A piedi nudi
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A piedi nudi

  1. 434 pagine
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Informazioni su questo libro

In un momento difficile per tutte, le sorelle Vicki e Brenda e l'amica Melanie si rifugiano nel cottage di famiglia sull'isola di Nantucket, dove sperano di risolvere i propri guai e dare una svolta alla loro vita. Qui incontrano il giovane Josh, generoso e sensibile, che viene arruolato come babysitter dei figli di Vicki… Nel corso di una lunga e imprevedibile estate, tutti e quattro impareranno a non aver paura di vivere i propri sentimenti.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
eBook ISBN
9788852081019
Print ISBN
9788804676775
PARTE PRIMA

Giugno

Tre donne scendono dall’aereo. Sembra l’inizio di una barzelletta. Joshua Flynn, ventidue anni, nativo dell’isola di Nantucket, studente del Middlebury College, lavoratore stagionale al Nantucket Memorial Airport dove il padre faceva il controllore di volo, le notò immediatamente. Erano arrivate su un volo US Airways dall’aeroporto LaGuardia. Tre donne, due bambini piccoli: niente di insolito in questo. Che cosa, dunque, aveva attirato la sua attenzione? Josh Flynn studiava scrittura creativa a Middlebury e il suo insegnante, lo scrittore Chas Gorda, amava ripetere che un autore fiuta una buona storia come se fosse un temporale in arrivo. “Ti si rizzano i peli sulle braccia” assicurava. Il giovane si controllò le braccia – nulla – e sistemò il giubbino arancione fluorescente, poi si avvicinò all’aereo per aiutare Carlo a scaricare i bagagli. Suo padre, Tom Flynn, era sicuramente al computer cinque piani sopra la sua testa, e di tanto in tanto lo spiava dalla finestra per assicurarsi che lui facesse quello che definiva “un lavoro decente”. Josh trovava terribilmente stressante quella continua sorveglianza e quindi, dopo due settimane, aveva imparato a fiutare le storie senza tradirsi.
Due donne erano già sulla pista. Josh comprese subito che erano sorelle. Sorella Uno era molto magra, con lunghi capelli castano chiaro scompigliati dalla brezza, naso appuntito, occhi azzurri e un’aria palesemente infelice. La fronte solcata e corrugata le conferiva l’espressione di uno di quei buffi cani cinesi. Sorella Due aveva gli stessi occhi azzurri, lo stesso naso appuntito, ma il suo viso comunicava una distaccata tristezza più che un vero cruccio. Batteva in continuazione le palpebre come se fosse sul punto di piangere. Meno smilza della sorella, aveva i capelli biondi da scandinava tagliati dritti all’altezza delle spalle. Portava con sé una borsa a disegni floreali da cui spuntavano pannolini e un mazzo di chiavi di plastica colorate. Respirava a fondo, in modo esagerato, come se quel viaggio in aereo l’avesse spaventata a morte.
La terza donna scendeva esitante la scaletta con un neonato tra le braccia, quando un bambino sui quattro anni fece capolino tra le sue gambe. Aveva un bel viso rotondo e dal cappello di paglia le sfuggivano alcuni riccioli a cavatappi. Indossava jeans inzaccherati sulle ginocchia e zoccoli di gomma.
Le sorelle la aspettarono in fondo alla scaletta. Sorella Ansimante tese le braccia per prenderle il piccolino, scuotendo le chiavi. «Vieni dalla mamma» disse. «Ecco, Melanie, passalo a me.» Oltre al neonato, Cappello di Paglia reggeva una confezione di cornflakes, una tazza di plastica verde e un sacchetto per il mal d’aria. Le mancavano solo due gradini quando il bambino dietro di lei gridò: «Zia Brenda, arrivo!».
Spiccò un salto.
Voleva dirigersi verso Sorella Accigliata, ma nell’eccitazione si lanciò con tutto il suo peso – una ventina di chili – contro la schiena di Cappello di Paglia, che finì a terra con il piccolino. Josh si precipitò verso di loro, pur sapendo che non avrebbe fatto in tempo a salvare nessuno. Cappello di Paglia coprì con le mani la testa del neonato e cadde rovinosamente sulle ginocchia e sul braccio sinistro. Ahi.
«Melanie!» gridò Sorella Ansimante. Mollò la borsa dei pannolini per precipitarsi verso Cappello di Paglia. Il bambino non emetteva suono. Il collo rotto. Morto. Joshua iniziò a sudare freddo. Ma poi… un urlo! Il piccolo aveva semplicemente trattenuto il fiato per poi rilasciarlo con toni eroici. Era vivo! Sorella Ansimante lo sollevò per accertarsi che non avesse ferite evidenti, poi lo strinse contro la spalla. Sorella Accigliata si avvicinò con l’autore del crimine, il fratello maggiore, appeso alle gambe.
«Il piccolo sta bene?» chiese Sorella Accigliata. La sua espressione passò dall’impazienza all’insofferenza venata di preoccupazione.
«Tutto a posto» rispose Sorella Ansimante. «È solo un po’ spaventato.» Tese la mano verso Cappello di Paglia. «E tu, Melanie? Stai bene? Tutto okay?»
Melanie si tolse la polvere dal viso. Sul braccio aveva un graffio sanguinante. I cornflakes erano sparpagliati sulla pista, mentre la tazza di plastica era rotolata fino ai piedi di Josh. Lui la raccolse insieme al sacchetto per il mal d’aria.
«Vuole che vada a prendere la cassetta del pronto soccorso?» chiese a Melanie.
Lei si portò la mano alla guancia mentre con l’altra si massaggiava il ventre. «Oh, no. Grazie, comunque, ma non è il caso.»
«Sei sicura?» si informò Sorella Ansimante. «E…?»
«Sto benissimo» rispose Melanie.
«Blaine ora chiede scusa» dichiarò Sorella Ansimante. «Chiedi scusa, Blaine.»
«Scusa» bofonchiò lui.
«Avresti potuto fare molto male a tuo fratello. Avresti potuto fare male a Melanie. Queste cose non vanno bene, tesoro. Devi stare attento
«Ha già chiesto scusa, Vick» fece presente Sorella Accigliata.
Questo non era materiale da barzellette. Le tre donne, nell’insieme, erano le persone con l’aria più infelice che Josh avesse mai visto.
«Benvenute a Nantucket» disse, sperando di rallegrarle con quelle parole, anche se Carlo gli faceva sempre presente che non era un ambasciatore e doveva semplicemente occuparsi delle valigie: suo padre probabilmente lo stava controllando.
Sorella Accigliata alzò gli occhi al cielo. «Grazie mille» disse.
Avrebbero dovuto fare il viaggio in macchina, pensò Brenda mentre salivano sul taxi all’uscita del terminal. Veniva a Nantucket da sempre, e regolarmente in auto, che poi era imbarcata sul traghetto. Quell’anno, per via dei bambini, del cancro di Vicki e del desiderio di arrivare sull’isola prima possibile senza preoccuparsi dei costi, avevano scelto l’aereo. Secondo lei era stato un errore rompere con la tradizione, perché ecco cosa succedeva poi: l’inizio si era già rivelato un disastro. Melanie aveva vomitato per tutto il viaggio, poi era caduta, procurando a Vicki ulteriori motivi di ansia. L’unico obiettivo dell’estate era aiutare Vicki a rilassarsi, darle sostegno, alleviare la sofferenza del suo corpo malato. “È questo lo scopo, Melanie!” Ora, Melanie se ne stava a occhi chiusi dietro di lei, sul sedile posteriore del taxi. Vicki l’aveva invitata a Nantucket per l’estate perché aveva qualche “problema”. In Connecticut era alle prese con una “situazione complicata”. Brenda sapeva bene che Vicki non si sarebbe accontentata della sua compagnia: per tutta la vita, per tutta l’infanzia e l’adolescenza – ai campeggi, alle feste di carnevale, la domenica in chiesa – Vicki aveva sempre portato un’amica.
Quell’estate si trattava di Melanie Patchen. La notizia che si sarebbe unita a loro anche lei le fu rivelata all’ultimo momento, senza darle il tempo di protestare. Nel viaggio in limousine da Darien al LaGuardia, Brenda aveva saputo della “situazione complicata”: Melanie e il marito, Peter Patchen, cercavano “da sempre” di fare un figlio, e nell’ultimo anno avevano affrontato ben sette tentativi falliti di fecondazione in vitro. Poi, poche settimane prima, Peter aveva ammesso di avere una storia con una giovane collega d’ufficio, tale Frances Digitt. Un colpo devastante per Melanie, sconvolta al punto da risentirne a livello fisico: non riusciva a trattenere il cibo, non faceva che starsene a letto. Quel mese non le erano venute le mestruazioni. Era incinta, e la parte “complicata” della “situazione” era la sua partenza dal Connecticut all’insaputa del marito, che oltretutto ignorava la sua gravidanza. Se la filava con Vicki, Brenda e i bambini perché le occorreva “tempo per riflettere. Tempo per sé”.
Brenda aveva accolto l’informazione in silenzio, ma con scetticismo. L’ultima cosa di cui lei e Vicki avevano bisogno quell’estate era una che scappava da una situazione complicata. Oltre al cancro di Vicki, Brenda aveva problemi suoi. All’inizio della primavera aveva perso il suo posto di insegnante perché era andata a letto con il suo unico studente maschio e, se questa non fosse stata una catastrofe sufficiente, c’era anche l’accusa pendente di danneggiamenti a una preziosa opera d’arte di proprietà dell’università. “Scandalo sessuale! Rilevanza penale!” Brenda era passata dall’essere una stimata giovane docente, ammirata da tutti alla Champion University, al principale bersaglio di voci e pettegolezzi. Nel campus della Champion non si parlava che di lei, la professoressa Brenda Lyndon, che, dopo essersi guadagnata un giudizio eccellente nel primo semestre di insegnamento al dipartimento di inglese, aveva intrattenuto una relazione illecita con uno dei suoi studenti. E poi, per ragioni assolutamente imperscrutabili, era arrivata a “commettere un atto vandalico” contro un Jackson Pollock autentico appeso alla parete della Barrington Room del dipartimento di inglese. Oltre alla mortificante umiliazione subita in seguito alla scoperta della storia con John Walsh, Brenda era stata costretta a rivolgersi a un legale che non poteva permettersi per discolparsi dalle accuse di vandalismo. Lo scenario migliore, secondo Brian Delaney, avvocato, era che la squadra di restauratori dell’università decidesse di rattoppare il quadro e riempire la “scalfittura” facendolo tornare come nuovo. Lo scenario peggiore si sarebbe verificato se il danno si fosse rivelato irreparabile. L’università stava ancora studiando la questione.
In apparenza era venuta a Nantucket perché Vicki aveva bisogno di aiuto. Ma Brenda era anche disoccupata, molto difficilmente ricollocabile e decisamente a corto di soldi. Melanie non era la sola a cui occorresse “tempo per sé”, o “tempo per riflettere”: anche lei ne aveva un bisogno disperato. Aveva dedicato tutta la sua carriera di studiosa a un unico soggetto, il romanzo L’impostore innocente di Fleming Trainor. Questa opera poco nota, pubblicata nel 1790, era stata l’argomento della sua tesi e del seminario stranamente molto frequentato che teneva alla Champion. Poiché a quel punto si era attirata l’ostracismo perenne del mondo accademico, il solo modo per ricavare un po’ di denaro da L’impostore innocente – quantomeno il denaro necessario per pagarsi le spese legali e/o una “consistente sanzione pecuniaria” – era utilizzarlo in qualche modo non convenzionale e non accademico. Fu Brian Delaney, avvocato, a suggerirle di ricavarne una sceneggiatura. All’inizio lei aveva accolto l’idea con un’alzata di spalle, ma, come aveva eloquentemente sottolineato il legale, “a Hollywood vanno forte queste stronzate del passato. Dai un’occhiata a La fiera delle vanità, pensa a Jane Austen”. L’impostore innocente era talmente sconosciuto da non essere neppure disponibile su Amazon.com, ma Brenda era alla disperata ricerca di soldi e di un qualche progetto in cui impegnarsi. Vagliò a lungo l’idea e, più ci pensava, più le sembrava realizzabile. Quell’estate, se qualcuno le avesse domandato cosa faceva per vivere, avrebbe risposto che stava scrivendo una sceneggiatura.
L’altra ragione per cui Brenda era venuta a Nantucket era che John Walsh si trovava a Manhattan, e anche in una metropoli di otto milioni di abitanti lei percepiva la sua presenza come se Walsh abitasse dall’altra parte della parete di mattoni a vista di casa sua. Doveva spezzare ogni legame con lui, malgrado ne fosse tanto presa; doveva scappare dalla città in cui si era ricoperta di vergogna, doveva aiutare la sorella. Un’estate a Nantucket era la risposta a tutti questi problemi, e il cottage che un tempo era appartenuto a Liv, prozia sua e di Vicki, tre anni dopo la sua morte era ormai legalmente di loro proprietà.
La domanda non era tanto perché fosse lì, ma perché non fosse più felice di esserci.
Brenda prese in braccio il piccolo e strinse a sé l’altro nipotino, assicurato al sedile con la cintura. Il taxista domandò: «Dove vi devo portare?». Fu lei a rispondere: «A Shell Street, Sconset».
Shell Street, Sconset: le tre parole che preferiva. Non le sfuggiva che un modo per avere accesso a una consistente somma sarebbe stato quello di vendere a Vicki e a Ted la sua parte della casa di zia Liv, ma non sopportava l’idea di abbandonare quel pezzo di isola che era ormai suo: metà di una casa molto piccola. Guardò fuori dal finestrino i cespugli di sempreverdi che bordavano Milestone Road, gli ettari di brughiera diventati ormai area protetta. Inspirò l’aria, tanto fresca e pulita da produrre un effetto anestetico. Blaine pareva avere già le palpebre pesanti. Brenda non riuscì a fare a meno di pensare quanto sarebbe piaciuto quel posto a Walsh, che da bravo australiano amava la vita all’aria aperta, le spiagge e le onde, i grandi spazi, il cielo limpido. A Manhattan appariva smarrito; quella realtà totalmente civil...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. A piedi nudi
  4. PARTE PRIMA. Giugno
  5. PARTE SECONDA. Luglio
  6. PARTE TERZA. Agosto
  7. EPILOGO. Inverno
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright