Uno spettacolo superbo ha dato il via ai Giochi
La grande sfilata dello stadio Olimpico dei migliori atleti di ottantaquattro nazioni
Il presidente della Repubblica ha dichiarato aperte le gare ed è stata issata sul pennone la bandiera olimpica – Dopo l’accensione della fiamma nel tripode il discobolo Consolini ha letto il giuramento “Per la gloria dello sport e l’onore dei nostri Paesi” – La cerimonia si è svolta nel più suggestivo scenario, con squilli di fanfare, colpi di cannone e il suono di tutte le campane di Roma.
(Corriere della Sera)
Il viso del ragazzo era grigio come il lenzuolo che ne nascondeva il corpo.
«Come si chiamava?»
«Jensen, Knud Enemark Jensen.»
Prima di rispondere il medico aveva dato una rapida occhiata al cartellino attaccato alla panca di ferro della sala mortuaria dove era appoggiato il cadavere.
«Anni?»
Il medico guardò di nuovo il cartellino.
«Ventitré.»
«Non c’è stato niente da fare?»
«Quando è arrivato qui era gravissimo. Durante la cento chilometri a cronometro a squadre si è preso un’insolazione ed è caduto.»
Indicò un punto laterale della testa dove una vasta macchia violacea si disegnava violenta sul pallore della carne.
«Vede, in questo punto le ossa si sono quasi fracassate. Il colpo deve essere stato terribile e gli ha procurato un’emorragia cerebrale. Aveva solo un cappellino di tela per proteggersi.»
Guardò ancora una volta quel corpo freddo adagiato sulla panca, che ora non era più niente, e concluse la sua breve diagnosi.
«Si è capito subito che la situazione era disperata. Lo abbiamo immediatamente messo sotto la tenda a ossigeno per provare a conservare almeno le funzioni primarie, ma è stato inutile. L’emorragia era troppo vasta. Ha smesso di respirare intorno alle 15.»
Una morte stupida.
Un banale incidente, come ne capitano tanti.
Era stato mandato lì per niente.
Al Sant’Eugenio ce lo aveva spedito il questore in fretta e furia.
Voleva capire cosa fosse davvero andato storto.
Erano tutti nervosi in quei giorni.
Migliaia e migliaia di persone si affollavano a Roma per le Olimpiadi e la Capitale era zeppa di giovani atleti provenienti da tutte le parti del mondo. Piena come’era di americani e comunisti, la città correva il rischio di trasformarsi in un nuovo campo di battaglia in quella guerra non dichiarata che negli ultimi mesi si era improvvisamente incattivita.
Il primo maggio, i russi avevano abbattuto un U-2, l’aereo più segreto dell’aviazione degli Stati Uniti, mentre sorvolava il territorio dell’Unione Sovietica. Dopo erano andati esibendo il pilota, Francis Gary Powers, come trofeo nelle strade di Mosca e come prova più evidente degli atti di spionaggio dei nemici capitalisti. I voli non erano però stati fermati e tutti sapevano che un nuovo incidente avrebbe avuto conseguenze ben più gravi del primo. Proprio nei giorni precedenti l’inizio dei Giochi, i giornali italiani e stranieri avevano cominciato a riempirsi di notizie sui preparativi dell’imminente viaggio a New York del sanguigno segretario generale del PCUS, Nikita Sergeevič Krusciov: all’assemblea dell’ONU avrebbe pronunciato un discorso che, a giudizio quasi unanime di tutti i commentatori politici, non prometteva nulla di buono.
A lui, Pietro Barbero, tutta quell’aria cupa che faceva traballare il mondo fra la pace e la guerra non faceva né caldo né freddo.
C’era abituato.
Era il commissario della squadra politica della questura.
Non sapeva niente di sport e le Olimpiadi erano solo un incarico come un altro. Il clima di euforia che attraversava il Paese lo aveva appena sfiorato. Era solo lavoro e lo avrebbe svolto come aveva fatto con gli incarichi precedenti, utilizzando la dote per la quale era conosciuto e stimato, perfezionata col passatempo in cui si rifugiava ogni sera alla fine del turno.
Gli scacchi premiano non il giocatore più intelligente, ma quello più paziente, capace di aspettare, dopo una serie più o meno lunga di mosse, che il pezzo dell’avversario si vada a collocare esattamente sulla casella prevista. Lui sapeva attendere con calma che la logica del gioco facesse la sua parte, calcolando rischi e vantaggi. Era dappertutto la stessa storia: bianchi contro neri, un campo dove muovere i pezzi e il pareggio come risultato più probabile. Anche questo metteva nel conto.
Mentre usciva dalla sala mortuaria ripensò alle parole del prefetto nella riunione tenutasi in questura agli inizi di quel mese afoso e senza un alito di vento.
«Roma si riempirà di spie e di agitatori politici e noi non vogliamo incidenti di nessun tipo. La politica deve assolutamente restare fuori dai Giochi. Il ministro dell’Interno, Mario Scelba, è stato chiarissimo su questo punto, e quello degli Esteri, Antonio Segni, lo ha ripetuto agli ambasciatori dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti.»
Aveva guardato a lungo tutti i funzionari, ma alla fine aveva valutato che era inutile tentare di nascondere quanto poco potessero valere le parole di un governo nato da appena qualche settimana.
«Se ne fregheranno tutti e due. Dovremo stare molto attenti ed evitare che questa diventi la loro Olimpiade. È la nostra.»
Quando Pietro imboccò il lungo corridoio che conduceva verso l’uscita, il caldo di quella estate che non aveva nessuna intenzione di finire lo aggredì di nuovo.
Un sole magnifico e feroce aveva accolto il giorno prima gli atleti e le delegazioni degli ottantaquattro Paesi che avevano sfilato nello stadio Olimpico, facendo letteralmente risplendere i mille colori delle loro divise e delle bandiere.
Era stato lui il giorno dopo ad ammazzare il ragazzo.
«Maledetto caldo» mormorò il commissario provando ad asciugarsi con un fazzoletto le gocce di sudore che cominciavano a bagnargli la fronte.
Camminava in quell’afoso corridoio del piano terra con gli occhi abbassati verso il pavimento per concentrarsi sullo striminzito rapporto da inviare al superiore: “La morte del ciclista danese è stata causata da un trauma cranico a seguito di una caduta provocata da un’insolazione. Le cause sono accidentali. Archiviare”.
Lo vide non appena alzò lo sguardo.
Era seduto nel corridoio del pronto soccorso su una delle piccole panche di alluminio e linoleum dove di solito si accomodavano, ansiosi di notizie, i parenti dei pazienti appena ricoverati. Lui, al contrario, era del tutto rilassato con le lunghe gambe distese, l’eterna sigaretta in una mano e nell’altra una copia di “Paese Sera” che sventolava per provare a tenere lontana l’aria spessa di agosto, la giacca sgualcita appoggiata di fianco e la camicia con le maniche malamente arrotolate.
Al rumore dei passi del commissario l’uomo si alzò di scatto e si avvicinò rapidamente.
«Che ci fai qui?» chiese Pietro incuriosito.
«Mi ha mandato il direttore per capire cosa è successo.»
Gli offrì poi una sigaretta dal pacchetto rosso di Pall Mall senza filtro che cacciò dalla tasca.
Si conoscevano da sette anni e il primo incontro non aveva avuto nulla di amichevole.
Il commissario aveva arrestato Vittorio Macioce, scambiandolo per uno dei manifestanti, durante una di quelle proteste contro la legge truffa che quasi sempre finivano tra il fumo dei lacrimogeni, le cariche della polizia e il fuggi fuggi generale.
Pietro Barbero era alle prime armi in una giornata difficile con l’adrenalina che comandava il cervello. Il corteo era sfuggito di mano e c’erano stati dei feriti dall’una e dall’altra parte. All’arrivo in ufficio gli aveva assestato un cazzotto pentendosi immediatamente per quello che aveva fatto: una mossa non calcolata.
Quando era arrivata la telefonata concitata della prefettura che chiedeva notizie dell’arresto di un giornalista del quotidiano ufficiale dell’opposizione, lo aveva subito rilasciato, attendendo con preoccupazione la denuncia o, peggio ancora, l’articolo che accusava di violenza le forze dell’ordine. Uno scandalo che avrebbe significato la fine della sua carriera.
Non erano arrivati né l’una né l’altro.
Il perché glielo aveva spiegato lo stesso Macioce un mese dopo, quando si erano incontrati, per caso, in un bar. Il giornalista, senza mostrare nessun segno di rancore, gli aveva offerto un caffè e raccontato che lui a quella manifestazione non avrebbe dovuto esserci. Era insieme a una donna di cui era meglio che nessuno conoscesse il nome. Soprattutto il direttore del suo giornale. Aveva poi concluso, ridendo, che lui sapeva riconoscere quando un pugno era tirato bene e che quello preso in questura era stato proprio fantastico. Infine gli aveva offerto una sigaretta chiedendogli da accendere.
Ne era nata prima una precaria conoscenza, che si era trasformata in una stramba amicizia allorché, due anni dopo, la politica si era levata di torno con il passaggio di Vittorio dall’“Unità” a “Paese Sera” a occuparsi di sport. Quando Pietro gli aveva chiesto il motivo di quel cambio improvviso l’altro si era limitato ad affermare che era quella la sua vera passione. Si davano del tu quando erano soli.
«Mi dai un cerino?»
«Ma non li compri mai?» rispose Barbero allungandogli i minerva.
«Ho un problema serio: li prendo sempre insieme alle Pall Mall, ma quelli immediatamente scompaiono, forse si nascondono. Non posso farci niente: mi odiano.»
Sfregò la testa del fiammifero sulla carta vetrata della scatola.
«Allora, come sta il ragazzo?» chiese rilassato.
«È morto.»
Il giornalista si bloccò con il cerino in mano e lo buttò via solo quando il calore gli scottò le dita.
«Che stai dicendo? Era una semplice caduta.»
«Emorragia cerebrale causata dal trauma cranico. Così dicono i medi...