La principessa di Clèves
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La principessa di Clèves

  1. 210 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

A Parigi, nel momento più fulgido della Renaissance francese, Mlle de Chartres – sposata al principe di Clèves – si innamora dell'affascinante duca di Nemours. Legata al marito da profonda stima e affetto, decide di confessargli i propri sentimenti. Narrato in una scena tra le più celebri della letteratura francese, questo gesto si rivela gravido di conseguenze per tutti i personaggi… Scritto da una dama della corte del Re Sole, colta e raffinata, amica di La Rochefoucauld e di Mme de Sévigné, e pubblicato anonimo nel 1678, La principessa di Clèves segna una tappa importante nella storia della narrativa occidentale. In nome della verosimiglianza della trama, della verità dei personaggi, dell'eleganza degli strumenti espressivi, La principessa di Clèves rompe con le inutili lungaggini del romanzo barocco, ed è considerato il primo romanzo psicologico. Con i dilemmi interiori della sua principessa, in bilico tra fosca inquietudine e penetrante lucidità, Mme de Lafayette ha affascinato lettori d'ogni epoca.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804662303
eBook ISBN
9788852073540

Prima parte

La magnificenza e la galanteria non sono mai apparse in Francia con tanto splendore come negli ultimi anni del regno di Enrico II.1 Questo principe era gentile, bello e innamorato; e per quanto la sua passione per Diana di Poitiers,2 duchessa del Valentinois, durasse da più di vent’anni, non per questo era meno viva, né meno evidenti i segni che lui ne dava.
Dal momento che eccelleva in ogni esercizio fisico, faceva dello sport una delle sue principali occupazioni. Ogni giorno infatti c’erano partite di caccia e di pallacorda, balletti, corse agli anelli o divertimenti analoghi; i colori e le cifre di Mme de Valentinois comparivano ovunque, e lei stessa si mostrava con tutti i vezzi che poteva avere Mlle de La Marck, sua nipote,3 allora in età da marito.
La presenza della regina4 autorizzava la sua e, pur avendo ormai passato il fiore della giovinezza, la regina era ancora bella, amava il lusso, la grandiosità e i piaceri. Il re l’aveva sposata quando era ancora duca d’Orléans, e aveva per fratello maggiore il delfino, morto poi a Tournon, che la nascita e le grandi qualità destinavano a prendere degnamente il posto di Francesco I, suo padre.5
Il carattere ambizioso della regina le rendeva un vero piacere regnare. Sembrava accettare senza soffrirne il debole che il re aveva per la duchessa del Valentinois, e non se ne mostrava affatto gelosa; ma possedeva una tale capacità di fingere indifferenza che era davvero difficile valutare i suoi sentimenti, mentre le esigenze politiche la costringevano a tenersi vicina la duchessa per non allontanare il re.
Questi amava frequentare le donne, anche quelle di cui non era innamorato: ogni giorno restava con la regina all’ora della conversazione, momento in cui si riuniva quanto c’era di più bello e affascinante dell’uno e dell’altro sesso.
Nessuna corte ha mai potuto vantare tante donne incantevoli e uomini dall’aspetto così splendido, e sembrava che la natura avesse preso gusto a porre quanto di più bello potesse offrire nelle principesse e nei principi più illustri. Elisabetta di Francia,6 che fu poi regina di Spagna, cominciava a manifestare uno spirito sorprendente e quella incomparabile bellezza che le è stata poi così funesta. Maria Stuarda,7 regina di Scozia, che aveva da poco sposato il delfino e veniva chiamata la regina delfina, era una creatura perfetta di mente e di corpo. Educata alla corte di Francia, ne aveva acquisito tutta la raffinatezza dei modi, ed era nata con tale disposizione per tutte le cose belle che, nonostante la giovane età, le amava e conosceva meglio di chiunque altro. La regina, sua suocera, e Madame, sorella del re,8 amavano anch’esse la poesia, il teatro e la musica. In Francia era ancora viva la passione che il re Francesco I aveva avuto per la poesia e per le lettere, e poiché il re suo figlio amava gli esercizi fisici, c’erano a corte tutti i divertimenti possibili. Ma ciò che rendeva questa corte davvero maestosa era l’incredibile quantità di principi e grandi signori di straordinario valore. Quelli di cui farò il nome costituivano, in modi diversi, il lustro, l’ammirazione, insomma il non plus ultra del loro secolo.
Il re di Navarra9 attirava il rispetto di tutti per la nobiltà del suo rango e per quella che emanava dalla sua stessa persona. Eccelleva in guerra, e il desiderio di emulazione che il duca di Guisa10 gli ispirava lo aveva indotto molte volte ad abbandonare il posto di generale per andare a combattere al suo fianco, come semplice soldato, nei luoghi più pericolosi. È anche vero che quel duca aveva dimostrato un valore così encomiabile e aveva conseguito successi tali che non c’era capitano che non lo guardasse con invidia. E il suo valore era sostenuto da altre grandi qualità: uno spirito vasto e profondo, un animo nobile ed elevato, un’abilità straordinaria per la guerra così come per la politica. Il cardinale di Lorena, suo fratello,11 dotato per natura di un’ambizione sfrenata, di un’intelligenza vivace e di un’eloquenza ammirevole, aveva acquisito delle profonde conoscenze, di cui si serviva per guadagnare considerazione difendendo la religione cattolica, che cominciava a subire attacchi. Il cavaliere di Guisa,12 chiamato in seguito il gran priore, era un principe amato da tutti, bello, pieno di spirito, molto abile e celebre in tutta Europa per il suo valore. Il principe di Condé,13 in un corpo minuto e sgraziato, poco favorito dalla natura, aveva un animo grande e altero e uno spirito che lo rendeva amabile anche agli occhi delle donne più belle. Il duca di Nevers,14 illustre per i successi militari e per le prestigiose cariche ricoperte, benché avanti negli anni, era la delizia della corte. Aveva tre figli di rara bellezza: il secondo, chiamato principe di Clèves,15 era degno di sostenere la gloria del suo nome; coraggioso, magnifico e dotato di una prudenza che ben di rado si trova nelle persone così giovani. Il visdomino di Chartres,16 discendente da quell’antico casato di Vendôme, del quale principi del sangue non hanno disdegnato di portare il nome, si era distinto in pari misura nella guerra e nella galanteria. Era bello, affascinante, valoroso, ardito, liberale… tutte qualità che erano in lui vive e fulgide; insomma, era il solo degno di essere paragonato al duca di Nemours,17 se mai qualcuno avesse potuto essergli paragonabile. Sì, questo principe era un capolavoro della natura; ed essere l’uomo più ben fatto e più bello del mondo era la sua dote meno straordinaria. Ciò che lo rendeva superiore agli altri era un valore incomparabile e un fascino nello spirito, nel volto e nei gesti mai visti prima se non in lui; possedeva un brio che piaceva sia agli uomini sia alle donne, un’abilità straordinaria in tutti gli esercizi fisici, un modo di vestire che tutti cercavano invano di imitare, e infine un fascino in tutta la persona per cui dovunque si mostrasse attirava su di sé ogni sguardo. Non c’era dama a corte che non sarebbe stata lusingata di ricevere le sue attenzioni; ben poche di quelle di cui si era invaghito potevano vantarsi di avergli resistito, e anche molte a cui non aveva fatto la corte non avevano potuto fare a meno di innamorarsi di lui. Possedeva una tale dolcezza e disposizione alla galanteria che non poteva rifiutare qualche attenzione a quelle che cercavano di piacergli: così aveva diverse amanti, ma era difficile indovinare quale amasse davvero. Si recava spesso dalla regina delfina; la bellezza e la dolcezza di questa principessa, la cura che metteva nel piacere a tutti e la stima particolare che gli manifestava avevano spesso fatto credere che egli mirasse addirittura a lei. I signori di Guisa, di cui lei era nipote, avevano notevolmente accresciuto il loro prestigio e la loro considerazione grazie al suo matrimonio; la loro ambizione li faceva aspirare a mettersi alla pari con i principi del sangue e a condividere il potere del conestabile di Montmorency.18 Il re gli affidava gran parte della gestione degli affari di governo e trattava il duca di Guisa e il maresciallo di Saint-André19 come suoi favoriti; ma coloro che il favore o gli affari avvicinavano alla sua persona non potevano restarci senza sottomettersi alla duchessa del Valentinois; e, benché questa non avesse più né giovinezza né bellezza, lo dominava con un’influenza così assoluta che si poteva dirla padrona della sua persona e dello Stato.
Il re aveva sempre avuto un debole per il conestabile e, appena salito al trono, lo aveva richiamato dall’esilio in cui lo aveva relegato il re Francesco I. La corte era divisa tra i signori di Guisa e il conestabile, sostenuto dai principi del sangue. L’uno e l’altro partito si erano sempre preoccupati di ingraziarsi la duchessa del Valentinois. Il duca d’Aumale,20 fratello del duca di Guisa, aveva sposato una delle sue figlie; il conestabile aspirava a ugual parentado. Non si accontentava di aver sposato il primogenito con la principessa Diana,21 figlia del re e di una dama piemontese che si fece suora subito dopo averla partorita. Questo matrimonio aveva incontrato molti ostacoli per via delle promesse che il principe di Montmorency aveva fatto a Mlle de Piennes,22 damigella d’onore della regina; e, sebbene il re avesse superato tali difficoltà con una pazienza e una bontà eccezionali, il conestabile non si sarebbe sentito abbastanza protetto finché non si fosse assicurato il favore di Mme de Valentinois e non l’avesse separata dai duchi di Guisa, la cui potenza cominciava a darle ombra. La duchessa aveva ritardato come aveva potuto il matrimonio del delfino con la regina di Scozia: la bellezza, l’intelligenza acuta e spregiudicata di questa giovane regina, il potere che quel matrimonio avrebbe dato ai Guisa le erano insopportabili. Le risultava odioso soprattutto il cardinale di Lorena, che si era rivolto a lei con acredine per non dire con disprezzo. Eppure lo vedeva allearsi con la regina; così il conestabile la trovò disposta a unirsi a lui e a entrare nel suo parentado attraverso il matrimonio di Mlle de la Marck, sua nipote, con il signor d’Anville, suo secondogenito, che gli successe poi nella carica sotto il regno di Carlo IX. Il conestabile non pensava di trovare nell’animo del signor d’Anville ostacoli al matrimonio come ne aveva trovati nel signore di Montmorency; ma, per quanto le ragioni gliene rimanessero oscure, le difficoltà non furono da poco. Il signor d’Anville era perdutamente innamorato della regina delfina e, anche se riponeva poca speranza in questa passione, non poteva decidersi a prendere un impegno che avrebbe diviso le sue attenzioni. Il maresciallo di Saint-André era il solo a corte che non appartenesse a nessun partito. Era uno dei favoriti, e il favore di cui godeva dipendeva unicamente dalle sue qualità. Il re lo aveva prediletto fin da quando era delfino, e in seguito lo aveva fatto maresciallo di Francia, a un’età in cui di solito non si aspira neppure alle cariche più modeste. Il favore del sovrano gli dava un prestigio che lui sosteneva con i meriti e con la piacevolezza della sua persona, con una grande raffinatezza a tavola e nell’arredamento, e con lo sfarzo più sontuoso che mai si fosse visto in un privato. La generosità del re consentiva queste spese, e il sovrano era capace di arrivare fino alla prodigalità verso coloro che amava. Non era certo tutto virtù, ma ne aveva molte, e soprattutto quella di amare la guerra e di esserne esperto; così aveva avuto molti successi e, a parte la battaglia di Saint-Quentin, il suo regno non era stato che un susseguirsi di vittorie. Aveva vinto di persona la battaglia di Renty; il Piemonte era stato conquistato;23 gli inglesi erano stati scacciati dalla Francia, e l’imperatore Carlo V aveva visto oscurarsi la sua buona stella davanti alla città di Metz, che aveva assediato inutilmente con tutte le forze dell’impero e della Spagna. Tuttavia, poiché la disfatta di Saint-Quentin aveva diminuito le nostre speranze di conquiste, e visto che, da allora, la fortuna era parsa suddividersi tra i due re, essi si trovarono poco alla volta disposti alla pace.
La duchessa vedova di Lorena aveva cominciato a proporla all’epoca del matrimonio del delfino, e in seguito c’erano sempre state trattative segrete. Alla fine, come luogo del trattato, fu scelto Cercamp, nel paese d’Artois. Il cardinale di Lorena, il conestabile di Montmorency e il maresciallo di Saint-André erano lì in rappresentanza del re; il duca d’Alba e il principe d’Orange24 in rappresentanza di Filippo II; il duca e la duchessa di Lorena furono i mediatori. I principali punti in discussione erano il matrimonio di Elisabetta di Francia con don Carlos, infante di Spagna, e quello di Madame, sorella del re, con il duca di Savoia.
Il re nel frattempo rimase alla frontiera, dove ricevette la notizia della morte di Maria,25 regina d’Inghilterra. Inviò il conte di Randan a Elisabetta,26 per complimentarsi della sua salita al trono, e la regina lo accolse con gioia. I suoi diritti erano così incerti che le era vantaggioso vedersi riconosciuta dal re. Il conte la trovò al corrente degli interessi della corte di Francia e dei meriti di coloro che la componevano; ma soprattutto la trovò così entusiasta della reputazione del duca di Nemours e lei gliene parlò più volte con tale interesse che, quando il conte di Randan fu ritornato e fece al re il resoconto del suo viaggio, gli disse che non c’era niente cui il duca non potesse aspirare presso la regina, aggiungendo di essere certo che sarebbe stata anche capace di sposarlo. Il re ne parlò al duca la sera stessa; gli fece raccontare dal conte di Randan tutte le conversazioni con Elisabetta e gli consigliò di tentare questa grande fortuna. Il duca di Nemours credette all’inizio che il re non parlasse seriamente, ma appena si accorse del contrario gli disse: «Almeno, Sire, se mi imbarco in un’impresa chimerica su consiglio e per servizio di Vostra Maestà, vi supplico di mantenere il segreto fino a quando il successo non mi giustifichi nei confronti della pubblica opinione, e di non volermi far apparire gonfio di una tale vanità da pretendere che una regina, che non ho mai visto, voglia sposarmi per amore».
Il re promise di parlare di questo piano solo al conestabile, e anzi ritenne il segreto indispensabile al successo. Il conte di Randan consigliò al duca di Nemours di recarsi in Inghilterra con il semplice pretesto di un viaggio, ma il duca non seppe decidersi a farlo. Mandò Lignerolles, un giovane di spirito e suo favorito, per indagare i sentimenti della regina e per cercare di stabilire qualche contatto. Aspettando l’esito del viaggio, si recò a far visita al duca di Savoia, che allora si trovava a Bruxelles con il re di Spagna. La morte di Maria d’Inghilterra aveva causato gravi impedimenti alla pace; l’assemblea si sciolse alla fine di novembre e il re tornò a Parigi.
Fece allora la sua comparsa a corte una bellezza che attirò gli sguardi di tutti, e c’è da credere che fosse una bellezza perfetta, se suscitò ammirazione in un luogo in cui si era abituati a vedere belle donne. Apparteneva allo stesso casato del visdomino di Chartres ed era una delle più grandi ereditiere di Francia. Suo padre era morto ancora giovane e l’aveva lasciata sotto la guida della moglie, Mme de Chartres, le cui doti di onestà, virtù e talento erano straordinarie. Dopo aver perduto il marito, aveva trascorso parecchi anni senza tornare a corte. Durante quest’assenza, aveva curato l’educazione della figlia; ma non si dedicò solo a coltivarne lo spirito e la bellezza; si preoccupò anche di infonderle la virtù e di rendergliela desiderabile. La maggior parte delle madri immaginano che per tener lontane le fanciulle dalla galanteria basti non parlarne mai davanti a loro. Mme de Chartres era di parere contrario; parlava spesso a sua figlia dell’amore, mostrandole ciò che vi è di piacevole per convincerla più facilmente dei pericoli sui quali la metteva in guardia; le parlava della poca sincerità degli uomini, dei loro inganni e della loro infedeltà, delle infelicità domestiche in cui affondano certe relazioni; e le faceva vedere, d’altra parte, quale serenità accompagnasse la vita di una donna onesta e quanto pregio e dignità desse la virtù a una bella e di alto lignaggio. Ma le mostrava anche quanto fosse difficile conservare questa virtù, se non a patto di un’estrema diffidenza verso se stessa e di una gran cura nell’aggrapparsi all’unica cosa che può rendere felice una donna: amare il proprio marito ed esserne riamata.
Questa ereditiera, dunque, era allora uno dei migliori partiti di Francia e, sebbene giovanissima, le erano state già fatte diverse proposte di matrimonio. Mme de Chartres, che era molto fiera di sua figlia, non trovando nessuno degno di lei, all’età di sedici anni volle condurla a corte. Quando vi giunse, il visdomino le andò incontro sorpreso, e a ragione, dalla grande bellezza di Mlle de Chartres. Il candore della carnagione e i capelli biondi le davano uno splendore mai visto; i suoi lineamenti erano perfetti e il volto e la persona pieni di grazia e di fascino.
All’indomani del suo arrivo, Mlle de Chartres andò a scegliere dei gioielli da un italiano che ne commerciava in tutto il mondo. Costui era giunto da Firenze con la regina e si era talmente arricchito con i suoi traffici che la sua casa sembrava più quella di un gran signore che non di un mercante. Mentre lei era lì, arrivò il principe di Clèves. Questi fu così sorpreso dalla sua bellezza da non poter nascondere la propria meraviglia e Mlle de Chartres non riuscì a evitare di arrossire, vedendo lo stupore suscitato: tuttavia si ricompose senza battere ciglio e senza manifestare altra attenzione alle azioni del principe che quella dovuta dalla cortesia per un uomo di tale rango.
Il principe di Clèves la guardava con ammirazione, e non riusciva a capire chi fosse quella bella creatura a lui sconosciuta. Intuiva dai suoi modi e dal suo seguito che doveva essere di alto lignaggio. La sua giovinezza gli faceva presumere che fosse nubile, ma, non vedendo con lei la madre, e poiché l’italiano che non la conosceva la chiamava signora, non sapeva che cosa pensare e continuava a guardarla con meraviglia. Si accorse che i suoi sguardi la imbarazzavano, al contrario di quanto accade di solito nelle giovani, che si compiacciono sempre dell’effetto della loro bellezza; gli parve perfino di essere lui la causa della sua impazienza di andarsene, e infatti poco dopo lei se ne andò. Il principe di Clèves si consolò di perderla di vista con la speranza di sapere chi fosse, ma fu molto sorpreso quando si rese conto che nessuno la conosceva. Rimase così colpito dalla bellezza e ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione. di Vincenzo Papa
  4. Cronologia
  5. La principessa di Clèves
  6. Il libraio al lettore
  7. Prima parte
  8. Seconda parte
  9. Terza parte
  10. Quarta parte
  11. Note
  12. Copyright