Il rapporto madre-figlia, la vita dell'alta borghesia parigina negli anni Trenta, l'identità ebraica, la guerra, i demoni del tradimento e del ricordo: tutti i temi della narrativa di Irène Némirovsky ricorrono nei dieci racconti qui proposti. A partire da Il ballo, in cui una figlia quattordicenne si vendica distruggendo le ambizioni di una madre fatua e distratta, fino a Le vergini, in cui quattro donne mature rievocano i turbamenti sentimentali della giovinezza, gli amori perduti, gli scherzi del destino, la solitudine: queste brevi storie non solo illuminano il percorso letterario della scrittrice e il suo inconfondibile timbro stilistico, ma si rivelano anche incredibilmente attuali e mettono in luce squarci di profondissima umanità.

- 252 pagine
- Italian
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Il ballo e altri racconti
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Il ballo
I
La signora Kampf entrò nella sala studio richiudendo la porta così bruscamente che le gocce del lampadario di cristallo, agitate dalla corrente d’aria, tintinnarono di uno scampanellio puro e leggero. Ma Antoinette continuava a leggere, china sullo scrittoio fino a toccare la pagina con i capelli. La madre la osservò per un attimo in silenzio; dopodiché le si piantò davanti a braccia conserte.
«Figlia mia, potresti anche scomodarti quando vedi tua madre, no?» le urlò. «Hai il didietro incollato alla sedia? Che educazione è questa… Dov’è miss Betty?»
Nella stanza accanto, il rumore di una macchina da cucire ritmava una canzone, un What shall I do, what shall I do when you’ll be gone away… cantato languidamente da una voce timida e fresca.
«Miss,» chiamò la signora Kampf «venga qui.»
«Yes, Mrs Kampf.»
La giovane inglese, le guance rosse, gli occhi dolci e sgomenti, uno chignon color del miele attorcigliato sulla piccola testa rotonda, sbucò dalla porta socchiusa.
«L’ho assunta» esordì severamente la signora Kampf «per sorvegliare e istruire mia figlia, mi pare. E non perché lei si cucia i suoi vestiti… Antoinette non sa forse che ci si alza in piedi quando entra la mamma?»
«Oh! Ann-toinette, how can you?» farfugliò miss Betty mortificata.
Ora Antoinette era in piedi e si dondolava goffamente su una gamba. Era una ragazzina di quattordici anni lunga e piatta, con il viso pallido di quell’età, così scarno da apparire agli occhi degli adulti come una macchia tonda e chiara, priva di lineamenti, le palpebre abbassate, cerchiate, una piccola bocca serrata… Quattordici anni, il seno che preme sotto il vestito stretto da scolara, e mortifica e impaccia il corpo debole, infantile… i piedi grandi e quei lunghi sfilatini, con all’estremità le mani arrossate e le dita macchiate d’inchiostro, che un giorno, chissà, diventeranno le più belle braccia del mondo… una nuca fragile, i capelli corti, spenti, aridi e sottili…
«Antoinette, che avvilimento queste tue maniere! Lo capisci, vero, povera figlia mia?… Siediti. Ora entro di nuovo, e tu mi farai il piacere di alzarti immediatamente, intesi?»
La signora Kampf indietreggiò di qualche passo e aprì la porta per la seconda volta. Antoinette si drizzò con lentezza e con una malagrazia così evidente che la madre, serrando le labbra con aria minacciosa, sbottò: «Le secca, per caso, signorina?».
«No, mamma» disse Antoinette a bassa voce.
«Allora perché fai quella faccia?»
Antoinette sorrise con uno sforzo fiacco e penoso che le deformava tristemente i tratti del viso. A volte odiava gli adulti a un punto tale che avrebbe voluto ucciderli, sfigurarli, oppure gridare “Non mi scocciare!” battendo i piedi; ma temeva i genitori fin dalla più tenera età. In passato, quando era più piccola, la madre la prendeva spesso sulle ginocchia, la stringeva al cuore, la copriva di baci e carezze. Ma questo Antoinette lo aveva dimenticato. Aveva invece serbato nell’intimo il tono, l’esplosione di una voce irritata che diceva dall’alto: «Questa ragazzina mi sta sempre tra i piedi…», «Mi hai di nuovo sporcato il vestito con le tue scarpe! Fila in castigo, così impari, mi hai sentita? Piccola imbecille!». E un giorno… quel giorno in cui per la prima volta aveva desiderato morire… all’angolo di una strada, durante una scenata, quella frase piena d’ira urlata così forte che alcuni passanti si erano voltati: «Vuoi uno schiaffo, sì?», e il bruciore di un ceffone… In mezzo alla strada… Aveva undici anni, era alta per la sua età… Davanti ai passanti, agli adulti, poco importava… Ma proprio in quell’istante alcuni ragazzi uscivano da scuola e avevano riso guardandola: «Caspita, bella mia…». Oh! Quella risatina di scherno la perseguitava mentre camminava a testa bassa per la strada buia dell’autunno… Le luci danzavano attraverso le lacrime. «Non hai finito di piagnucolare?… Oh, che carattere!… Quando ti rimprovero è per il tuo bene, lo sai, vero? Ah! E bada bene di non farmi innervosire un’altra volta, ti consiglio…» Carogne… E anche ora lo facevano apposta, si accanivano contro di lei dal mattino alla sera per tormentarla, torturarla, umiliarla: «Come tieni la forchetta?» (davanti al domestico, Dio mio) e «Sta’ dritta. Cerca almeno di non sembrare gobba». Aveva quattordici anni, non era più una bambina, anzi, nei suoi sogni, era una donna amata e bella… Gli uomini l’accarezzavano, l’ammiravano, come nei libri Andrea Sperelli accarezza Elena e Maria, e Julien de Suberceaux, Maud de Rouvre… L’amore… Trasalì. Intanto la signora Kampf concludeva: «… E se credi che ti paghi un’inglese per farti avere queste maniere, ti sbagli, bella mia…».
Poi, più a bassa voce, ravviando una ciocca di capelli caduta sulla fronte della figlia: «Dimentichi sempre che adesso siamo ricchi, Antoinette…».
Dopodiché si girò verso l’inglese: «Miss, avrò molte commissioni per lei questa settimana… Il 15 do un ballo…».
«Un ballo» mormorò Antoinette sgranando gli occhi.
«Proprio così,» disse la signora Kampf sorridendo «un ballo…»
Guardò Antoinette con un’espressione d’orgoglio, poi indicò di nascosto l’inglese aggrottando le sopracciglia.
«Non le hai detto niente, spero…»
«No, mamma, no» rispose perentoria Antoinette.
Conosceva quella costante preoccupazione della madre. All’inizio – due anni prima –, quando avevano lasciato la vecchia rue Favart dopo il geniale colpo in Borsa di Alfred Kampf, che aveva puntato prima sul ribasso del franco, poi, nel 1926, su quello della sterlina, grazie al quale si erano arricchiti, ogni mattina Antoinette veniva chiamata nella camera dei genitori: la madre, ancora a letto, si limava le unghie, mentre nel bagno attiguo il padre, un ebreo piccolo ed esile con gli occhi di fuoco, si radeva, si lavava, si vestiva con quella folle rapidità di ogni suo gesto che, in Borsa, gli era valso il soprannome di “Feuer” da parte degli ebrei tedeschi suoi colleghi. Per anni aveva consumato la scalinata della Borsa andando su e giù… Antoinette sapeva che in precedenza era stato impiegato alla Banque de Paris e, prima ancora, usciere della stessa banca, in livrea blu… Poco prima che lei nascesse, aveva sposato la sua amante, la signorina Rosine, la dattilografa del capo. Per undici anni avevano abitato in un piccolo appartamento buio, dietro l’Opéra-Comique. Antoinette ricordava quando, la sera, ricopiava i compiti sul tavolo della sala da pranzo, mentre la domestica lavava sonoramente i piatti in cucina e la signora Kampf leggeva romanzi, china sotto la lampada, un grosso globo di vetro smerigliato in cui brillava il getto vivo del gas. A volte la signora Kampf emetteva un profondo sospiro stizzito, così forte e brusco che Antoinette sobbalzava sulla sedia. Il marito le chiedeva: «Che cos’hai ancora?», e Rosine rispondeva: «Mi si stringe il cuore al pensiero che c’è gente che vive bene, che è felice, mentre io, io passo gli anni migliori della mia vita in questo buco schifoso a rammendarti i calzini…».
Kampf scrollava le spalle senza dire nulla. Allora, il più delle volte, Rosine si girava verso Antoinette. «E tu, che cos’hai da ascoltare? Quello che dicono gli adulti ti riguarda, forse?» gridava irritata. Dopodiché concludeva: «E già, figlia mia, se aspetti che tuo padre faccia fortuna come promette da quando ci siamo sposati, aspetta e spera, ne passerà di acqua sotto i ponti… Crescerai e sarai ancora qui, come la tua povera madre, ad aspettare…». E quando pronunciava la parola “aspettare”, i suoi lineamenti duri, tesi, imbronciati, assumevano come un’espressione patetica, profonda, che inteneriva Antoinette suo malgrado e spesso la induceva a tendere d’istinto le labbra verso il viso materno.
«La mia povera piccola» diceva Rosine accarezzandole la fronte. Una volta, però, era esplosa: «Ah! Lasciami in pace, eh, non mi scocciare; quanto puoi essere seccante, anche tu…», e Antoinette non le aveva mai più dato altri baci se non quello del buongiorno e della buonanotte, che genitori e figli possono scambiarsi senza pensarci, come due estranei che si stringono la mano.
E poi, un bel giorno, all’improvviso erano diventati ricchi, lei non era mai riuscita a capire bene come. Erano andati ad abitare in un grande appartamento bianco, e la madre si era tinta i capelli di un bell’oro sfavillante. Antoinette guardava intimorita quella fulgida capigliatura che non riconosceva.
«Antoinette,» intimava la signora Kampf «ripeti un po’. Cosa rispondi quando ti chiedono dove abitavamo l’anno scorso?»
«Sei una sciocca» diceva il marito dalla stanza accanto. «Chi vuoi che parli con la bambina, se non conosce nessuno?»
«So quello che dico» rispondeva la signora Kampf alterandosi. «Non hai pensato ai domestici?»
«Se la sento dire soltanto una parola ai domestici, dovrà vedersela con me, capito, Antoinette? Lei sa che deve tacere e pensare a studiare, punto. Nessuno le chiede altro…»
E girandosi verso la moglie: «Non è mica stupida, sai?».
Ma appena lui usciva dalla stanza, la signora Kampf ricominciava: «Se qualcuno ti chiede qualcosa, Antoinette, dirai che abitavamo nel Midi tutto l’anno… Non c’è bisogno di precisare se a Cannes o a Nizza, di’ soltanto nel Midi… a meno che non te lo chiedano espressamente; allora è meglio dire Cannes, è più distinto… Ma tuo padre ha ragione, naturalmente: devi soprattutto tacere. Una ragazzina deve parlare il meno possibile con gli adulti».
E la congedava con un gesto del suo bel braccio nudo, un po’ appesantito, su cui brillava il bracciale di diamanti che il marito le aveva appena regalato e che lei toglieva solo nella vasca da bagno. Mentre Antoinette era assorta in quei vaghi ricordi, la madre domandava all’inglese: «Antoinette ha una bella calligrafia, almeno?».
«Yes, Mrs Kampf.»
«Perché?» chiese timidamente Antoinette.
«Perché così stasera potrai aiutarmi a scrivere gli indirizzi…» spiegò la signora Kampf. «Mando quasi duecento inviti, capisci? Non posso farcela da sola… Miss Betty, autorizzo Antoinette ad andare a letto un’ora più tardi del solito stasera… Sarai contenta, spero» disse rivolgendosi alla figlia.
Ma poiché Antoinette taceva, nuovamente immersa nei suoi sogni, la signora Kampf scrollò le spalle.
«Ha sempre la testa tra le nuvole, questa bambina» commentò a mezza voce. «Un ballo: non ti senti orgogliosa, no, al pensiero che i tuoi genitori diano un ballo? Temo che tu non abbia un briciolo di sensibilità, povera figlia mia» concluse con un sospiro, andandosene.
II
Quella sera Antoinette, che di solito alle nove in punto veniva accompagnata a letto dall’inglese, rimase in salotto con i genitori. Vi entrava così di rado che si soffermò a osservare i rivestimenti delle pareti in legno bianco e i mobili dorati come se quella non fosse casa sua. La madre le indicò un tavolino rotondo con l’inchiostro, le penne e un pacchetto di biglietti con le buste. «Siediti lì. Ora ti detto gli indirizzi.»
«Allora, mio caro, venite?» disse ad alta voce girandosi verso il marito, sapendo che il domestico sparecchiava nella stanza accanto: in sua presenza, da diversi mesi, i Kampf si davano del “voi”.
Quando il signor Kampf fu più vicino, Rosine sussurrò: «Su, mandalo via, per favore, che mi sento a disagio…».
Poi, sorprendendo lo sguardo di Antoinette, arrossì e si affrettò ad aggiungere: «Allora, Georges, sarà a buon punto, spero. Finisca di rassettare e vada pure di sopra…».
Dopodiché restarono in silenzio tutti e tre, immobili sulle rispettive sedie. Appena il domesti...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. Dialoghi a distanza
- Bibliografia
- Il ballo e altri racconti
- Il ballo
- Ida
- Domenica
- Le sponde felici
- Fraternità
- La moglie di don Giovanni
- Aino
- Il signor Rose
- L’Orchessa
- Le vergini
- Copyright