La via del sole
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La via del sole

  1. 168 pagine
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La via del sole

Informazioni su questo libro

"Nessuno è tanto annoiato quanto un ricco" dice Mauro Corona parafrasando il grande poeta Iosif Brodskij, e lo sa bene il protagonista di questo romanzo, un ragazzo talmente abituato a ottenere tutto dalla vita che ormai da tutto è nauseato. Di ottima famiglia, ricchissimo e anche piuttosto affascinante, a nemmeno trent'anni è già uno stimato ingegnere cui non manca davvero nulla: ville, automobili, ma anche amici, donne e salute. Un eccesso di cose per lui sempre più opprimente...

È per questo che di punto in bianco decide di dare una svolta radicale alla sua esistenza abbandonando il lavoro e rinunciando a ogni comodità per andare a vivere in una baita di montagna. E proprio mentre comunica ai genitori l'intenzione di ritirarsi sdegnosamente dal mondo, ne capisce ancora più profondamente le ragioni. Evocando le memorie dell'infanzia, scopre infatti i ricordi buoni: visioni di cime lontane, limpide sorgenti, ruscelli canterini, pascoli verdi e cascate lucenti di sole. Sì, il sole! È lui il ricordo più bello, il vero motivo che lo spinge a lasciare tutto e trasferirsi lassù.

Ma una volta tra i monti, dove finalmente può dedicarsi incessantemente alla contemplazione della palla infuocata, si accorge che le ore di luce a sua disposizione non gli bastano più. Ogni giorno osserva la via del sole scoprendo, con una certa stizza, che a levante una vetta ne ritarda l'uscita mentre, dalla parte opposta, un altro picco ne anticipa la scomparsa.

Accecato da un'avidità insaziabile, comincia quindi ad abbattere le cime che circondano la baita pur di godere, per qualche minuto in più, della vista del suo amato astro, dando così inizio a uno scempio colossale e insensato...

Con la sua scrittura caustica e sferzante, Mauro Corona torna a dare voce all'epica della montagna, regalando ai lettori un grande racconto morale, una riflessione di assoluta attualità sul rapporto tra uomo e natura e una meditazione senza tempo sugli inganni del desiderio.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804669302
eBook ISBN
9788852074806
1

La scelta

Un giovane di buona famiglia – si può dire eccellente famiglia, fresco ingegnere, ricco, ventinove anni, piuttosto belloccio – un giorno decise di lasciare la società caotica e confusa, frenetica e feroce e ritirarsi in una baita di montagna. Scelta piuttosto difficile soprattutto se fatta da un ragazzo. Non tanto per la decisione coraggiosa, e in certi versi encomiabile, bensì per la complessità di mantenere a lungo tale proposito. Non è semplice vivere isolati dal mondo, a nemmeno trent’anni. Per di più dopo una vita agiata con facilitazioni di ogni genere.
A quella notizia, i genitori trasalirono. All’inizio fecero di tutto per dissuadere il figlio, ma non ci fu verso, il giovane aveva stabilito così e così fu. Ovviamente i genitori, dopo il primo smarrimento, chiesero il perché di quella fuga. I motivi erano tanti e svariati, ognuno di peso diverso, ma tutti validi. Di sicuro non contestabili, giacché, analizzati uno per uno, davano ragione al ragazzo senza ombra di dubbio. Il quale all’inizio aveva deciso di non chiarire un bel niente. Andava lassù e basta. Non era necessario far capire né giustificare a chicchessia il suo sdegnoso ritiro dal mondo. I genitori ci rimasero male. E allora, notando quei volti contriti, provò tenerezza e si risolse a spiegare loro almeno una parte delle ragioni che lo avevano indotto alla fuga. Non certo per tranquillizzarli, sarebbe stato difficile, ma affinché si rassegnassero all’assenza con l’aiuto di qualche buona convinzione.
E così, una sera dopo cena, e dopo un’attenta scelta delle parole, convocò i genitori nel salotto buono e iniziò a elencare i motivi del suo togliersi dall’umana confusione. E cominciò. Innanzitutto per eccesso di cose, oggetti, comodità. Le quali fasciavano la sua vita come le bende di una mummia e lo stavano soffocando. Seppur ancor giovane, era infatti già ridotto all’asfissia. Ma non fu questo il punto più valido, bensì un altro: gli era venuto il voltastomaco di tutto. Anche dei falsi amici che lo circondavano, non per affetto, ma per le sue ricchezze, le automobili che sfoggiava, i regali, le donazioni in denaro che faceva. E ancora per feste che dava nelle sue ville al mare e in altre ai piedi delle montagne. E poi, conoscenze importanti facevano grimaldello per aprire svariate porte a questi amici interessati. Molte convenienze a loro favore erano ottenute dalla personalità del giovane, dalla sua influenza su chi contava in quel momento. E chi contava dopo, faceva capo comunque alla sua famiglia ricca e potente.
Il giovane ingegnere era un’anima buona, generoso e di larghe vedute ma, come tutti coloro che nascono ricchi, piuttosto viziato. Per lui l’erba voglio cresceva stabile nel giardino della vita, d’estate e d’inverno. Così, dài e dài, ottieni oggi ottieni domani, il ragazzo era nauseato. Da tutto perché aveva tutto. E peggio ancora, si stava annoiando.
Il premio Nobel per la letteratura Iosif Brodskij un giorno disse: «Nessuno è tanto annoiato quanto un ricco, perché il denaro compra il tempo, e il tempo è ripetitivo». Ora, qui ci sarebbe da obbiettare su alcune cose. Non ultima che molti poveri ridotti alla fame, barboni, derelitti, bambini senza cibo, si annoierebbero volentieri per un po’ di tempo ripetitivo. Ma questo è un altro discorso, anzi è un’altra storia.
Vorrei vedere un padre di famiglia in difficoltà, che non arriva a fine mese e improvvisamente si trova miliardario, se viene aggredito dalla noia. Viene da pensare di no. Tuttavia, per dare qualche ragione al grande poeta russo, il giovane in questione si era annoiato davvero. O forse, stava pian piano approdando a una fase di noia brodskijana. Di preciso non si sa. Sta di fatto che decise di punto in bianco di ritirarsi sotto il cielo, vicino a boschi, cascate e picchi dolomitici, dove lo smog della noia non sarebbe arrivato.
Vi è da dire che, oltre ai motivi fin qui elencati, e altri che taceremo, complice del ritiro fu pure un amore finito male e la improvvida, casuale lettura di Henry David Thoreau, Walden. Ovvero vita nei boschi. Quel libro gli aveva dato la spinta finale gridando imperioso: «Vai!». E lui andò.
Pur essendo giovane, aveva avuto tutto quello che un ragazzo può sognare dalla vita. Abiti griffati, automobili, ville, amici, donne, affetto, salute e bellezza. E ancora innumerevoli cose che si ottengono col denaro. Di tutto ciò ormai non era più contento. O meglio, gli rimaneva la gaia contentezza dell’affetto, dell’ottima salute, della beltà di cui menava vanto, non certo dei beni materiali. Il cui possesso, dopo qualche tempo, lo deludeva e stancava. Aveva capito fin da piccolo che la durata emotiva degli oggetti era molto corta. I giocattoli lo stufavano subito. Anche i più prestigiosi. Una volta cresciuto desiderava cambiare automobile? Detto e fatto. Emozioni chiavi in mano e via. Ma dopo un anno che la usava non ricordava nemmeno di averla. Ed era sempre così, con tutto. Gli ritornava spesso in mente il caso di suo padre, industriale di successo nel ramo del marmo. A un’asta londinese aveva acquistato un carboncino di Van Gogh, Raccoglitrici di patate. All’entrata in casa di quella meraviglia ci fu gran festa come fosse arrivato un figlio nuovo. Anzi, di più. Per molti mesi tutti e tre i membri della famiglia non fecero altro che commentare quel quadretto dalle dimensioni ridotte. Lo ammiravano, lo toccavano, se lo passavano di mano, ne discutevano. Insomma, vivevano un’estasi continua di gioia e soddisfazione. Ma, ad ogni mese che se ne andava, l’entusiasmo spariva come neve al sole. Fino al punto che tutti al mattino uscivano per le loro faccende, senza più accorgersi dell’opera vangoghiana. Se al suo posto ci fosse stato il quadro di un fallito pittore domenicale sarebbe stato lo stesso. L’abitudine oscura sentimenti e oggetti, fasciandoli di buio e dimenticanza. Ma riguardo ai sentimenti c’è da dire una cosa: esistono anime forti e nobili che li conservano intatti fino alla morte. Sono persone rare, da tenere molto strette una volta incontrate.
Tornando al giovane, mentre spiegava ai genitori i motivi della sua scelta, gliene venivano in mente altri, mai valutati e che invece erano validi quanto i primi. S’accorse con stupore che uno ne trascinava tanti, come il capo dei lupi si fa seguire dal branco. Scoprì nella memoria dell’infanzia, depositati uno sull’altro come strati di tenere argille, i buoni ricordi. Dormivano da tempo. Ora si destavano visioni di montagne, limpide sorgenti, ruscelli canterini, pascoli verdi e cascate lucenti di sole. Sì, il sole! Era lui il ricordo più bello. Da bambino, d’estate, il padre lo portava in montagna a villeggiare, come usava a quei tempi. Tutta la famiglia stava tre mesi nascosta in una valle remota, dentro un piccolo albergo da poche lire circondato dal prato. Così voleva babbo. Niente lussi né comodità. Quelli rimanevano a casa, lassù soltanto l’essenziale. La mamma era piuttosto contraria a quelle volute privazioni, ma doveva attenersi alle scelte irremovibili del consorte. Il quale asseriva di fornire in quel modo una forma di stoica educazione che in futuro poteva servire al ragazzo. Infatti servì.
Durante le vacanze, il piccolo veniva affidato a una vecchia guida, esperta e sicura, che lo portava a vedere le montagne. A conoscerle da vicino e, ove il terreno non di rado permetteva, salire fino in vetta. C’era sempre un bel sole che li accompagnava. Così quel bimbo si innamorò del sole. Quando stava sui monti, pareva se lo bevesse, tanto ne era entusiasta. Nei giorni di ozio concesso al recupero, il piccolo era capace di seguire l’arco d’oro del sole da quando nasceva a quando spariva dietro il costone occidentale. Nel frattempo leggeva, occupando una poltroncina sul prato adiacente l’albergo. Questi erano i ricordi di quelle remote estati all’aria aperta. Belle, uniche e indimenticabili.
Una volta si trovava assieme alla vecchia guida, davanti al rifugio, dopo aver salito una cima. Stava tramontando il sole, il ragazzino lo ammirava incantato. Quando l’astro scomparve dietro un picco roccioso, si avvilì. Disse rivolto alla guida: «Che peccato, il mio amico non c’è più». L’uomo stava fumando una pipa sgangherata seduto sulla panca di larice. Poco prima, la sua barba ardeva illuminata dagli ultimi raggi, ora era diventata grigia e spenta come la vecchia cenere degli anni.
Disse al ragazzino di mettersi accanto a lui, che doveva parlargli. E gli raccontò la storia del sole. «Non è un peccato che sia scomparso» disse. «È andato a dormire, come fai tu la sera quando sei stanco. Se non fa nuvolo, domani torna, potrai guardarlo di nuovo, goderne il calore e la compagnia. Se rimanesse sempre lassù, a piombo nel cielo, ti stancheresti di vederlo, ti annoieresti. Le cose, per essere apprezzate, devono andare e venire, come il mantice della fisarmonica. In pratica mancare e tornare. Devono assentarsi per poi riapparire affinché si possano conservare. Altrimenti evaporano, stufano. Quando hai fame mangi e godi il piacere del cibo. Una volta sazio non mangi più. Poi torna la fame, come torna il sole, mangi di nuovo e ti fai scaldare. Così funziona. Se non mangi muori, se mangi di continuo muori ugualmente. Un giorno scoprirai che avere sottomano sempre le stesse cose, alla lunga, ti annoierà. Bisogna alternare. Per questo esistono il giorno e la notte, l’ordine e il disordine, il bene e il male, l’amore e l’odio, il pieno e il vuoto e via dicendo. Nessuna cosa, seppure bella come il sole, si fermerà nella tua testa. Galleggiamo sulla vita come barchette e tutto ciò che galleggia prima o dopo va a fondo.»
«Cos’è di più bello del sole?» chiese il bambino.
«La luna» rispose il vecchio.
Fece una pausa, una lunga tirata di pipa e proseguì: «È impossibile esistano cose belle come il sole e la luna». Il bambino prontamente rispose: «A me piace il sole». L’uomo ci pensò e disse: «Hai ragione, ma io non intendevo questo. Intendevo le cose create dagli uomini: aerei, automobili, castelli, città, dighe, ponti. Quelle cose lì, intendevo. La natura soltanto è bella come il sole. E la donna che ami. Ma ti devi innamorare da vecchio, quando ormai hai poco tempo. Se ti capita prima non comprendi e rovini tutto. Come ho detto poc’anzi, da giovane ti viene a noia l’amore. Allora ricordati: solo la natura e la donna che ami da vecchio sono belli come il sole». Tirò ancora la pipa. Il ragazzino disse: «Come si fa a conoscere la natura e la donna che ami?». Il vecchio rispose: «Stanno nascoste, ma le puoi vedere in un fiocco di neve, un vitellino che nasce, nel tramonto del sole. Ecco perché non è un peccato che si nasconda a riposare. È lui che produce l’energia che fa vivere la terra e fiorire un amore anziano. Entrambi sono belli come lui. Però alla sera è stanco e deve andare a dormire come quelli che hanno lavorato e sono esausti. Dormono tutti anche chi è rimasto in ozio. Quindi non devi rammaricarti se il tuo amico va a cuccia dietro il dente di pietra». Tirò ancora una boccata.
Il piccolo, che aveva undici anni ed era molto sveglio, disse: «Io so di terre lontane dove il sole lavora e fatica ma non va a nanna. L’ho imparato a scuola. Sta sempre lassù appeso al cielo, a splendere e scaldare, e non tramonta mai. Perché non qui?». La guida lo guardò benevolo e rispose: «Ci va, ci va. Va a dormire anche lì. E quando si mette a nanna, ronfa per sei mesi. Sei mesi di buio totale ti piacerebbero? Centottanta e passa giorni senza nemmeno un raggio, che dici? Dai retta a me, meglio averlo un po’ ogni dì e contentarsi». Il piccolo rimase impressionato all’idea che una sola notte durasse sei mesi, e rispose un secco “no”. «Non mi piacerebbe» disse, «però, se non c’era quella montagna, il mio amico sole sarebbe ancora qui.»
«La montagna» disse la guida «sta semplicemente al suo posto. È lì dalla creazione del mondo. Con i “se” non vai da nessuna parte. Io potrei dirti: “Se non nascevi evitavi il problema del monte che ti ruba il sole”. Devi imparare a contentarti, invece. La terra ti offre quello che ha, e non è poco. Inoltre tu possiedi un tesoro unico, non acquistabile dai soldi.»
«Quale?»
«Rifletti. Esistono tanti bimbi come te che il sole non lo hanno mai visto. Sono nati ciechi. Altri sono poveri, orfani, abbandonati, non hanno famiglia, né da mangiare, né un posto dove dormire. Molti vivono nelle fogne, per scampare al freddo. E non dicono mai “se”.»
Il ragazzino era nato e cresciuto nella bambagia, in una famiglia colta e sicura. Seppur assai giovane, si stava addestrando a volere, vincere e ottenere, perciò la sapeva lunga. Ribatté alla sua guida che bastava tirar via quel pezzo di montagna e il sole sarebbe rimasto più a lungo.
«Ma poi tramonterà» disse la guida con espressione seria. «Tutto tramonta prima o dopo. E le montagne stanno bene dove sono e come sono. Guai all’uomo che vorrà cambiarle, rovinarle, modificarle per proprio interesse. Si vendicheranno, questo è certo. Eppure non sono cattive. Ho perso molti amici mentre scalavano montagne, ma non le odio. Alcuni sono rimasti per sempre nelle fenditure della roccia, nei burroni. Le montagne sono piramidi, tombe per il riposo eterno. Noi siamo i faraoni, re della natura, se ci comportiamo bene essa ci premierà. Quando morirò vorrei essere sepolto dentro una montagna come gli antichi faraoni. Quella sarà la mia tomba. La mattina vedrò il sole spuntare e sparire dietro le rocce sotto le quali sto riposando. Mi basta così. Non è necessario avere sole tutto il giorno. E per averlo demolire la montagna.» Tirò un lungo respiro, una soffiata alla pipa e aggiunse: «Nessuno deve alzare le mani sulle montagne, nessuno deve levare un piccone per ferirle. Nessuno deve distruggere la natura. Ricordati di questo. Non serve altro».
Il ragazzo ascoltò attentamente. E, molti anni dopo, ma proprio molti, ricordò. Intanto viveva la sua fortunata infanzia, studiando e facendo sport. E, quando arrivavano le vacanze, godendosi la vita all’aria aperta, nello spazio salubre dei monti, sotto il sole dell’estate. Ma, come è stato accennato, il tempo corre in fretta, niente è più veloce dei giorni.
2

L’annuncio

La sera di quell’annuncio inaspettato, mamma e papà si disperarono chiedendosi e chiedendosi dove avessero mancato. O in che cosa. A dire la verità, pensavano di non c’entrare nulla ma, lo stesso, nel profondo, udivano battere un senso di colpa. Allora il ragazzo, con piglio sereno e convincente, raccomandò che stessero tranquilli, non avevano alcuna colpa. Ma mentì. Infatti, la decisione di salire ai monti era favorita anche dall’assillante pressione dei genitori che ogni giorno lo esortavano a mettere la testa a posto. Ma cosa voleva dire? Voleva dire fare giudizio, scegliersi la compagna giusta, creare una famiglia, non correre più dietro a tutte le sottane che vedeva. Insomma, volevano trovasse una donna seria, la sposasse, regalasse loro dei nipotini. Questo volevano, e glielo ripetevano spesso.
A dire il vero, una giusta c’era stata, ed era pure seria ma, di punto in bianco, lo aveva piantato in asso. Che fosse seria lo dimostrò lasciando lui, bello e pieno di soldi, per sposare un boscaiolo dall’aria triste, con mani che, ad ogni carezza, lasciavano segni di raspa, però, quando le raccontava dei boschi in fiore, piante e alberi d’autunno, rimaneva incantata e non vi erano soldi né lussi a sostituire quelle parole. Lo smacco subìto dalla perdita d’amore, ma si può dire l’affronto, provocò nel giovane ingegnere un moto di ripulsa verso ogni donna. Se prima ne aveva molte, ora non ne voleva più nessuna. Ma non era facile. Doveva scovare un angolo di salvamento, un’isola per non incorrere in tentazione. Un luogo perfetto, fuori mano, quel punto isolato tra i monti dove nessuno avrebbe potuto avvicinarlo. Ecco uno dei tanti motivi.
Il giovane andò avanti parecchio nell’impegno arduo di illustrare ai genitori gli altri spintoni che lo inducevano al ritiro. Tacque, ovviamente, quello creato da loro con le insistenze sul matrimonio. Ogni qualvolta che concludeva le spiegazioni, aggiungeva queste parole: «E poi in alto c’è il sole, sono più vicino al sole. Lassù la luce dura a lungo. E se piove o nevica, so che dietro le nuvole è lì che mi aspetta».
«Il sole lo hai anche quaggiù, quando c’è» diceva la mamma. «Lo puoi vedere da qui senza scappare sulla montagna.»
«Sulla montagna dura di più» rispondeva il figlio. «A me piace il sole, lo sapete bene, e sui monti tramonta più tardi che a fondovalle.»
Il ragazzo era un tipo piuttosto sensibile. Aveva poca stima dei suoi simili. Una cosa lo deprimeva: la frenesia, la fretta, la velocità, il turbinio degli uomini che correvano senza pace. Ormai la pazienza, la calma, il cedere il passo non esistevano più. Se, ad esempio, con l’auto si fermava al semaforo mezzo secondo più del dovuto, dietro di lui i clacson lo annientavano. La gente baruffava spesso, a volte si uccideva per inezie, anche solo per un posto al parcheggio. Tra condòmini manco si rivolgevano parola. Bastava che il gatto del vicino traversasse il cortile della casa accanto perché venisse trovato morto poco dopo. Queste cose il giovane le vedeva e le registrava ogni giorno. Non potendo porvi rimedio, decise di sparire, togliersi una volta per tutte dal consorzio umano. Pensò: “Se mi ritiro in alta quota incontrerò meno cretini. La montagna fa selezione, in alto non arrivano. O arrivano in pochi”. Questo pensava. Vi è da dire che c’era molta gente perbene in circolazione, ma non tanta quanto farabutti, falsi, opportunisti, cattivi, razzisti, eccetera. Quelli costituivano l’ottanta per cento della popolazione mondiale. Tutto ciò, mescidato ad altre cose, metteva tristezza al giovane ingegnere.
La mamma gli disse che, invece di fuggire come un topo, avrebbe dovuto impegnarsi in prima persona, rimanere tra la gente a cercare di migliorare quel mondo storto che lo aveva nauseato. Il figlio rispose che se non era riuscito Cristo a metter pace tra gli uomini, come poteva farlo lui? La mamma insisteva. Spiegò che uno accanto all’altro, armati di buona volontà e amore, gli esseri umani potevano davvero aggiustare le cose. «Io il mondo preferisco evitarlo» disse il ragazzo troncando il discorso. Era avvezzo a ottenere quel che voleva, e subito, senza attendere. Lo avevano abituato loro, i genitori, ad avere tutto e in maniera veloce. Le famiglie sono spesso la rovina dei figli. E quando è troppo tardi, mamme, papà e parenti cercano attenuanti al fallimento. A quel punto s’arrendono, abdicano, delegano. Pretendono sia la scuola a raddrizzare quel che l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La via del sole
  4. 1. La scelta
  5. 2. L’annuncio
  6. 3. La casa
  7. 4. Il luogo
  8. 5. Il primo anno
  9. 6. La decisione
  10. 7. Senza tregua
  11. 8. Addio monti
  12. 9. L’omino
  13. 10. Gli occhi del cielo
  14. 11. Io sono il male
  15. 12. Svolta
  16. 13. Apparizione
  17. Copyright

Domande frequenti

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