva la mano.
«Dottor Frullifer, per noi è un onore averla qui! Sono Aloysius Green, il direttore. Conosco le sue vicissitudini e mi congratulo con lei. Adesso è al sicuro. Si consideri come a casa.»
Frullifer ricambiò la stretta, per metà contento e per metà stordito. Domandò: «Direttore di cosa?».
L’altro, che dimostrava una cinquantina d’anni e aveva baffi e barba ingrigiti, espanse il sorriso, mostrando denti bianchissimi. «Già. Lei non può sapere dove si trova. Siamo all’interno del Large Binocular Telescope, uno dei telescopi più potenti al mondo. È proprio sopra di noi, anche se al momento le ante sono chiuse. Si apriranno stanotte. Vedrà che spettacolo.»
A Frullifer tornarono in mente articoli e filmati. «Ho sentito parlare di questo osservatorio. So che è una meraviglia. Non credevo che esistesse ancora e fosse in funzione. Tanti centri scientifici della Confederazione sono stati chiusi, perché in contrasto con la legge di Dio.»
Green rise. «Siamo noi la legge di Dio. Nessuno ci chiuderà. Nemmeno un mezzo idiota come Mallory.» La risata di Green si spense di colpo, ma rimase il tono cortese. «Lei sarà stanco. Le abbiamo allestito una cameretta nell’ala che ospita i nostri scienziati. Troverà cibo nel frigorifero e una piccola cucina con caffettiera, pentole e piatti. C’è un letto, riposi quanto vuole. Quando si sveglierà, mi troverà facilmente. La mia porta ha il numero 3M ed è di fianco alla sua camera, la 2M.»
«Grazie» disse Frullifer, ancora rintronato. Il suo maggior desiderio era dormire senza sostanze soporifere nelle vene.
Green ordinò alle guardie: «Potete sciogliere i ranghi e tornare ai vostri servizi ordinari. Qualcuno accompagni il dottore al suo alloggio». Si rivolse a Frullifer, con il sorriso di nuovo sulle labbra. «Quando si sentirà in forma, le farò visitare Lucifero. Avremo modo di conversare con agio.»
«Lucifero?»
Green si allontanò senza rispondere. Frullifer fu preso in carico dal maggiore che lo aveva accompagnato in corriera. Attraversarono corridoi dalle moderne pareti in finto legno, con grandi finestre a illuminarle.
«Lucifero?» chiese. «Cosa sarebbe?»
«È il nome della struttura portante del telescopio» spiegò il militare. «Oggi è detta solo “Luci”, per evitare equivoci. Tutti sanno di cosa sia l’abbreviazione.»
«Quali equivoci?»
«Alcuni ritenevano il nome inopportuno, per un osservatorio gestito dall’ordine dei gesuiti. Il predecessore di padre Green ha preferito Luci. Ma la vecchia denominazione non è andata persa.»
«Gesuiti?»
La curiosità di Frullifer rimase insoddisfatta. Via via che procedeva lungo l’ala che ospitava gli alloggi, gruppi di giovani uscivano dalle loro camere ad applaudirlo. Si trovò alla testa di un vero corteo trionfale. Lusingato, sporse il petto e cercò di marciare con passo fiero. C’era chi gli porgeva quaderni per avere il suo autografo.