La svolta la datiamo con sicurezza proprio allo scorcio finale del 1517 e all’atto compiuto da Lutero il 31 ottobre di quell’anno. Questa è l’indiscutibile data di riferimento per indicare l’inizio di una cosa che è stata chiamata «la Riforma» dai suoi seguaci e «la rivoluzione» dai suoi avversari. E che può essere definita a pieno titolo una svolta rivoluzionaria. Non per niente il suo più accurato biografo, l’ostilissimo Johann Cochlaeus, fece iniziare i suoi commentari biografici all’opera di Lutero proprio da quell’anno.1 Da quel giorno data la frattura decisiva tra le epoche che definiamo Medioevo ed Età moderna e che potremmo più concretamente definire, rispettivamente, l’età dei vivi al servizio dei morti e l’età dei vivi che cominciano a liberarsi dal peso dei morti. Dalla prospettiva del senno del poi la cosa è evidente.
Oggi si può guardare con ammirazione alle straordinarie creazioni di pensiero e d’arte prodotte dalla riflessione sulla morte degli altri e sulla morte di sé. Da lì erano nate pratiche e istituzioni che innervavano la società intera. Si pensi alle fondazioni testamentarie di istituti per poveri e lasciti per messe perpetue. Ai poveri pensò nel suo testamento il ricchissimo mercante di Prato Francesco di Marco Datini all’inizio del Quattrocento. Erano, i poveri, figure di Cristo secondo la devozione, ma anche, nel folklore, anime di morti ritornanti sulla terra. Quando nasceva un figlio in una ricca abitazione, il padre andava al più vicino crocicchio e reclutava il primo povero che incontrava perché facesse da padrino al neonato.2 Nella realtà, quelle anime dei morti furono normalmente una forza di preghiera arruolata per durate secolari da chi, dedicando alla loro ascesa in cielo infinite messe di suffragio, se ne attese il corrispettivo di intercessioni altissime. Ma, intanto, si accumulavano in quelle fondazioni grandi ricchezze come congelate, sottratte al circuito ordinario dei beni.
Su tali beni erano da tempo pronte a calare mani avide per farne strumento di potere politico o di privata ricchezza. E la svolta della Riforma ne dette il segnale. Ne fornì un celebre esempio, meno di un ventennio dopo le tesi di Lutero, l’atto con cui Enrico VIII abolì i monasteri e le fondazioni per messe di suffragio. Ma, se si pensa alle energie investite per i morti nel corso dei secoli del Medioevo cristiano, si intuisce la forza dell’impulso di ritorno, investito da allora nelle strategie degli interessi privati e nel dominio del mondo terreno.
Eppure non fu per effetto di una vittoria del ritornante materialismo pagano antico diffuso nelle corti rinascimentali che questo avvenne: anche se qualcuno ha attribuito alla scoperta quattrocentesca del poema di Lucrezio la «svolta» verso il mondo moderno.3 La mossa decisiva per la realtà complessiva dei popoli dell’Europa cristiana la fece un monaco agostiniano ossessionato dal peccato e determinato a riportare l’orologio del cristianesimo europeo all’epoca dei Vangeli e delle epistole di san Paolo.
Ma che cosa accadde esattamente quel 31 ottobre? Ecco la questione su cui da allora ci si è interrogati a più riprese. Sfogliando le risposte date a questa domanda vediamo di volta in volta immagini diverse dell’uomo Lutero. La sua figura ci appare come una costruzione storica, avvolta nei panni che gli sono stati prestati da passioni e proiezioni collettive.
Intanto va detto che quel 1517, destinato a restare legato al suo nome nel mondo intero, si avviò per lui senza nessun segno premonitore. Non una profezia né un vaticinio pagano avevano preannunciato alcunché di eccezionale. E sì che gli astrologi intercettavano allora sempre più di frequente tante paure collettive e davano loro forma di previsione. E c’erano tanti motivi di inquietudine e di allarme: l’avanzata dei turchi alla conquista dell’Europa cristiana premeva ai confini orientali. I re cristiani erano divisi e in guerra tra loro. Continuava da anni quella che apparve ai letterati come una nuova «Iliade» per la conquista non della bella Elena ma della bella Milano. Un’urgenza crescente era quella della fame e della carestia, provocata dalla cosiddetta «rivoluzione dei prezzi», come è stata chiamata dagli storici: l’aumento della popolazione e la ripresa dei commerci stavano dando un forte impulso all’ascesa dei prezzi del grano. Mancava il pane, l’alimento fondamentale. E intorno al mercato del grano si era aperta una guerra di classe dagli esiti decisivi per l’intera storia del Vecchio Continente. Era quello il motivo che metteva l’Europa contadina in agitazione: c’era la questione di come approfittare di una congiuntura che prometteva grandi guadagni ai produttori di grano. Se nelle regioni occidentali d’Europa (Francia e Spagna) gli affittuari dei grandi latifondi coglievano l’occasione per sganciarsi dalla nobiltà feudale e diventare imprenditori, nell’area tedesca la nobiltà proprietaria di immensi territori aveva conservato il controllo sui contadini e ne aumentava i gravami tradizionali per cavalcare l’onda crescente del prezzo del grano. Qui le forti tensioni sociali trovavano espressione nella circolazione di fogli volanti e opuscoli dai toni apocalittici. Una fitta diffusione di stampe illustrate inondava la Germania di pronostici che parlavano attraverso immagini minacciose: congiunzioni astrali dominate dai segni zodiacali di Saturno e dei Pesci, la minaccia di un ritorno del diluvio, e da figure di contadini ribelli.
Quei segni dovevano infittirsi. L’appuntamento col diluvio fu fissato al 1524 sulla base dei calcoli astrologici. E lo presero sul serio anche i teologi, come il domenicano Isidoro Isolani, un nome che incontreremo ancora. I calendari illustrati dell’astrologia dominavano le menti in tutta Europa. Le immagini degli antichi dèi pagani accendevano il timore e la venerazione superstiziosa di chi li credeva demoni potenti, dominatori dei pianeti e delle sorti di chi nasceva sotto il loro influsso. La congiunzione di Giove, Marte e Saturno sotto il segno dello Scorpione, che doveva configurarsi il 23 novembre 1484, era stata interpretata come l’annuncio della venuta di un personaggio – un monaco – destinato a rivoluzionare la Chiesa. La diffuse un popolarissimo opuscolo di Johannes Lichtenberger. E questa profezia astrologica ebbe un tale successo che intorno al 1490 se ne prolungò l’efficacia per il ventennio successivo, con il risultato che, quando si accese la disputa sulle indulgenze, si ravvisò in Lutero il monaco rivoluzionario vaticinato.
Ma come fu che divenne rivoluzionario?
Vediamo. Quando il 1517 si aprì, Lutero aveva già fatto la sua prima comparsa come autore sul mercato librario. L’anno prima era infatti uscita, preceduta da un suo breve scritto, l’edizione della Theologia deutsch, un’opera anonima della mistica tedesca medievale che gli fu molto cara: gliene era giunta una copia parziale e lui ne pubblicò la versione completa due anni dopo. Di questa sua improvvisa scoperta della dimensione mistica si è molto discusso: come ha osservato lo storico e teologo olandese Heiko A. Oberman, in realtà quella di Lutero non fu una conversione improvvisa alla mistica, ma la scoperta del linguaggio e del modello «per descrivere in modo tangibile questa situazione di doppia esistenza [iustus et peccator]. L’anima, soggetta a gemere sotto i pesi e i peccati della creatura, è rapita nell’esperienza della gioiosa unione con Dio».4
Così il severo professore di teologia si rivolgeva al suo popolo nella lingua parlata. Ma senza nulla togliere al rigore della pura dottrina, spinto solo dal senso di responsabilità: quello del pastore per il gregge, o meglio (queste viete metafore pastorali logorate da usi impropri non appartengono al modo di esprimersi di Lutero) quello di colui che conosce la verità per chi è vittima, nella sua ignoranza, delle trappole tese da cattivi maestri e strumenti del demonio. Bisognava agire davanti al pericolo che correvano le anime. Non lo muoveva l’ambizione di un capopopolo, al contrario. Del resto, tutta la sua vita era dominata da compiti di docente e di responsabile d’anime. Ogni giorno teneva la sua lezione agli studenti, alle 7 del mattino d’inverno e alle 6 d’estate. E predicava nella chiesa parrocchiale e in quella del castello. Come teologo era impegnato a combattere l’aristotelismo della Scolastica e a promuovere la conoscenza di Agostino: era una battaglia che conduceva insieme ai colleghi di università Nikolaus von Amsdorf e il già citato Andrea Carlostadio, con l’appoggio del collega di Erfurt Johann Lang e di Spalatino. In una lettera del maggio 1517 annunciava trionfante a Lang che Aristotele era in declino e che pochissimi studenti seguivano ancora le lezioni sulle Sentenze di Pietro Lombardo.
Ma la realtà della Chiesa del suo tempo lo stava raggiungendo anche in mezzo alle foreste della Turingia. Roma era diventata la splendida sede di un papato trionfante. Erano state sconfitte le pretese del conciliarismo. La profezia e le rampogne morali di Girolamo Savonarola erano finite sul rogo in piazza dei Signori, in una Firenze richiamata all’obbedienza al pontefice dai lucrosi traffici mercantili e finanziari con Roma. Qui, come abbiamo visto, nel 1506 erano state gettate le fondamenta della nuova basilica di San Pietro, e per finanziarne la costruzione era stata bandita un’indulgenza speciale. Sul momento, la Germania non fu coinvolta. Da quelle parti si erano svolte per anni le accurate campagne di vendita di indulgenze guidate dal cardinale Raymond Peraudi; e altre ne erano seguite dopo la sua morte, nel 1505.5 Ma ecco che Leone X concesse ad Alberto di Hohenzollern, marchese di Brandeburgo, il permesso di venderle. Lo fece, come si è detto, per aiutarlo a mettere insieme la cospicua somma da pagare per ottenere la dispensa romana dal divieto di cumulare due vescovati, quelli di Magonza e Halberstadt. Un affare gigantesco. Oltre al ventiseienne Alberto e alla Camera Apostolica, c’erano coinvolti i banchieri Fugger, che gli avevano anticipato le somme necessarie per la dispensa. Insomma, lo stato maggiore della Chiesa e della finanza.
Lutero non aveva alcuna ragione di intervenire nella questione per tutelare il suo gregge. Ma c’era un conflitto di interessi: il principe elettore Federico il Savio era proprietario di una ricchissima collezione di reliquie e le indulgenze erogate da quelle reliquie erano un tesoro. Le aveva ricercate per propria devozione e ne aveva messe insieme parecchie assai pregiate e potenti. Era uno dei tanti casi di quel collezionismo devoto di cui si è già detto: un fenomeno che muoveva grandi cifre e stimolava un mercato alimentato in gran parte da fabbricanti di falsi: i quali falsi, permanendo nei santuari cattolici nei secoli successivi come oggetto di una devozione resa indiscutibile dalla Controriforma, avrebbero offerto molto lavoro alle nuove scienze storiche coltivate da maurini e bollandisti.
Anche ai tempi di Lutero, del resto, c’era chi criticava e dileggiava la credulità delle folle; ma intanto il mercato continuava a crescere. Il terrore seminato a piene mani dalla predicazione penitenziale degli ordini religiosi su ciò che attendeva i peccatori nell’aldilà e la complicata casistica morale dei manuali di confessione creavano un’insicurezza crescente e spingevano alla ricerca di talismani efficaci e di protettori celesti. La punta massima si toccava proprio in quegli anni: di lì a poco il movimento della Riforma doveva fare suo l’atteggiamento critico dell’umanesimo erasmiano e fondare su altre basi la speranza di salvezza eterna. La raccolta personale di Federico il Savio era uno dei maggiori fra i tanti tesori messi insieme dai collezionisti: certo, quello che le reliquie offrivano in termini di cancellazione delle pene dell’aldilà non poteva reggere il confronto con la potenza delle promesse papali contenute nelle lettere di indulgenza, veri e propri buoni del tesoro di immediata redditività. Ma intanto si attendeva come ogni anno la festa di Ognissanti per l’afflusso di devoti disposti a pagare per accostarsi a quegli amuleti salvifici.
Ebbene, nemmeno a farlo apposta, proprio per quella data, nel momento di massima tensione tra l’avidità del clero e la nuova concezione del rapporto con il Dio cristiano da lui maturata in quegli anni, Lutero collocò il suo intervento. La forma scelta fu quella che aveva mostrato di prediligere: una serie di tesi teologiche offerte alla discussione. Da tempo si muoveva sul terreno che gli era diventato più congeniale: quello dei fondamenti agostiniani e scritturali da cui sferrare l’attacco contro la teologia scolastica. Era quella lotta che gli stava a cuore.
Nel settembre 1516 la promozione della tesi di un giovane allievo – Bartholomaeus Bernhardi – era stata l’occasione per affrontare diverse questioni inerenti all’impostazione data da Lutero alla discussione. L’allievo, infatti, aveva proposto argomenti (sulla questione delle forze e della volontà dell’uomo operante senza la grazia) che aveva ascoltato da Lutero stesso: per esempio, la natura della carità e il valore delle opere.6 Le dottrine della Scolastica erano state difese in quella discussione da Andrea Carlostadio. Contro di lui era intervenuto Lutero, affermando tra l’altro che il trattato De vera et falsa poenitentia non era di Agostino. La polemica, oltre a Carlostadio, aveva di mira i docenti di Erfurt come Jodocus Trutfetter, che Lutero chiamava «gabrielisti», cioè seguaci di Gabriel Biel. Il centro ideale di quelle tesi era la difesa di un agostinismo rigido che negava la possibilità di obbedire ai comandamenti senza l’aiuto della grazia divina. Era stato in quel contesto che era avvenuto anche il tentativo di Lutero di aprire la discussione con Erasmo di cui abbiamo parlato.7 Ma intanto, se non aveva avuto successo con Erasmo, aveva conquistato un seguace che doveva rivelarsi molto importante: Andrea Carlostadio fu profondamente colpito da Lutero e dai suoi argomenti. Convertitosi all’agostinismo radicale dopo quella discussione, scese in battaglia contro la teologia scolastica proponendo il 26 aprile 1517 ben 152 tesi su natura, legge e grazia. E da allora seguì il suo nuovo maestro, sviluppando però una propria idea della riforma religiosa che doveva portarlo lontano da lui.
La contestazione fondamentale che Lutero muoveva alla Scolastica riguardava la concezione positiva della capacità umana di raggiungere la verità. Così, alle distinzioni che vi si facevano tra ignoranza invincibile e ignoranza affettata, la sua risposta era che non c’era nessuna ignoranza umana che la grazia divina non potesse sconfiggere, ma che l’essere umano era privo di ogni capacità di avvicinarsi alla sapienza se non era guidato da Dio.8 Al di là della sua persona ma sotto la sua leadership si consolidavano intanto un contesto accademico e una rete intellettuale.
A questo punto tutto era stato detto. Ma non era bastato ad arrestare la pratica della vendita delle indulgenze, che intanto proseguiva con vigore. E fu allora che Lutero si fece avanti con il solo strumento di cui disponeva: la sua scienza teologica. Lui conosceva la vera dottrina, e aveva il dovere di insegnarla. La grossolana e impudente predicazione del domenicano sassone Johann Tetzel, incaricato di pubblicizzare in modo capillare e immediatamente comprensibile al popolo l’operazione religioso-finanziaria, fu come il detonatore di un esplosivo accumulato da tempo. Quando il 31 ottobre 1517 propose alla discussione pubblica le sue 95 tesi sulle indulgenze era ancora su quel terreno che continuava ad avanzare. Solo che stavolta non si trattava unicamente di convincere dei professori di teologia, ma anche di intervenire apertamente contro un abuso che poneva a rischio le anime dei cristiani. Come vedremo, questi due aspetti determinarono anche le forme della comunicazione di quel documento. Esaminiamone sommariamente il contenuto.
La questione posta al centro fin dalla prima tesi è quella generale di cosa si debba intendere per penitenza. E la posizione è netta e radicale. Quella a cui Cristo aveva chiamato i fedeli era altra cosa dalla confessione amministrata dal clero, che durava solo un attimo e lasciava contenti e leggeri. Invece la vera penitenza deve essere un mutamento profondo e duraturo, deve riempire i pensieri di odio per se stessi e manifestarsi nell’afflizione interiore e visibile all’esterno, segno dell’avvenuta e profonda trasformazione mentale: la metánoia, secondo il greco della Scrittura.
Più avanti, alla tesi 5, si affaccia con rapida ma efficace sintesi il tema del potere papale, una questione che doveva rivelarsi decisiva: «Il papa non può e non vuole rimettere altre pene all’infuori di quelle che ha imposto, o per volontà sua o dei canoni». E quanto alle colpe, il papa può solo dichiarare e garantire che è Dio che le rimette. Al ruolo dei sacerdoti, comunque, è riservato un riconoscimento deciso: la tesi 7 afferma che Dio, nel rimettere le colpe, assoggetta l’uomo al sacerdote suo vicario. E che pensare del purgatorio? Esso fa capolino nella tesi 10, in cui si dice che i sacerdoti non devono accollare ai morenti pene canoniche da scontare nella vita ultraterrena. Questo perché i morenti si sottraggono con la morte al diritto canonico, che è valido solo in terra (tesi 13). E qui si avverte il primo colpo che Lutero dà all’idea originaria del legame tra purgatorio e indulgenze. Chi muore si scioglie da ogni rapporto con il mondo e con le sue leggi. E le collocazioni nell’aldilà sono solo immaginate e temute. L’inferno, il purgatorio e il paradiso sono condizioni che i viventi sperimentano in se stessi nelle forme della disperazione, della quasi disperazione e della sicurezza (tesi 16). Ma la condizione delle anime in purgatorio, una volta varcata la soglia della morte, migliora perdendo il terrore e acquisendo carità (tesi 17); né sembra provato, secondo Lutero, che esse perdano la possibilità di meritare (tesi 18). Ma chi dice che con il suono del soldino nella cassa l’anima prende il volo verso il paradiso parla solo della sua avidità: anche perché l’anima non odia la pena del purgatorio, ma la ama per amore di Dio. Perché la vera contrizione ama le pene e le cerca, mentre la predicazione delle indulgenze produce l’effetto opposto: rilassamento e odio delle pene (tesi 40). E qui seguono citazioni puntuali dal testo dell’Instructio della campagna di Tetzel per mostrare quale debba essere, invece, l’insegnamento da impartire ai fedeli: meglio donare ai poveri il denaro piuttosto che spenderlo in indulgenze. E torna la figura del papa (tesi 48, 50): ciò di cui il pontefice ha davvero bisogno non è il denaro, ma le preghiere; e se sapesse dei modi usati dai predicatori di indulgenze preferirebbe che la basilica di San Pietro finisse in cenere piuttosto che vederla costruire con la carne delle sue pecorelle.
Dunque, il papa non è informato; se lo fosse, si renderebbe conto che il linguaggio dei predicatori di indulgenze è tale da mettere in pericolo la riverenza che gli è dovuta. E se vi riflettesse, non potrebbe che rinunciare al denaro e liberare le anime del purgatorio solo in nome della santissima carità. Qui il papa è immaginato come u...