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La morte mi ama
Informazioni su questo libro
Alan Goombridge si sente in trappola. Sposato a una donna che non ama, padre di due figli che non ha voluto, ha un lavoro noioso come manager in una sperduta filiale della Anglian Victoria Bank. Trascina la sua vita tra una mortale routine e il sogno di fuggire, dopo aver rubato alla banca il necessario per vivere un anno di libertà. Fino a che il destino non gli offre l'occasione di sparire davvero quando alcuni rapinatori assaltano la banca. Ma presto il suo sogno si trasforma in un incubo...
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Informazioni
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9788804668596eBook ISBN
97888520749431
Guardò le tremila sterline che aveva tolto dalla cassaforte quando Joyce era uscita per andare a colazione e che ora stavano sparse sul tavolo davanti a lui. Eccole lì: banconote di piccolo taglio in mazzette ordinate. Non toglieva mai più di tremila sterline dalla cassaforte, anche se di solito ce n’erano più del doppio, perché, a conti fatti, si era convinto che quella era la somma giusta che gli avrebbe permesso di conquistarsi un anno di libertà.
Sfiorava le banconote con la stessa eccitazione febbrile che molta gente prova per il sesso; questa per lo meno era la sua convinzione, visto che personalmente non aveva mai provato niente del genere. Guardava le sterline, se le rigirava fra le mani prima dolcemente, poi in modo brusco, come se il denaro fosse suo e ne disponesse in quantità. Si ficcò in tasca un paio di mazzette e si mise a passeggiare con sussiego per l’ufficio. Estrasse il portafoglio con le due solitarie sterline di sua proprietà e ne aggiunse altre quaranta, poi lo ripiegò, soppesandolo compiaciuto. Quindi finse di contare nelle mani di uno sconosciuto interlocutore una bella somma. A questo punto, sentendosi arrossire, si accorse che stava andando troppo lontano con la fantasia.
Non aveva nessuna intenzione di rubare quei soldi: se da una piccola agenzia il cui personale consisteva soltanto di un capoufficio (che per cortesia chiameremo direttore) e di un’impiegata con funzioni di cassiera, fossero sparite tremila sterline, e poi si fosse scoperto che il direttore era diventato uccel di bosco, mentre la ragazza era sempre lì, la Anglian Victoria Bank non ci avrebbe messo molto a trovare il colpevole. Non era l’onestà verso la banca a trattenerlo dal rubare, ma la paura di essere scoperto. Del resto non sarebbe mai riuscito a scappare: aveva soltanto trentotto anni, ma gli pesavano sulle spalle e si sentiva troppo vecchio per scappare.
Come sempre, smise di fantasticare quando si accorse di stare arrossendo. Questo significava che si era spinto troppo in là: di solito gli accadeva quando si metteva a interpretare una parte, o addirittura a dire ad alta voce da solo frasi insensate del tipo: «Benissimo; quelli erano i soldi per il deposito, domani mattina le farò avere le altre cinquemilanovecento sterline». Si fermò, sorpreso dallo stato di eccitazione in cui l’aveva ridotto questo assurdo gioco. Non solo, stava anche trasgredendo a una delle regole ferree della banca: non avrebbe mai dovuto aprire la cassaforte da solo, anzi, non avrebbe dovuto nemmeno conoscere la combinazione di Joyce, proprio come lei non avrebbe dovuto conoscere la sua. Si sentiva un po’ colpevole nei riguardi di Joyce, perché la ragazza era più che onesta e gli aveva confidato la combinazione soltanto perché un giorno le aveva detto scherzando che le leggi erano fatte per non essere rispettate e che questo era proprio ciò che facevano tutti.
Sentì la ragazza che rientrava dall’ingresso posteriore e nascose le sterline nel cassetto. Joyce non avrebbe avuto bisogno di aprire la cassaforte. Aveva più di cinquecento sterline nella cassetta del suo sportello e al mercoledì pomeriggio non erano molti i clienti della Anglian Victoria di Childon. Tutti i negozi chiudevano a mezzogiorno e non avrebbero più riaperto fino al mattino successivo.
Joyce lo chiamava sempre signor Goombridge invece di Alan; e non per un particolare rispetto, ma perché, avendo lei solo vent’anni, voleva sottolineare l’enorme differenza d’età che esisteva fra loro due. Era una di quelle persone convinte che il fatto di essere giovani costituisce un successo personale, una specie di fantastico risultato ottenuto solo grazie alle proprie virtù. Tuttavia, era sempre gentile con le persone più anziane di lei, anche se in modo vagamente protettivo.
«Che bella giornata, signor Goombridge! Sembra d’essere in primavera.»
«Siamo infatti in primavera» rispose Alan.
«Ha capito benissimo cosa intendo dire.» Quando qualcuno voleva farle notare che si esprimeva con frasi fatte, Joyce ribatteva sempre così. «Vuole un caffè?»
«No, grazie, Joyce; sarà meglio riaprire, adesso. Sono le due in punto.»
L’agenzia chiudeva per l’ora di pranzo; non c’erano abbastanza clienti per giustificare l’orario continuato. Joyce aprì la massiccia porta di quercia che dava sulla strada, poi quella interna, a vetri. Sistemò il cartello appeso davanti al suo sportello in modo che si potesse leggere il suo nome, SIGNORINA J.M. CULVER, quindi tornò nell’ufficio di Alan. Da qui, con la porta aperta, si poteva controllare chi entrava e chi usciva. Joyce aveva delle gambe molto lunghe e un seno florido, ma, a parte questo, non aveva niente altro che potesse attirare gli sguardi. Appoggiata alla scrivania di Alan, cominciò a raccontargli che cosa aveva mangiato a colazione al Childon Arms con il suo ragazzo, e quello che lui le aveva detto a proposito del non aver abbastanza soldi per sposarsi.
«Dovremmo andare a vivere con mia madre, ma questa è una cosa che non va; due donne sotto lo stesso tetto non possono andare d’accordo: altre abitudini. Non si può annullare il conflitto generazionale. Quanti anni aveva lei quando si è sposato, signor Goombridge?»
Avrebbe voluto rispondere ventidue o ventiquattro, ma come fare? Joyce sapeva benissimo che Christopher era ormai un uomo fatto, e così, per non apparire ancora più vecchio di quel che era, ma vergognandosi un poco, rispose: «Diciotto».
«Be’, mi sembra davvero troppo presto per un uomo. Una donna ancora passi, ma per un uomo! Bisogna affrontare grosse responsabilità nel matrimonio, e un ragazzo di diciotto anni non è abbastanza maturo per farlo.»
«Molti uomini non diventano mai maturi.»
«Sa benissimo cosa intendo dire» replicò Joyce.
In quel momento sentirono aprirsi la porta esterna, e Joyce lo lasciò ai suoi pensieri e alla lettera della signora Marjorie Perkins che gli chiedeva di trasferire una parte dei suoi fondi dal suo deposito vincolato al conto corrente.
Joyce conosceva tutti i clienti per nome, e ora si era messa a chiacchierare piacevolmente con il signor Butler e con la signora Surridge. Alan aprì il cassetto e lanciò un’occhiata alle tremila sterline che aveva nascosto. Avrebbe benissimo potuto vivere per un anno con quella somma. Avrebbe avuto una stanza tutta per sé, si sarebbe fatto dei nuovi amici, avrebbe comprato i libri e i dischi che gli piacevano, sarebbe potuto andare a teatro tutte le volte che ne aveva voglia o restare alzato tutta la notte. Per un anno. E poi? Quando sentì che Joyce era occupata a chiacchierare con il signor Wolford, il macellaio di Childon, che la stava intrattenendo sull’inflazione e su come erano diverse le cose quando lui era giovane (aveva solo trentacinque anni), prese le sterline e si recò nello stanzino dove era sistemata la cassaforte. Conosceva a memoria la sua combinazione e anche l’altra, quella che non avrebbe mai dovuto sapere. Fece girare le manopole e la porta si aprì; ripose con cura le tremila sterline e richiuse.
Come al solito, a questo punto fu assalito da una strana sensazione, come se gli avessero portato via qualcosa che gli apparteneva. Era chiaro che non poteva tenere quel denaro, non sarebbe mai stato suo, e tuttavia, una volta che lo ebbe riposto, si sentì derubato, come un innamorato che vede sfuggirgli la ragazza che un attimo prima teneva tra le braccia. Proprio in quel momento squillò il telefono: era Pam. Gli telefonava tutti i giorni a quell’ora per chiedergli quando sarebbe rientrato. Alan tornava a casa invariabilmente alla stessa ora. Lei lo pregava di ritirare dei pacchetti nei negozi o di passare a prendere Jillian a scuola. Secondo Joyce era proprio carino che, dopo tanti anni, la moglie gli telefonasse tutti i giorni in ufficio.
Arrivarono altri clienti; anche Alan prese posto dietro uno sportello dopo aver esposto il cartello con il suo nome. Cambiò un assegno a qualcuno che gli sembrava vagamente di conoscere e che, dal nome scritto sull’assegno, doveva essere un certo signor P. Richardson.
«Come vuole la somma?» gli chiese.
«Mi dia cinque verdoni e tre ritratti del duca di Wellington» rispose Richardson, che si riteneva spiritoso.
Alan sorrise fingendosi divertito, anche se in quel momento avrebbe desiderato rompergli sulla testa il calcolatore. Gli venne in mente che l’ultima volta che Richardson era venuto in banca, alla sua domanda aveva risposto che gli sarebbero piaciuti dei marchi tedeschi.
Per oggi avevano finito coi negozianti: ciascuno aveva depositato in banca l’incasso della giornata e se n’era andato a casa. Alle tre e mezzo, Joyce chiuse le porte, e insieme si misero al lavoro per fare il bilancio delle entrate e delle uscite e tutte le altre operazioni che sono necessarie per mantenere alto il buon nome e la reputazione di una delle più piccole agenzie della Anglian Victoria. Poi, mentre Joyce si attardava a truccarsi gli occhi, andò a prendere i loro cappotti che erano appesi in un armadio del suo ufficio.
«Si stanno allungando le serate» osservò Joyce.
Come sempre aveva parcheggiato la macchina nel cortile dietro la banca, circondato da un alto muro di tipiche pietre del Suffolk. Era un posto grazioso, con larghe macchie di rampicanti gialli lungo il muro di cinta. Anche la banca del resto era sistemata in un edificio d’epoca Tudor estremamente grazioso. La sua automobile, invece, di grazioso non aveva proprio niente, visto che era una vecchia Morris 1100, con lo specchietto retrovisore rotto e una targa del tempo di Noè, ma per il momento non poteva permettersi di comprarne una nuova. La zona residenziale dove abitava, distante solo pochi chilometri, era di costruzione recente, e bastavano pochi minuti di guida lungo piacevoli stradine di campagna per raggiungerla.
Il posto doveva il suo nome a uno dei martiri dell’epoca di Maria la Sanguinaria, che era stato bruciato nel 1555 proprio in quella zona. Se fosse appartenuto all’altra fazione, il reverendo Thomas Fitton a quest’ora sarebbe già stato beatificato, ma essendo invece un irriducibile protestante, tutto quello che aveva ottenuto era stato un moderno conglomerato di cubi rossastri che portava il suo nome. Lungo le quattro strade che intersecavano l’area, Tudor Way, Martyr’s Mead, Fitton Close, e poi (forse al costruttore era venuta meno l’ispirazione) Hillcrest, si allineavano case dagli identici tetti a tegole, con larghe finestre panoramiche e comignoli dalla funzione puramente ornamentale. Quasi tutti gli abitanti della zona si servivano, per le loro piante e i loro cespugli, dallo stesso negoziante di Stantwich; non solo, ma amavano anche scambiarsi fra di loro sementi e piantine, così che, davanti a ciascuna casa, si vedeva un piccolo cipresso, un cespuglio di ginestra e spesso anche una grossa macchia di piante tropicali. Questo dava alla zona uno strano aspetto uniforme, come se non si trattasse di tante piccole proprietà, ma di una serie di costruzioni d’un medesimo parco.
Alan aveva comprato la sua casa, proprio in cima a Hillcrest, con un mutuo garantito dalla banca, e considerava questo investimento come una delle poche cose sagge fatte in vita sua, visto che pagava soltanto il due per cento d’interesse invece dell’undici, come facevano gli altri.
Doveva lasciare la sua macchina all’aperto, perché il garage, che i costruttori definivano “abitabile”, era stato trasformato in camera-salotto per il padre di Pam. Pam gli venne incontro per aiutarlo a portare i pacchetti. Era una donna di trentasette anni che aveva lavorato per un solo anno prima di sposarsi e aveva trascorso tutta la sua vita in un paese di campagna. Si truccava pesantemente le labbra, e le palpebre erano coperte da uno spesso strato di ombretto grigio-azzurro. Dal momento che, quand’era ragazza, era di moda avere sempre le labbra dipinte e brillanti, ancora oggi, di tanto in tanto, Pam spariva per andare a ritoccarsi la bocca. Anche in cucina, in uno scaffale a portata di mano, teneva uno specchietto, della cipria compatta, rossetto e ombretto. Portava abiti lunghi fino al ginocchio, l’anello di fidanzamento sopra la fede matrimoniale, e spesso anche un braccialetto con un portafortuna. Dimostrava almeno quarantacinque anni.
Chiese ad Alan come aveva passato la giornata, e lui rispose che era andato tutto bene, e lei? Anche a casa tutto regolare, rispose Pam mentre estraeva dai sacchetti barattoli di zuppa e i cereali per la prima colazione. Poi si mise a parlare dell’alto costo della vita. Era una cosa che faceva tutti i giorni per almeno un quarto d’ora dopo che Alan era rientrato. Per ritardare il più possibile il momento in cui avrebbe dovuto incontrare suo suocero, Alan uscì in giardino e indugiò a osservare il biancospino e i piccoli tulipani rossi che la luce violetta del tramonto illuminava con magici riflessi. Forse per la luce particolare del momento, o forse per la vista dei fiori, si sentì turbato, come se stesse per innamorarsi, cosa che invece non gli era mai capitata. Dovevano essere tutti quei libri di storie romantiche che leggeva, e che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere!
Ormai si era fatto troppo freddo, così rientrò in salotto e si sedette a leggere il giornale. Non ne aveva una gran voglia, ma era una di quelle formalità cui pare si debbano assoggettare gli uomini alla sera quando rientrano dal lavoro. Qualche volta pensava di aver messo al mondo i suoi figli per la stessa ragione.
Dopo non molto comparve il suocero; si chiamava Wilfred Summitt, ma Alan e Pam lo chiamavano Pop, e così i ragazzi lo chiamavano nonno Pop. Alan lo odiava più di chiunque altro al mondo e sperava con tutte le sue forze che crepasse presto, anche se la cosa era estremamente improbabile perché Wilfred aveva solo sessantasei anni e godeva di ottima salute.
«Buona sera a tutti voi» annunciò Pop, come se si rivolgesse a un’assemblea.
Alan brontolò un saluto senza neanche alzare gli occhi dal giornale e Pop si sedette. Dopo non molto, per costringere Alan a prestargli attenzione, allungò un pugno nel giornale e chiese: «Come va? Tutto bene?». Come gli antichi scrittori dei Salmi, anche Wilfred Summitt amava ripetere due volte le stesse cose, modificandole leggermente. «Stai bene? Tutto a posto?»
«Mmm» rispose Alan, e scomparve nuovamente dietro lo «Stantwich Evening Press».
«Bene; questa è la risposta che mi piace sentire. Niente di nuovo sul giornale?»
Alan non rispose, e Pop, piegando il suo grasso corpo quasi ad angolo retto, si fece più vicino e cominciò a leggere l’ultima pagina. Aveva una vista formidabile!
Ah, ecco! C’era stata un’altra rapina in banca, un altro cassiere era stato ucciso. Ma ce ne sarebbero state altre, molte altre in tutto il paese! E volevano sapere perché? Perché i criminali sapevano che non sarebbero stati impiccati, ecco perché!
«Sta diventando come a Chicago, come in America» proseguì Pop «un tempo pensavo che lavorare in banca fosse un lavoro tranquillo, anche Pam era di questa idea. Ma adesso è tutta un’altra storia. Pensare che tu lavori in banca non mi rende per niente tranquillo, mi innervosisce, ecco! Potrebbe succederti qualcosa in qualsiasi momento, come a quel poveretto che hanno fatto fuori a Glasgow, e allora cosa ne sarebbe di Pam? Questa è la mia preoccupazione: cosa ne sarebbe di Pam?»
Alan replicò che la sua agenzia era troppo piccola perché dei rapinatori se ne interessassero.
«Questo pensiero mi consola, è il mio conforto. Quando divento troppo nervoso mi dico: meno male che non ha mai avuto una promozione, meno male che non ha mai fatto carriera. Meglio un asino vivo che un dottore morto, questo è il mio motto!»
In quel momento Alan desiderò fortemente di poter bere un whisky. Aveva letto nei libri e visto alla televisione che c’era un mucchio di gente che prima di cena si concedeva un paio di bicchieri, e sapeva che in casa non mancava qualche bottiglia. Nella credenza c’era una bottiglia di whisky ancora intatta, una di gin quasi piena, e una grossa bottiglia di sherry che Christopher aveva comprato all’aeroporto quando era tornato da un viaggio in Svizzera. I liquori tuttavia erano riservati agli ospiti: quelle rare coppie che i Goombridge invitavano alla sera, non più di una per volta e mai più spesso di ogni due settimane. Si chiese che cosa avrebbero detto Pam e Pop se fosse andato a versarsi un’abbondante dose di whisky, ma come sempre i suoi propositi non andarono più in là delle fantasticherie.
Comparve Pam ad annunciare che la cena era pronta, e si trasferirono tutti in quella che veniva chiamata la “zona pranzo”. C’era del fegato con p...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La morte mi ama
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
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