Nel profondo della foresta
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Nel profondo della foresta

  1. 252 pagine
  2. Italian
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Nel profondo della foresta

Informazioni su questo libro

Nel profondo della foresta c'era una bara di vetro che giaceva sulla nuda terra.

Dentro vi riposava un ragazzo con le corna in testa e orecchie affilate come coltelli... Hazel e il fratello Ben sono cresciuti a Fairfold, una piccola città dove, da tempo, gli umani hanno imparato a convivere pacificamente con le creature fatate della vicina foresta. Un posto diventato meta di tanti turisti curiosi, attratti dalle magie che qui hanno luogo ma in particolare dal ragazzo con le corna che riposa dentro una bara di vetro, la meraviglia più grande di tutte.

Affascinati fin da bambini da questa presenza misteriosa, Hazel e Ben hanno provato più e più volte a immaginarne la storia. Nelle loro fantasie il giovane era a volte un principe dal cuore nobile e dalla natura buona e generosa, e altre un essere crudele e spietato.

Ora che è cresciuta, però, Hazel pensa che sia arrivato il momento di accantonare tutte quelle fantasie infantili accettando il fatto che, per quanto lo abbia desiderato a lungo con tutta se stessa, il ragazzo con le corna non si sveglierà mai.

Un giorno, però, quello che sembrava impossibile accade... sconvolgendo la vita della ragazza, di suo fratello e della loro città.

Fiaba moderna dalle sfumature dark, appassionante e ricca di colpi di scena, Nel profondo della foresta segna il ritorno di Holly Black ai romanzi delle origini che l'hanno fatta conoscere, e amare, dai lettori.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
Print ISBN
9788804674801
eBook ISBN
9788852079771

1

Lungo un sentiero che si addentrava nella foresta, oltre un ruscello e un tronco cavo brulicante di onischi e termiti, c’era una bara di vetro. Giaceva sulla nuda terra e dentro vi riposava un ragazzo con le corna in testa e delle orecchie affilate come coltelli.
Per quel che ne sapeva Hazel Evans, da quello che le avevano detto i suoi genitori, e i genitori dei suoi genitori, il ragazzo era lì da sempre. E per quanto avessero provato, non si era mai più svegliato.
Non si era svegliato nelle lunghe estati, quando Hazel e suo fratello Ben si sdraiavano sopra la bara e ci guardavano dentro, e il loro respiro si condensava sul vetro, mentre architettavano arditi piani. Non si era svegliato al passaggio dei turisti meravigliati o dei demistificatori venuti ad appurare che lui non era vero. Non si era svegliato nei fine settimana d’autunno, quando le ragazze gli ballavano sopra, volteggiando ai suoni metallici che uscivano dai vicini amplificatori dell’iPod, né si era accorto di quando Leonie Wallace aveva alzato la sua birra come per salutare l’intera foresta incantata. Non si era mosso quando Jack Gordon, il migliore amico di Ben, aveva scritto con il pennarello indelebile su un fianco della bara IN CASO DI EMERGENZA ROMPERE IL VETRO, né quando Lloyd Lindblad aveva preso un martello e aveva provato a romperlo per davvero. Non importa quante feste fossero state fatte intorno a quel ragazzo con le corna, tanto che il prato brillava di riflessi verdi e ambrati per tutti i cocci di bottiglie rotte nel corso degli anni e i cespugli scintillavano di lattine argentate, dorate, arrugginite. E qualunque cosa fosse successa durante quelle feste, niente poteva svegliare il ragazzo dentro la bara di vetro.
Quando erano piccoli, Ben e Hazel gli facevano corone di fiori e gli raccontavano storie su come lo avrebbero salvato. Da bambini volevano salvare chiunque fosse in pericolo a Fairfold. Quando Hazel diventò grande, andava alla bara quasi solo la sera e in gruppo, ma ogni volta che rivedeva il viso di quel ragazzo, così bello e particolare, sentiva la stessa stretta al petto.
Non era riuscita a salvarlo, come non era riuscita a salvare Fairfold.
«Ehi, Hazel» la chiamò Leonie, che stava ballando sulla bara, facendole spazio nel caso Hazel si fosse decisa a salire. Anche Doris Alvaro era già sopra. Portava ancora l’uniforme da cheerleader dalla partita che la squadra della scuola aveva perso quella sera, e la sua coda di capelli castani brillava sferzando l’aria. Erano entrambe ben carburate di alcol e molto su di giri.
Hazel rispose a Leonie con un saluto, ma benché fosse tentata, non salì. Si fece largo fra la ressa di adolescenti.
Pur avendo le sue consorterie (anche se erano formate da una persona sola come Megan Rojas per l’intera comunità Goth), il liceo di Fairfold era una scuola abbastanza piccola: riunire un po’ di gente per una festa voleva dire chiamare tutta la scuola. Ma il fatto che festeggiassero sempre insieme non significava che fossero tutti amici. Fino a un mese prima, Hazel era in una posse di ragazze che andavano in giro truccate con una spessa riga di eyeliner e portavano orecchini pendenti e brillanti, affilati come i loro sorrisi. Aveva prestato giuramento succhiandosi il sangue del pollice in segno di amicizia eterna, ma se n’era allontanata dopo che Molly Lipscomb le aveva chiesto di baciare e poi di mollare il suo ex, cosa che lei aveva fatto, ma Molly era montata su tutte le furie.
Hazel aveva capito che le sue amiche in realtà erano solo amiche di Molly. E pur essendo coinvolte nel piano, avevano finto di non esserlo. E avevano fatto sentire Hazel in colpa per quello che era successo. Volevano farle confessare che lo aveva fatto per ferire Molly.
Hazel aveva già baciato dei ragazzi per le ragioni più varie: perché erano carini, perché era un po’ brilla, per noia, perché glielo avevano lasciato fare, per divertimento, perché le sembravano soli, perché così le sue paure sparivano per un po’, perché non si ricordava più quanti baci le fossero ancora rimasti. Ma quella era la prima volta che aveva baciato il ragazzo di un’altra e non lo avrebbe fatto mai più, per nessuna ragione al mondo.
Per fortuna aveva sempre suo fratello con cui andare in giro, anche se quella sera era in città, per un appuntamento con un tipo conosciuto in rete. E aveva sempre Jack, il migliore amico di Ben, che però la innervosiva. E poi aveva Leonie.
Era piena di amici. Anche troppi a dire il vero, considerando che un giorno o l’altro sarebbe scomparsa, lasciandosi tutto alle spalle.
Ecco perché alla fine non aveva chiesto un passaggio a nessuno per andare alla festa quella sera, anche a costo di farsela a piedi, costeggiando la fitta boscaglia, oltre le fattorie e i vecchi silos di tabacco, e poi nella foresta.
Era una di quelle serate di inizio autunno in cui l’aria sa di legna bruciata e le foglie cadute emanano un profumo intenso e dolciastro, e tutto ti sembra possibile. Hazel aveva messo il nuovo maglione verde, i suoi anfibi marroni preferiti e gli orecchini di smalto a cerchio. I boccoli rossi erano ancora dorati dal sole dell’estate, e quando si era guardata allo specchio per mettersi un po’ di rossetto prima di uscire, in effetti si era trovata molto carina.
Era Liz che si occupava della musica, diffondendola dal telefono attraverso gli amplificatori della sua Fiat vintage. Aveva optato per la dance music e il volume era così alto da far tremare gli alberi. Martin Silver si stava intortando Lourdes e Namiya, sperando di combinare una cosa a tre che non si sarebbe mai, mai consumata. Molly stava ridendo davanti alla sua platea di amiche. Stephen, che indossava una maglietta con gli spruzzi di vernice, se ne stava seduto sul suo furgone, con i fari accesi, scolandosi la fiaschetta di Moonshine del padre di Franklin, troppo assorto nella sua tristezza per chiedersi se quella roba lo avrebbe fatto diventare cieco. Jack era seduto vicino a suo fratello Carter (be’, una specie di fratello), il quarterback della squadra, su un tronco vicino alla bara di vetro. Stavano ridendo e Hazel avrebbe voluto unirsi a loro, ma aveva anche voglia di alzarsi e ballare o di correre a casa.
«Hazel» si sentì chiamare, si voltò e come vide Robbie Delmonico le si gelò il sorriso.
«Non ti ho più vista in giro... Stai bene così.» Sembrava risentito.
«Grazie.» Robbie doveva aver capito che lei lo evitava, cosa che la faceva sentire una persona orribile, ma dopo che avevano pomiciato a una festa, lui aveva iniziato a seguirla in giro come se lei gli avesse spezzato il cuore, e questo la faceva stare ancora peggio. Non che lo avesse rifiutato o cose simili, lui non le aveva mai chiesto di uscire, in effetti. Si limitava a guardarla con l’aria da cane bastonato e le faceva domande strane come: «Cosa fai dopo la scuola?». E quando lei gli rispondeva «Niente di speciale, vado in giro con gli amici», lui non osava aggiungere altro. Non si era mai azzardato a chiederle se poteva passare a trovarla.
Era stato dopo quel bacio a Robbie Delmonico che tutti avevano iniziato a credere che Hazel potesse baciare chiunque.
Sul momento le era sembrata un’ottima idea.
«Grazie» aveva ripetuto Hazel un po’ più forte, annuendo e facendo per allontanarsi.
«Il maglione è nuovo, giusto?» la riagganciò Robbie, con quel sorriso triste di chi sa di essere stato gentile a chiedere e che i ragazzi gentili arrivano sempre per ultimi.
La cosa buffa è che lui non si era dimostrato particolarmente interessato a Hazel prima che lei gli fosse saltata addosso. Era stato come se, posando le labbra sulle sue, e diciamolo, lasciandosi andare con le mani, Hazel si fosse trasformata in una specie di crudele dea dell’amore.
«Sì, è nuovo» gli rispose annuendo. Vicino a lui si sentiva insensibile, come lui evidentemente pensava che fosse. «Be’, ci vediamo allora...»
«Certo...» le aveva detto Robbie, lasciando la frase in sospeso.
E poi, nel momento topico, quando stava per andarsene, fu presa dal senso di colpa e gli disse quello che non avrebbe mai dovuto dirgli, la cosa di cui si sarebbe pentita per tutta la sera. «Magari ci ribecchiamo più tardi...»
Su quelle parole, la speranza accese gli occhi di Robbie e troppo tardi Hazel si rese conto di come lui l’aveva presa: praticamente come una promessa. L’unica cosa che Hazel poteva fare in quel momento era filarsela da Jack e Carter.
Jack, per il quale Hazel si era presa una bella cotta quando era più piccola e più ingenua, trasalì quando lei arrivò di corsa, il che era strano perché lui non abbassava mai la guardia. Come disse sua madre una volta, Jack poteva sentire il rombo del tuono prima che cadesse il fulmine.
«Hazel, Hazel dagli occhi blu. Lei ti bacia e non ti guarda più...» disse Carter, che quando voleva poteva essere un vero stronzo.
Carter e Jack sembravano identici come due gemelli. Stessi capelli ricci e scuri, stessi occhi color dell’ambra, stessa pelle olivastra, stessa bocca sensuale e grandi zigomi da fare invidia a tutte le ragazze della città. Però non erano gemelli. Jack era un changeling – il changeling di Carter – ed era stato portato dalle creature del mondo magico per sostituire Carter, che loro avevano rapito.
Fairfold era un luogo davvero strano. Una città nel cuore della foresta di Carling, la foresta incantata, che brulicava di Verdini, come li chiamava il nonno di Hazel, e di LorSignori o Popolo dell’Aria, come li chiamava la mamma. In quei boschi potevi vedere una lepre nera nuotare nel torrente, fatto alquanto insolito per una lepre, o un cervo tramutarsi in un batter d’occhio in una fanciulla veloce come una gazzella. D’autunno, una porzione di mele raccolte veniva messa da parte per il crudele e capriccioso re Alno e ogni primavera si preparavano ghirlande di fiori in suo onore. La gente di Fairfold aveva imparato a temere il mostro della foresta, che attirava i turisti con un verso che ricordava il pianto di una donna. Le sue dita erano fatte di rami, i capelli di muschio. Si nutriva di dolore e seminava la rovina intorno a sé. Lo potevi stanare con una cantilena tipo quelle che le ragazze intonano ai pigiama party per i compleanni. E poi, in mezzo a un cerchio di pietre, c’era un biancospino dove potevi esprimere i desideri che ti stavano a cuore, attaccando un pezzetto di stoffa ai rami dell’albero in una notte di luna piena, e aspettando che arrivasse un membro del Popolo. L’anno prima, ci era andata Jenny Eichmann e aveva espresso il desiderio di entrare a Princeton, disposta a rinunciare a qualsiasi cosa se fosse stata esaudita. Jenny venne ammessa a Princeton, ma sua madre ebbe un infarto e morì il giorno stesso in cui arrivò la lettera dell’università.
Ecco perché fra l’albero dei desideri, il ragazzo con le corna e gli strani avvistamenti, e pur essendo Fairfold così piccola che l’asilo confinava con la casa di riposo e per comprare una lavatrice o farti un giro in un centro commerciale dovevi andare tre città più avanti, continuavano ad arrivare sempre tanti turisti. Le altre città potevano vantare il record del rotolo di spago più lungo o della forma di formaggio più grande, della sedia su cui poteva sedersi un gigante, delle cascate mozzafiato, delle grotte scintillanti piene di stalattiti e dei pipistrelli che dormivano sotto un ponte. Ma Fairfold aveva il ragazzo nella bara di vetro. Fairfold aveva il Popolo.
E per il Popolo, i turisti erano facili prede.
Forse per questo avevano pensato che i genitori di Carter venissero da fuori. Il padre di Carter non era di Fairfold, ma la madre non era una turista. Le era bastata una notte per accorgersi che avevano sostituito il suo bambino, e aveva saputo esattamente cosa fare. Mandò il marito fuori casa per tutto il giorno e invitò un gruppo di donne del vicinato. Avevano preparato il pane, tagliato la legna e riempito di sale una vecchia ciotola di terracotta. Poi, quando era tutto pronto, la madre di Carter mise l’attizzatoio sul fuoco.
Lo fece arroventare e aspettò. Solo quando il ferro diventò bianco ne affondò la punta sulla spalla del changeling.
Il bambino urlò di dolore, con uno strillo così acuto da mandare in frantumi le finestre della cucina.
Dalle fiamme si era levato un profumo di erba fresca e poi la pelle del bambino si era arrossata formando delle bollicine. Quella bruciatura aveva lasciato una cicatrice. Hazel l’aveva vista l’estate prima, quando era andata a nuotare con Jack, Ben e Carter; con il tempo si era sbiadita, ma restava lì.
Se bruci un changeling, chiami sua madre. E difatti, pochi minuti dopo, la donna si presentò sulla soglia con delle fasce tra le braccia. Stando ai racconti, era alta e magra, aveva i capelli marroni come le foglie d’autunno, la pelle color corteccia, due occhi cangianti dall’argento fuso all’oro del gufo, al grigio opaco della pietra. Non aveva niente di umano.
«Tu non ci porterai via i nostri figli» le intimò la madre di Carter, o almeno così aveva sentito raccontare Hazel, e quella storia l’aveva sentita tantissime volte. «Non rapirai nessuno e non ci farai ammalare. Qui da noi le cose vanno così da generazioni e così continueranno ad andare.»
La donna arretrò legg...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. NEL PROFONDO DELLA FORESTA
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. Epilogo
  27. Ringraziamenti
  28. Copyright