Sai che in ogni via abita almeno una persona stramba, no? Be’, nella nostra c’è la signora Chapeau.
Ovviamente Chapeau non è il suo vero nome ma un soprannome. Il vero nome per esteso, a guardare la pila polverosa di vecchi cataloghi nel suo salotto, è Theodora Philippa Beaumont-Montgomery. Ma è così lungo! Non so bene da dove arrivi, ma in Sherwood Drive l’hanno sempre chiamata tutti così: Chapeau. Comunque le sta a pennello perché il suo aspetto e il modo di parlare sono esattamente da signora Chapeau.
Ha una lunga chioma argentata, raccolta stretta stretta sotto un cappello talmente minuscolo che, a volte, mi chiedo se lo abbia rubato a una bambola. Alcune ciocche le sfuggono sempre fuori, come se anche i capelli volessero scappare da quella sua mente pazza. I suoi occhi azzurro pallido sono incorniciati da un intrico di rughe e, per qualche strana ragione, indossa sempre tutti i suoi gioielli. Dice che lo fa per scoraggiare i ladri.
Secondo i miei, soffre di demenza senile: un disturbo che ti manda il cervello in tilt, per cui non distingui più cosa è reale e cosa no. È così che me l’ha spiegata la mamma. Ora, ogni volta che sento qualcuno parlare della signora Chapeau e della sua “condizione”, non posso fare a meno di immaginare i suoi pensieri mescolati insieme, come gli ingredienti degli orribili frappé verdi a tutta energia preparati da mia madre con il frullatore (ah, comunque la mamma sta ancora cercando di convincermi a berne uno, ma io non mi fido di una roba color melma di stagno).
Mi spiace per la signora Chapeau. Non ha figli e gli altri parenti sono tutti morti. Non credo nemmeno che abbia molti amici. Non vedo mai nessuno andare a trovarla e, per quel che ne so, sono la sua unica amica.
Io vado da lei almeno una volta alla settimana perché racconta delle storie pazzesche e mi offre sempre limonata e biscotti. La limonata è quella in cartone e i biscotti sono confezionati, ma sono comunque buonissimi.
Dovrei andare da lei anche questo pomeriggio perché è giovedì e di solito passo a trovarla il giovedì, ma sono in ritardo. Le avevo detto che sarei stata lì per le cinque. Ora sono le sei e due minuti e mi ritrovo sommersa da una catasta di felpe, leggings e vestiti, tutti impossibili da indossare. Sto cercando la combinazione perfetta da sfoggiare domani a scuola per il mio compleanno e non sta andando per niente bene. Il fatto che fra cinque ore e cinquantotto minuti esatti io compia dodici anni e sia ancora costretta a vestirmi nel reparto bambini non aiuta. La mamma dice che presto avrò una crescita miracolosa, ma per ora il mio corpo non ha ricevuto quell’ordine perché continuo a essere bassa, ossuta e piatta fino all’imbarazzo.
Quindi ecco: è difficile entusiasmarsi per il proprio compleanno quando non è cambiato assolutamente niente. Insomma, sì, è bello avere un anno in più (pensavo che sarei rimasta agli undici per il resto della mia vita!), ma le prove dove sono? Dove? Non sul mio seno, questo è certo.
Non aiuta nemmeno il fatto che io sia la più piccola della classe. L’ultima possibilità per iniziare la scuola materna era nascere il 15 settembre e io ce l’ho fatta a malapena, pur essendo nata il 14, quindi sono tutti più grandi di me. Una constatazione dolorosamente ovvia, quando dobbiamo metterci in fila per altezza e io sono sempre ultima.
Guardo l’orologio sul comodino e mi rendo conto di quanto sia in ritardo... Lascio perdere la ricerca del vestito perfetto – che comunque era inutile –, afferro il cestino di plastica che tengo sullo scaffale in basso del mio armadio a muro e mi affretto verso le scale. Ma passando davanti alla stanza di Rory, noto che la porta è socchiusa... Cosa strana, perché mia sorella non lascia mai aperto, nemmeno di un centimetro. Ha sedici anni ed è in una fase tipo spia supersegreta in cui nessuno deve sapere niente di lei, tantomeno io.
Davvero, a giudicare dagli sforzi che fa per tenere tutti lontani dalla sua camera, si direbbe che stia decifrando qualche codice di lancio nemico, lì dentro, o roba del genere.
Fa persino il bagno con il costume addosso – lo so perché una volta ero entrata accidentalmente mentre era nella vasca. Si è messa a strillare e a strepitare finché non sono uscita coprendomi la testa, nemmeno fosse esplosa una granata. Ero convinta che stesse per tirarmi addosso il flacone dello shampoo.
Solo più tardi, quando si è calmata, le ho domandato perché faceva il bagno in costume. Ha detto che era per via dei piccoli pervertiti come me che entrano quando la gente è nella vasca. Ho cercato di spiegarle che non sono una piccola pervertita, che era stato tutto un incidente, ma lei ormai sembrava convinta della sua idea.
Rallento e cerco di sbirciare in camera sua. È veramente un evento eccezionale che sia aperta la porta mentre lei non è in casa. Faccio attenzione a non toccare la maniglia, però, nel caso decida di prendere le impronte digitali rientrando...
Nella stanza il caos è totale. Il ripiano del comò praticamente non si vede, ricoperto com’è da costosi prodotti per il make up, e i suoi vestiti sono sparsi dappertutto.
Mi lascio sfuggire un sospiro. Se avessi degli abiti così li terrei meglio, di sicuro non ammucchiati sul pavimento. E cosa darei anche solo per una delle sue palette di ombretti. Mi andrebbe bene persino uno stupidissimo gloss. Ma no. Da noi vige la regola ferrea niente-trucco-prima-del-liceo. L’ultima volta che ho provato ad andare a scuola con un velo di mascara, pregando che mia madre non se ne accorgesse, mi hanno messo in punizione per tre giorni.
Ecco la differenza fra avere quasi dodici anni e averne sedici. Sedici è infinitamente meglio.
Mia sorella è popolare e bellissima, fa shopping nel reparto teen, ha un’auto e un bel Ragazzo della Settimana che la porta in posti come lo Human Bean, un bar in città dove vanno tutti gli adolescenti. E poi ci sono io, una perdente tutta lentiggini, capelli crespi, seno zero, che passa le sue giornate in casa a fare giochi da tavolo con i genitori, mentre papà, il Re degli Eventi Casuali, straparla della storia segreta del Monopoli.
Scendo di sotto facendo due gradini alla volta e taglio per il soggiorno verso l’ingresso. Mia madre detesta quando passo per il soggiorno con le scarpe perché dovremmo tenerlo extrapulito per quando abbiamo ospiti extraspeciali (cioè mai).
«Vado dalla signora Chapeau» dico mentre sollevo il bidoncino di plastica che tengo sottobraccio per aprire la porta.
«Sei passata dal soggiorno con le scarpe?» fa mia madre per tutta risposta.
«No» mento scivolando fuori prima che si affacci dalla cucina a controllare.
Nonostante il suo cervello frullato, la signora Chapeau resta la mia preferita in Sherwood Drive e ho sempre una gran voglia di andare da lei. Mi ricorda una vecchia regina scacciata dal proprio regno, che ora si aggira per la campagna in cerca di persone che la adorino. È buffa e stravagante e abbina i cibi più strani. La settimana scorsa, mentre ero da lei, ha ingurgitato un cocomero e un sandwich al burro di arachidi. Aveva un odore disgustoso e ho passato tutto il tempo a respirare con la bocca. Però vale sempre la pena passare a trovarla, perché mi becco una delle sue storie meravigliose. La mia preferita è quella della ragazzina che ha rubato il pane dal forno della strega e poi la strega l’ha trasformata in una capra. O quella del ragazzo che aveva dei mattoni speciali con cui ha costruito una torre fino al cielo, solo per scoprire che lassù faceva troppo freddo e buttare giù tutto.
Adoro come le si illuminano gli occhi quando racconta le parti più magiche delle sue storie. E anche come modula la voce, quasi stesse cantando anziché narrando. Fino a qualche tempo fa, pensavo fossero storie vere di gente vera, ma ora che ho dodici anni – anzi, li avrò fra cinque ore e cinquantatré minuti – ho capito come stanno veramente le cose.
La signora Chapeau vive a tre case di distanza dalla mia, fra quella dei Lester e quella dei Tucker. I Tucker hanno un figlio della mia età, Jacob. È nella mia classe, ma io cerco di evitarlo a ogni costo perché è superimmaturo: gli piace fare il rumore delle scoregge con diverse parti del corpo. E poi si porta addosso una specie di puzza, anche se probabilmente quella degli altri miei compagni è anche peggio. Ma i ragazzi di seconda media non si fanno mai il bagno?
Quando arrivo dalla signora Chapeau, lei è nel giardino di fronte: sta spiegando al signor Tucker, il padre di Jacob, che qualche altro vicino le ha affogato il gatto nella piscina.
La signora Chapeau non ha un gatto.
Non ha neanche una piscina. Il suo giardino sul retro praticamente è tutto erba spelacchiata con un unico pero, che stando a quanto dice lei, non fa frutti dal 1982.
«E la polizia si rifiuta di investigare» si lamenta lei con il povero signor Tucker, che sembra molto ansioso di tornare a casa sua. Probabilmente era solo uscito a prendere la posta e si è ritrovato a sorbirsi una delle tante storie campate per aria della signora Chapeau. «Dicono che Baffo è scomparso solo da dodici ore.»
Deve essersi ispirata alla trama di qualche serie TV. A volte confonde la vita reale con la fiction.
Decido di salvare il signor Tucker, appoggio il cestino di plastica sull’erba e mi faccio sentire. «Buongiorno, signora Chapeau!»
Lei si gira e si illumina all’istante.
«Mademoiselle Adeline!» cinguetta.
È l’unica che mi chiama con il mio nome completo... Una delle tante ragioni per cui mi piace.
Si aggiusta il cappellino, mi viene incontro e mi attira in un abbraccio. Da sopra la sua spalla ossuta, vedo il signor Tucker che mi fa un cenno di gratitudine affrettandosi verso casa.
Mentre ricambio l’abbraccio, sento il suo odore familiare: talco e limone. «Buon compleanno!» cinguetta di nuovo, prima di lasciarmi andare.
«Grazie, ma è domani.»
Lei mi dà qualche colpetto sul naso con l’indice. «Lo so.»
A questo punto inclina la testa e mi osserva come se mi vedesse per la prima volta.
«Accidenti però... stai crescendo come un germoglio di bambù e stai diventando proprio una signorina.»
Io aggrotto le sopracciglia. «Non direi proprio.»
Lo ripete tutte le settimane, ma credo sia perché è lei che si sta rimpicciolendo, non io che sto crescendo. Ne ho le prove: controllo la mia altezza tutti i giorni contro lo stipite della porta di camera mia e sono mesi che non cresco nemmeno di un centimetro. Sono ancora 1 e 40 scarsi, che comunque è l’altezza di una bambina di dieci anni. Ho controllato.
Mi scruta come se stesse esaminando un taglio di carne che il macellaio cerca di rifilarle. «Sicura?»
Ansiosa di cambiare argomento, afferro il bidoncino che ho appoggiato sull’erba. «Ecco qui, signora Chapeau. Cinquanta. Proprio come aveva chiesto.»
Lei solleva il coperchio e si illumina tutta quando vede cosa ho messo dentro.
Rotoli finiti di carta igienica.
«Adeline!» cinguetta ancora dandomi un buffetto sulla guancia. Poi mi sfila il cestino dalle mani e lo prende fra le braccia cullandolo quasi fosse un neonato. «Sei un tale tesoro! Li conserverò caramente.»
Ora, prima di pensare che la signora Chapeau sia veramente pazza a entusiasmarsi così per dei rotoli di carta igienica, voglio precisare che li usa per le decorazioni di Natale. Stupisce quante cose riesca a realizzare da un semplice rotolo di cartone. Per questo li raccolgo e li conservo per lei. Non è il compito più fascinoso del mondo, lo so, ma la rende felice.
«Entra, tesoro! Ho fatto i cannellini alla biscotto!»
Cerco di non ridere mentre la seguo in casa. Evidentemente voleva dire i biscottini alla cannella, ma a volte fa confusione con le parole, proprio come tra finzione e realtà. Piazza il cestino sul tavolo del soggiorno e sparisce in cucina a prendere la merenda. Io mi guardo intorno: la casa è piena di roba come sempre, come se nei suoi ottantanove anni di vita la signora Chapeau non avesse mai buttato via nulla. Giura che le serve ogni singola cosa di questo posto, ma non riesco proprio a capire che uso faccia di dieci portacandele di ottone, tre paralumi senza lampada, cinque vecchi telefoni che non sono nemmeno collegati, o il quadretto a mezzopunto con la scritta “Casa dolce casa”, che ritrae uno gnomo rosso davanti a una casetta a fungo.
In questi cinque anni, qui non è mai cambiato nulla. Ecco perché il misterioso oggetto sul tavolo della cucina accanto al mio cestino di rotoli finiti attira immediatamente la mia attenzione. Per qualche strana ragione, non riesco a staccarne gli occhi.
Sono certa che non ci fosse la settimana scorsa. È nuovo? Oppure lo teneva nascosto da qualche parte?
Scavalco una pila di vecchie riviste, alta fino al ginocchio, e mi dirigo in cucina. Guardando meglio, mi rendo conto che la scatola misteriosa è un portagioie. Un portagioie vecchissimo....