Calendar Girl. Febbraio
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Calendar Girl. Febbraio

  1. 104 pagine
  2. Italian
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Calendar Girl. Febbraio

Informazioni su questo libro

Febbraio, Seattle, un artista francese in cerca della sua musa.

Avevo bisogno di soldi, tanti soldi. In ballo c'era la vita di mio padre. Io però non avevo un centesimo, per arrivare a fine mese facevo la cameriera. Non avevo un amore e, diciamolo, all'amore, quello con la a maiuscola, non ci credevo neanche più tanto. Le mie storie fino ad allora erano state solo fonti di guai e delusioni.
Mi hanno offerto un lavoro. Recitare il ruolo della fidanzata di uomini di successo. In pratica per un mese dovevo fingere di essere la loro compagna davanti agli occhi di tutti e in cambio ognuno di loro sarebbe stato disposto a pagarmi centomila dollari. 12 mesi, 12 città, 12 uomini ricchi, famosi, inarrivabili, 12 ambienti esclusivi, 12 guardaroba diversi. Più di un milione di dollari. Il sesso, chiariamoci, non faceva parte degli accordi. Quello dipendeva e dipende sempre solo da me.
L'amore neanche quello faceva parte del piano. Ma intanto quello non dipende da nessuno...
Sono tutti uomini da sogno. Che poi sono persone. Intriganti, fragili, che hanno paure, segreti e verità nascoste. Loro hanno scelto me. Per un mese sono entrati nella mia vita. Tutti mi hanno lasciato qualcosa. E uno mi sta chiedendo di cambiare le regole del gioco... ma l'amore, tutti lo sanno, di regole non ne ha.
Ho intrapreso questo viaggio perché era l'unico modo per salvare la vita di mio padre.
Mi sono fidata, ho buttato il cuore oltre l'ostacolo.
Ed è iniziata la favola.
Il viaggio ha salvato la mia, di vita.
Trust the journey,
Mia

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Informazioni

Editore
Mondadori
eBook ISBN
9788852074172
Anno
2016

FEBBRAIO

1

Le porte arrugginite del vecchio ascensore si chiusero sferragliando. L’autista non aveva detto una parola, a parte “Lei è Mia?”, quando ero uscita dal ritiro bagagli dell’aeroporto internazionale di Seattle. Mi era sembrato giusto seguirlo, dato che aveva un cartello con sopra il mio nome, e zia Millie mi aveva detto che avrei trovato una specie di gigantesco taglialegna che mi avrebbe accompagnato dal mio prossimo cliente. “Gigantesco” non era un’esagerazione, e non si riferiva tanto alla statura. L’uomo mi superava di cinque centimetri al massimo, ma quello che gli mancava in altezza era compensato dalla larghezza. Mi ricordava un lottatore di wrestling, o uno di quei culturisti gonfiati.
Quando arrivò al decimo piano, l’ascensore frenò con stridore, mandandomi a sbattere contro il gigante. Era una parete d’acciaio, e non si mosse di un millimetro, si limitò a grugnire come un animale. Le porte interne si aprirono e il taglialegna aprì quelle esterne e mi scortò in una sorta di magazzino. Le travi e le tubature erano a vista, e il soffitto era a non meno di dieci metri dal pavimento in cemento. Ovunque c’erano persone che gironzolavano, la metà delle quali nude.
In che diavolo di situazione mi ero ficcata?
Le macchine fotografiche scattavano, flash e riflettori venivano spostati su carrelli mentre io restavo impalata sulla soglia, tentando di capirci qualcosa. Il gigante posò la mia valigia contro la parete e indicò un uomo accovacciato, con la faccia nascosta da una macchina fotografica. «Mr Dubois» bofonchiò, poi si girò, entrò nell’ascensore da cui eravamo appena usciti e mi mollò lì.
«Un uomo di poche parole.» Lasciai che un lento respiro mi svuotasse i polmoni congestionati. Non sapevo cosa fare. Mi sarei dovuta sedere in disparte, aspettando che qualcuno mi interpellasse – possibilmente, non gli uomini o le donne nudi –, o avrei dovuto importunare l’uomo impegnato a immortalare qualcosa che non vedevo?
Invece di aspettare, decisi di esplorare meglio l’ambiente. La stanza era un loft, non una casa. Sulla destra c’era una fila di malandate finestre a ghigliottina, alcune aperte, altre chiuse. Sembrava che ci volesse una manovella per aprirle, il che mi pareva davvero figo e rétro. Donne nude e seminude mi passavano davanti, osservandomi con attenzione mentre si muovevano di fronte a gigantesche tele bianche. Non stavano esattamente posando, erano solo in piedi accanto alle tele, ogni modella in una posizione non troppo rigida mentre gli assistenti, vestiti di nero, perfezionavano le pose spostando appena un gomito o facendo avanzare un piede. Poi l’assistente faceva un passo indietro, scattava una foto e ricominciava da capo. Ancora qualche spostamento impercettibile, e poi un’altra foto. Era davvero strano.
Mi avvicinai a un’altra zona, in cui una coppia nuda era sdraiata su un grande telo bianco di almeno tre metri per tre. Uno degli assistenti salì su una scaletta munita di una piattaforma proprio sopra i loro corpi e li coprì metodicamente con quella che sembrava una vernice azzurro brillante. «State immobili!» urlò. «Altrimenti dovremo ricominciare da capo e Mr Dubois non sarà contento» aggiunse, severo. I due rimasero abbracciati, le mani della modella avvolte intorno alla testa del modello come se stesse per baciarlo. Lui la teneva tra le braccia e con una mano le afferrava il sedere per tenerle sollevata la gamba contro il suo fianco, con l’altra le accarezzava la nuca.
La vernice colò sulle loro gambe, chiazzando la tela. «Fermi!» li ammonì l’uomo. Ero così affascinata da quella scena bizzarra che non sentii una persona arrivarmi alle spalle finché non mi scostò i capelli dal collo.
«Perfezione» mi sentii mormorare all’orecchio, e dopo un attimo un bacio mi sfiorò la base del collo.
Mi spostai di un passo, solo per tentare di sfuggire allo sconosciuto che mi toccava, e andai a sbattere contro qualcosa. Prima che potessi girarmi, il mio stivale si impigliò nel bordo della tela, e io inciampai contro la piattaforma che sosteneva il tizio irritato. A quel punto scoppiò l’inferno. L’uomo con la vernice cadde in avanti, e l’appiccicosa tinta azzurra si riversò fuori dal barattolo in una cascata che inondò la tela e la cerata che proteggeva il cemento.
La coppia doveva avere previsto il crollo, perché il modello fece rotolare la bella ragazza nuda come se si fosse allenato nei marines. Evitò l’assistente, riuscì a non essere inondato di vernice e per un pelo schivò la piattaforma che stava per cadergli addosso.
Io non fui altrettanto fortunata.
Quando barcollai all’indietro, l’altro tacco perforò la tela e rimase incastrato, e il mio corpo si piegò nella direzione opposta. Urlai di dolore mentre la mia caviglia si storceva, e finii lunga distesa tra la vernice azzurra e i brandelli di tela.
«Santo cielo!» L’uomo a cui avevo cercato di sfuggire calpestò quel disastro e mi tirò su. I suoi occhi di un bruno dorato erano sbigottiti e preoccupati. Le piccole rughe all’angolo degli occhi rivelarono che doveva avere una decina d’anni più di me. I capelli castani con riflessi ramati erano raccolti in una piccola crocchia sulla nuca. La mascella scolpita e le labbra carnose erano incorniciate da una barba ben curata. Non ero mai uscita con un uomo con la barba, ma stando di fronte a lui, stretta da braccia forti alla sua figura alta e muscolosa, mi chiedevo perché. Era uno schianto. Mi ricordava Ben Affleck, ma era molto più sexy.
«Non volevo spaventarti. Ti ho vista lì, e la tua bellezza andava molto oltre quella di una normale modella. Mi è venuto spontaneo posare le labbra sulla tua pelle dorata. Tu devi essere la mia Musa» disse, ammirato. Il suo sguardo color caramello mi squadrò dalla punta dei capelli fino agli stivali vertiginosi, che avrei buttato non appena fossi riuscita a sfilarmeli; nel frattempo la mia caviglia si stava gonfiando.
Provai ad appoggiare la pianta del piede contuso sul pavimento e una scossa di dolore mi attraversò la gamba. Gridai e mi aggrappai alle braccia dell’uomo, conficcandogli le unghie nella pelle. «Oddio, fa un male tremendo!»
«Davvero?» Alzai gli occhi al cielo, quando mi prese in braccio e mi portò su un divano con lo schienale asimmetrico: più alto da una parte e più basso dall’altra. Era il tipo di mobile che si vede nei vecchi film romantici, uno di quelli su cui sviene la fanciulla di turno, la mano sulla fronte e un sospiro irresistibile. Io stavo digrignando i denti ed ero pronta a mordere chiunque avesse provato a toccarmi la gamba.
«Chiamo un medico!» si offrì uno degli onnipresenti uomini in nero allo sconosciuto, che a quel punto supponevo essere il mio cliente.
«No, ce n’est pas nécessaire» disse velocemente. «Chiamate 3B. È un medico e un’amica» disse, guardandomi negli occhi. «Ti rimetteremo a posto, Mia» mi rassicurò; il suo leggero accento francese mi fece quasi svenire. Avvertii una fitta tra le cosce. Gli uomini con l’accento straniero erano tremendamente sexy. Oppure poteva essere un effetto del dolore che provavo alla caviglia. Anzi, di sicuro era così.
Nel giro di pochi istanti, una donna minuta arrivò di corsa, con quella che sembrava una vecchia borsa da medico. Si presentò e mi aiutò a sfilarmi lo stivale senza traumi per la gamba. Sembrava avere capacità miracolose. Sentii una risatina alle mie spalle, mentre la dottoressa mi visitava la caviglia. Alzai gli occhi sul mio cliente, che sapevo essere Alec Dubois, anche se non ci eravamo ancora ufficialmente presentati.
«Che c’è?»
«Le tue calze. Sono fantastiche, ma jolie» disse. Quella mezza frase in francese suonava più sensuale che mai, ma mi irritò, perché non sapevo cosa significasse. Per quel che ne sapevo, poteva voler dire “imbranata” o “deficiente”. Guardai i calzettoni natalizi, e poi la dottoressa. Le sue labbra si curvarono appena, ma mantenne un atteggiamento professionale mentre mi controllava la caviglia. Mi piaceva. Sul nerboruto fotografo francese, invece, la giuria doveva ancora deliberare.
«Be’, non è rotta. C’è una leggera slogatura. Ora te la fascio, ma tu cerca di muoverla il meno possibile, e fra un paio di settimane sarai come nuova. Devi metterci il ghiaccio, tenerla a riposo e più alta del cuore e non togliere la benda. Ti consiglio di procurarti un paio di stampelle» disse, e io curvai le spalle demoralizzata. Odiavo le stampelle. Tutto il mondo odiava le stampelle. Erano una gran rottura di scatole. Tremende. Non avevo voglia di avere la pelle sotto le ascelle tutta irritata, oltre alla caviglia inutilizzabile, soprattutto ora che stavo iniziando un nuovo lavoro. Mi chiesi se il mio cliente avrebbe voluto un rimborso. Un’ondata di panico mi travolse mentre pensavo a mio padre e a come avrei fatto a racimolare la prossima rata per Blaine se il francese non mi avesse voluto adesso che ero handicappata.
«Mi prenderò cura di te, ma jolie. Non devi preoccuparti di niente.» Alec si sedette vicino a me e mi mise un braccio intorno alla vita, attirandomi a sé, tanto vicino che sembrava conoscermi da anni, non da pochi minuti. Senza dubbio aveva qualche problema a rispettare lo spazio vitale delle altre persone. Comunque era piacevole, e mi aiutò a dissipare la paura di essere rispedita al mittente.
«Retournez au travail.» Il suo ordine fu accompagnato da qualche movimento con le braccia, dopodiché l’artista mi sollevò come se fossi una piuma.
«Che significa? E cosa stai facendo?» Mi aggrappai alle sue spalle per non cadere mentre andava verso l’ascensore.
«Ti porto a casa, così puoi riposarti. Sarai stanca, dopo il viaggio, e adesso, con la caviglia dolorante, hai bisogno di stenderti.» Mi rivolse uno sguardo premuroso. «E prima ho detto al mio staff di tornare al lavoro.» Il suo accento adesso era più forte, anche se si capiva che era negli Stati Uniti da molto tempo. Il suo inglese era perfetto.
Sbuffai, ma non c’era niente da fare. «È così strano. Mi dispiace per il casino che ho fatto, e adesso mi sono storta una caviglia mentre avrei dovuto essere la tua musa spettacolare.»
«Oh, ma tu sei spettacolare, hai dei lineamenti stupendi, e un viso perfettamente simmetrico» disse, come se fosse una notizia incredibile, anche se a me non diceva un bel niente.
«In che senso perfettamente simmetrico?»
Uno degli uomini in nero ci seguì in ascensore, portando la mia valigia, e premette il pulsante numero dodici, l’ultimo del pannello. Alec non rispose alla mia domanda, ma uscì dall’ascensore e mi condusse in un altro open space. Era delle stesse dimensioni di quello del piano sotto, ma in più c’erano cucina, soggiorno e una rampa di scale che immaginavo portasse alla camera da letto sul soppalco. Non c’erano pareti, se non in un angolo. Se fossi una che scommette, e lo sono – mio padre mi ha insegnato tutto quello che sa sul gioco d’azzardo –, avrei scommesso che la porta in quella parete si apriva sul bagno.
Alec mi portò proprio lì, e in effetti era un bagno. Quando mi lasciò andare, saltellai su un piede fino al lavandino. La mia valigia si materializzò dal nulla, e lui iniziò a frugarci dentro, tirando fuori una maglietta e gli shorts del pigiama.
«Tieni, mettiti questi. Prendo un sacchetto per i vestiti che indossi.» Nel giro di pochi istanti tornò e mi porse un sacco della spazzatura.
«Tutto bene?» chiese, la mano sulla maniglia.
«Non male. Grazie.» Quando chiuse la porta, sentii le guance diventare paonazze.
Stupida, stupida, stupida imbranata! Più in fretta che potevo, buttai i jeans e la T-shirt sporchi di vernice e indossai la maglia e gli shorts. Poi, lavai via tutta la vernice di cui riuscivo a trovare traccia. Avevo bisogno di una doccia, ma per il momento dovevo sistemare le cose con il mio cliente, valutare il suo umore, capire se fosse arrabbiato con me.
Quando aprii la porta del bagno lui era lì, e mi prese di nuovo in braccio.
«Uff!» ansimai, mentre mi depositava su un morbido divano componibile del viola più scuro che avessi mai visto. Tanto scuro da sembrare quasi nero, anche se passandoci sopra la mano il tessuto rivelava una sfumatura più chiara, color melanzana. Una volta che mi fui messa comoda, Alec si mise a cavalcioni dell’ottomana di fronte e prese in grembo la mia caviglia contusa. Mi chinai in avanti per sorreggere la gamba, non sapendo come reagire a un uomo che mi toccava con tanto trasporto.
«Ora veniamo alla tua domanda sulla simmetria.»
Annuii e mi morsi il labbro. Lui alzò una mano e con un dito tracciò la linea mediana del mio viso, dall’attaccatura dei capelli alla fronte, al naso, alle labbra, fino al mento. Un brivido mi percorse al suo tocco ardente… oppure era il modo sensuale in cui mi guardava, come se fossi la donna più bella del mondo. Wes mi guardava così. Oddio, Wes mi faceva sentire così....

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Calendar Girl. Febbraio
  4. Dedicato a…
  5. Febbraio
  6. Ringraziamenti
  7. Copyright