1
Poco più di un chilometro all’interno dei confini segnati della nostra città, all’incrocio in cui si trovava un tempo il negozio del signor Murmuracki, svoltando a sinistra in una via parallela al cimitero, vi troverete oltre la vecchia stazione di servizio a gelare sulle isole di erbacce tra le quali uccelli scuri dal becco bianco vanno a bagnarsi all’alba, e il sole si alza, visibile a metà, sopra nubi temporalesche crivellate dal vento, proiettando in basso raggi diagonali attraverso ogni ferita. Dita di nebbia spuntano annaspando da pozze color acciaio. All’improvviso il mondo riprende colore, l’argento diventa rosso, appaiono deliziose sfumature rosso-bruno e verdi, mentre i lunghi raggi di luce galleggiano sul crescione. Lungo l’argine, una fila di anatre nuota nel canale d’acqua color ghiaccio che a mattino inoltrato tornerà al suo colore verde alga. Tornando al cimitero di West Laurel Hill, il cui muro di cinta originario si erge a circa quattro chilometri da lì, rettangoli di sole e ombre poliedriche decorano l’erba gelata tra i plinti, e nel sole che sorge si scorgono in parte le silhouette delle lapidi. Un’approssimazione delle loro proiezioni potrebbe essere eseguita da geometri con i più elementari strumenti meccanici, mentre qui nella palude i disegni delle ombre sono troppo grandiosi per essere compresi, dato che le forze soprannaturali sono in realtà così deboli che le tenebre hanno un potere maggiore intorno ai fiumi che intorno alle tombe. Ora il tepore raggiunge la massicciata della ferrovia, dispiegandosi verso il basso, rilasciando l’odore fumoso del fango, finché tutte le cose di questo mondo – le galle su quella quercia, le canne morte, la matassa delle tife dell’anno passato, il grumo delle ragnatele, quell’otaria sbuffante che si rotola su un’assolata chiazza erbosa, le strisce argentee e rosso-brune del prato – appaiono fissate nella loro vera natura, come se il fascio di luce di una torcia elettrica potesse dimostrare che conservano le loro forme presenti, per quanto potente possa essere il buio della notte.
Una volta un mio vicino trascorse qui un’estate. Eviterò di scrivere il suo nome.
2
Le sue amiche dai capelli grigi gli facevano ancora i complimenti dicendogli che stava appena un po’ ingrigendo sulle tempie. Lui evitava gli specchi, e i vicini con cui stava invecchiando lo trattavano come se fosse giovane quanto loro, sicché lui ricambiava il favore, pur sapendo che, diversamente da loro, era davvero giovane, o perlomeno più giovane di quel che sembrava. Una mattina si sentì lo stomaco leggermente fuori posto, ma il giorno dopo stava bene come non mai; eppure gli pareva di aver perso un po’ l’appetito; aveva sempre adorato la pancetta con le uova, e adesso invece il solo odore gli dava la nausea. Il malessere scendeva su di lui come neve, rivestendogli quasi impercettibilmente l’interno della gola, accumulandosi fiocco su fiocco nel petto e colando poi giù nella pancia. Da anni era sovrappeso, perciò questo fatto era del tutto insignificante. Si asteneva dai cibi grassi più facilmente di prima, e se la sua faccia rimpiccioliva, be’, non voleva forse dire che presto si sarebbe sentito più leggero sulle gambe? Il dottore gli diede quattro mesi di vita.
Non appena fu di nuovo solo si sedette alla sua scrivania.
Il suo migliore amico, Luke, era sempre stato un tipo pratico, cui piaceva spuntare dagli elenchi le commissioni svolte, avere la scrivania sgombra e pagare le tasse il prima possibile. Aveva dato via gran parte dei suoi beni, distribuendoli a chi secondo lui ne avrebbe fatto il miglior uso. Avevano sparso le sue ceneri tra i monti.
Prima di Luke, e in parte anche contemporaneamente, c’era stato un altro amico, Isaac, alto e magro, che lui non avrebbe mai conosciuto se non fosse stato per Clara, che se ne era innamorata al liceo e ancora parlava con tristezza dell’“estate in cui Isaac se ne andò”, in cui aveva lasciato tutti, cioè, e Clara in particolare, com’è ovvio. Lei doveva aver appena compiuto diciannove anni, sicché Isaac doveva averne ventuno, e quindi questo mio vicino cui rimanevano quattro mesi di vita ne aveva ventidue ed era già fidanzato con Clara quando lei volle presentargli Isaac. A quell’epoca lui aveva il terrore delle nuove conoscenze e ancor più di tutti i ragazzi per cui Clara, evidentemente, provava ancora qualcosa, ma l’aveva accontentata, e la strana conseguenza era stata che lui e Isaac erano diventati amici intimi. Circa quarant’anni prima, dunque (doveva essere la primavera dopo che Clara l’aveva mollato), aveva conosciuto Luke e l’aveva presentato a Isaac, il quale, tra i suoi vari pregi, aveva quello di non voler aver più di ciò che poteva portarsi in spalla. Luke lo ammirava segretamente per questo. Dovunque andasse, Isaac s’immergeva nel viaggio e non si fermava. Era coraggioso, astemio, aveva le gambe lunghe, era allegro anche se irrequieto, generoso e un po’ spendaccione, capace di aprire il proprio cuore e perciò di suscitare affetto negli altri, in particolare nelle donne, ma soprattutto viaggiava leggero. I suoi spauracchi erano l’insincerità e la mancanza d’igiene. I narcisisti, in genere, non considerano che la sincerità può essere scortese e che la sporcizia deriva più spesso dalla disabilità o dalla mancanza di soldi che dalla colpevolezza o da una sordidezza innata. La stellare fedeltà di Isaac a se stesso lo esponeva perciò ad accessi di capriccioso estremismo. Ecco spiegata “l’estate in cui se ne andò”, la diciassettesima di Clara. Luke era solito ripetere che qualunque azione malvagia uno avesse commesso altrove si sarebbe ripetuta a portata di mano, e infatti a tempo debito Isaac “andò via” di nuovo, nel deserto, dove aveva deciso di vivere. Luke, che aveva conservato la passione per le escursioni più estreme, era rimasto profondamente colpito, anzi sconvolto da quell’esempio, ed era solito elogiarlo, ma quella sistematica interruzione dei contatti con gli amici aveva anche un che di crudele, almeno dal punto di vista del mio vicino con lo stomaco fuori posto, il quale non aveva mai nutrito rispetto per la scelta del Buddha e di Gesù e ancor meno (ad esempio) di Clara di abbandonare le persone che li amavano. A Isaac non importava di spezzare il cuore alle donne: provava quel che provava, e dunque perché fingere o mentire? Quando “andò via” abbandonando il mio vicino, era stata una donna a convincerlo – perché prima di lasciare le donne lui le trattava da imperatrici. Forse la ragione per cui Luke più lo ammirava era che Isaac sembrava non aver mai rimpianti per se stesso. E così Isaac “andò via”, e il mio vicino non ebbe più sue notizie per anni. A un certo punto, però, per caso (Isaac aveva bisogno di aiuto per procurarsi degli antibiotici), ridiventarono amici. Tuttavia, quando il mio vicino cominciò a ingrassare, Isaac divenne sprezzante. Da parte sua, quello grasso credeva di aver fatto molto per Isaac, materialmente e non solo; la lealtà era il suo feticcio personale, e forse proprio per questo era rimasto fedele a tutte le sue numerose fidanzate. Una sera, dopo che una certa sua favorita lo aveva scaricato, lui aveva provato a manifestare la propria tristezza a Isaac, che aveva una vaga conoscenza della donna in questione. Era una cosa triste, senza dubbio, e quello grasso si sentiva alquanto debole in quel momento; ci era mancato poco che si mettesse a piangere raccontando del proprio dolore a Isaac, il quale “se ne andò” alla svelta, una volta per tutte. In qualche luogo, dall’altra parte, c’è una valle più dolce con fiumi d’un verde latteo le cui ampie rapide avvolgono isole dalle molte cenge, sulle quali uno scheletro può prendere il sole, ma non saprei dire se Isaac ci sia arrivato o meno. Se si potesse conoscere una ragnatela anche solo osservandola di taglio, questa sarebbe pur sempre una forma di comprensione; lui e Isaac, perciò, in qualche misura si comprendevano. Secondo il modo di pensare di Isaac, lui doveva essere flaccido e sudicio come appariva; per quello grasso, invece, questo secondo tradimento era imperdonabile, sebbene il perdono non avesse alcuna rilevanza. In sostanza, il grasso era persona abbastanza di buon cuore, come gran parte della gente del suo temperamento, e se Isaac gli avesse chiesto aiuto lui sarebbe stato conciliante come lui riteneva di essere stato con Clara (la quale, devo ammettere, se n’era andata con un’opinione di lui non tanto positiva). Chi siamo, allora: gli abitatori delle nostre buone azioni o i felici perpetratori delle nostre fantasie malvagie?
Con il passare degli anni, pareva che il ricordo di Isaac fosse diventato per lui indifferente: non gli importava se Luke lo nominava, e quando quest’ultimo aveva cominciato a dare via i propri beni, era stato per lui addirittura consolante immaginare che l’amico stesse prendendo la stessa strada di Isaac, il quale, essendosi già sbarazzato dell’unico accessorio domestico che possedeva, cioè un materasso, aveva dormito per una manciata di notti sul tappeto della stanza che aveva in affitto e nel giro di un quarto d’ora aveva infilato tutto quel che aveva nello zaino, pronto ad andare incontro per sempre al vento del canyon bianco. Se quello fosse stato – anche nel senso più metaforico possibile – il destino di Luke, allora la sua scomparsa (ossia, diciamo, il suo passaggio alla relativa luminosità degli altipiani lunari) non si sarebbe potuta definire terribile. Naturalmente, però, il mio vicino grasso sapeva che era terribile, se non peggio; ciononostante, quando arrivò il suo turno, si ritrovò ad aprire un cassetto della sua scrivania per decidere il destino del più prezioso dei suoi tesori, ossia le lettere di tutte le donne che aveva amato.
3
Di scrivanie in verità lui ne possedeva due. Una era un antico scrittoio con chiusura scorrevole appartenuto a suo padre. Prima di diventare vecchio si era domandato cosa farne. Non essendo mai stato un tipo pratico, aveva utilizzato i vari scomparti per adattatori e cavi di apparecchi elettrici perduti che un giorno sarebbero magari ricomparsi (giacché a quei tempi era chiaro che la sua vita sarebbe andata avanti per sempre); per non dire del vecchio e grosso microfono analogico, delle schede che aveva preparato per familiarizzare con la lingua inuktikut, delle mine di matite rotte, delle penne il cui inchiostro forse non era ancora esaurito, delle scatole di diapositive a colori di cui non ricordava più il soggetto (ma che conveniva tenere da parte nell’eventualità che tra esse ci fossero immagini di donne nude), degli occhiali che non gli andavano più bene, delle chiavi di bauli, lucchetti e appartamenti dimenticati e della boccetta di pillole che quattordici anni prima avrebbe potuto farsi riempire. Era stato Luke a dargli quelle pillole quando il padre aveva avuto un certo problema intimo.
Mi farebbe piacere se questa scrivania la tenessi tu, gli aveva detto il padre. Il figlio aveva già l’altra. Comunque quella del padre gli piaceva, e aveva la vaga speranza di farci qualche buon lavoro, prima o poi. Il padre di Luke era ordinato come il figlio. Pur vedendo che fine aveva fatto la sua scrivania, non aveva detto nulla.
Quando si sedeva con le braccia conserte sul suo ripiano di acero macchiato di rosso e dalle venature scure, sapeva che suo padre doveva avervi appoggiato i gomiti in un modo analogo, con gli occhi spalancati dietro le lenti degli occhiali, sorseggiando del tè, intento a preparare con scrupolo, e probabilmente con soddisfazione, le bozze di qualche lavoro. Suo padre aveva sempre avuto il sonno leggero e all’inizio della mezza età lavorava spesso tutta la notte. Per un periodo, da piccolo, anche il figlio aveva sofferto d’insonnia, e allora raggiungeva a piedi nudi e in silenzio lo studio, all’alba,...