Cenere di mandorlo
eBook - ePub

Cenere di mandorlo

  1. 252 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Cenere di mandorlo

Informazioni su questo libro

Che cosa avviene quando si fa il bilancio della propria esistenza e i conti non tornano? Come si fa fronte all'inquietudine che ci invade quando la vita di coppia è pacifica ma lontana dalle attese, il lavoro non dà le soddisfazioni sperate e la vita sembra piatta e noiosa? Victoria Lo Presti, geologa americana di origini siciliane, è una donna alle soglie dei quarant'anni e ha tutto per essere serena: bella, brillante, amante della moda italiana e della cucina mediterranea, insegna vulcanologia all'università e ha un compagno che l'adora, con il quale vive sul lago Erie, in Ohio. Eppure, per quanto si sforzi di valorizzarlo, ciò che ha non le basta. Quando le si presenta l'occasione di partecipare a una missione scientifica in Italia, parte senza esitazioni. Ad accoglierla sulla nave da ricerca troverà un gruppo di geologi tutto al maschile, ben lontano dall'immaginare che il "dottor Lo Presti" sia tanto avvenente. E soprattutto eccezionalmente competente. Tra loro ci sono Leone Monti, estroso geologo di Catania, e Ugo Scotto Capuano, capo del Centro di osservazione del Vesuvio a Napoli, scontroso e tagliente al limite dell'arroganza, che tuttavia sviluppa subito una combattuta attrazione per lei. Quando la spedizione sta per volgere al termine e Victoria deve rientrare negli Stati Uniti, l'Etna entra in eruzione e anche i sentimenti s'infuocano. In una lotta contro il tempo e la furia del vulcano, Vicky farà i conti con ciò che di inesplorato c'è nella sua anima e, ricongiunta con il Mediterraneo delle sue origini, troverà la forza di diventare artefice del proprio destino.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852073236
Print ISBN
9788804660347

1

RICORDI DI FAMIGLIA
Meno di un mese a Natale. Dio lo sapeva e si stava dando da fare per vestire di bianco l’America o almeno quella dove lei si trovava: Avon Lake, Ohio, uno dei tanti villaggi che tratteggiano come una linea le sponde dell’Erie, più mare che lago, visto quanto è immenso e quanto possono alzarsi le onde nelle notti di tempesta. Oggi, però, non c’è ombra di burrasca e anche se i colori sono svaniti tutti, sopraffatti dal grigio, non c’è nulla di angosciante in questa monocromia uniforme. La neve scende piano spolverizzando l’acqua che la inghiotte, mentre attorno, fra le case, le falde calano compatte sui berretti di lana dei ragazzi che si ostinano a stare fuori, sui prati rasati con cura fino a ieri, sui cesti da basket intristiti perché saranno abbandonati per un po’ e sulle bandiere degli incauti, che non sono state ritirate come per legge dovrebbe avvenire ogni tramonto. E mentre tutto perde la sua banale identità trasfigurandosi in una perfetta cartolina invernale, mentre la strada e i vialetti vengono cancellati e gli alberi s’inghirlandano di festoni di gelida glassa, Victoria Lo Presti, in piedi in mezzo alla cucina, non si decide a bere il suo tè. Regge la tazza con entrambe le mani e guarda oltre i vetri quel posto che ama e a volte anche detesta perché non dà giustificazioni sufficienti alla sua voglia di lasciarlo, almeno ogni tanto.
Le piace quando nevica. Henry ha chiamato per dire che l’intervento sul cane della signora Olejko non può essere rimandato e andrà per le lunghe. Ha tutto il tempo che vuole. Per godersi il conforto di una stanza calda quando fuori si gela, accendere la luce di una lampada e sedere in poltrona, respirando la nota al mandarino dell’infuso.
Così le torna in mente la Sicilia, dove non è mai stata ma ci sono nati i nonni e buona parte della famiglia. Un’isola in un mare che chi abita a nord, oltre l’Atlantico, immagina perennemente blu come uno zaffiro e dove, alla fine di gennaio, i rami dei mandorli s’imbiancano di fiori. Da bambina le raccontavano che là qualcuno dei parenti possedeva un aranceto e d’inverno occorreva affrettarsi a staccare i frutti dai rami incurvati dal peso, prima che si spezzassero. Tutti si mobilitavano e a lei pareva di vedere catene di mani distese come corde, che passavano, tastavano e contavano centinaia di biondi agrumi, prima di avvolgerli uno a uno in carte veline rosse fiammanti con scritto a svolazzi: “Arance di Sicilia”.
Adesso preparerà dell’altro tè e poi andrà in salotto. Si metterà comoda e non farà proprio niente di speciale, se non guardare fuori e imparare la pace dalla neve, come dice una poesia di Sylvia Plath. E come sempre succede quando si sente al sicuro nel suo guscio con la quiete necessaria per goderselo, scivolerà in un infondato senso di attesa, un presentimento di un’imminenza nel tempo che verrà. Castelli in aria, secondo Henry, ai quali una donna di trentotto anni, geologa e docente al College di arti e scienze di Oberlin, non dovrebbe nemmeno fare caso. Invece in lei quello stato sospeso tra certezza e incertezza torna e ritorna, e fin troppo spesso l’aspettativa di qualcosa, non si sa bene cosa, le si insinua nel pensiero. E vi balena un istante, dissolvendosi nell’altro, senza che di solito nulla accada.
Spegne la luce e anziché trasferirsi subito in poltrona lascia il tè su un tavolino e scende le scale. Il seminterrato è più freddo del resto della casa, ci resterà poco. Il tempo che ci vuole per aprire il baule della biancheria in disuso, scavare sotto le lenzuola e tirare fuori un oggetto di cui solo lei sa, nascosto proprio qui: una valigetta in cuoio, lunga e bassa che sembra una scatola, impunturata ai bordi. La tengono chiusa quattro cinghie consumate e altrettante fibbie di ottone. La salvò, assieme alla vita, Venera Rosa Musumeci, la sua bisnonna, quando il terremoto distrusse Messina e in un colpo solo le fece perdere il marito e crollare, con la casa e il magazzino, tutti i sogni. Adesso che sono trascorsi più di cent’anni e la Sicilia è così lontana dall’America, ciò che resta oltre ai ricordi è in quella vecchia borsa da viaggio e ogni tanto a Victoria piace rivederlo. Passa il dito sulle teste dei chiodini e sulle rughe del pellame, l’una dopo l’altra slaccia le cinghie e piano piano apre. Dentro ci sono dei tesori, affidati da una generazione all’altra fino a lei: il velo di prezioso pizzo avorio che tutte le spose di famiglia fissarono alle loro lunghe chiome il giorno delle nozze; rose d’organza, guarnizione di un vecchio cappello da passeggio; e un cofanetto quadrato, in damasco rosso cardinale, che conserva due fedi legate con un nastro e una bussola. La regalò Venera a Giuseppe, suo marito, con un’intenzione dichiarata: quella d’indicargli, caso mai l’avesse smarrita, la via di casa.
Come sempre Victoria spiega il velo e se ne ammanta. Attorciglia i capelli alle corolle ormai sbiadite e guarda nello specchio l’effetto che farebbe in abiti nuziali lei, che di matrimonio non ha mai voluto sapere. Trova questi oggetti raffinati e affascinanti. Quanto di più inadatto si possa immaginare alla vita che ha con Henry, ed è un peccato. Non che ci sia nulla di sbagliato nel loro semplice mondo quotidiano, ma qualcosa dentro punge nel toccare con mano il suo passato, ciò da cui lei viene: storie di fortune alterne, cataclismi, grandi viaggi e grandi amori. E mentre tutto tace, la casa si rabbuia e l’unico aggancio con il presente è il profumo dei biscotti che dal forno arriva fino a lì, quel senso di presagio che ha avvertito poco fa diventa ovvio e non le pare più tanto sbagliato.
«Non un granché come bacio di benvenuto stasera.»
«Sono più brava al mattino.»
«Dammene un altro, forse ti viene meglio.»
«Dai Henry, non fare il bambino. Ho appena cotto i biscotti, ne vuoi uno? Sono ancora caldi.»
«E va bene. Niente baci. Vada per i biscotti. Buoni, in effetti.»
«Non mangiarli tutti, per piacere. Stasera vengono i Baughman a cena e non vorrei che restassero solo le briciole.»
Henry è del Wisconsin. Prima di trasferirsi qui per lei, stava all’isola di Washington, poche miglia dalla costa del Door County, nelle acque del Michigan, che in quel punto sono particolarmente tumultuose. Lo spiega bene il nome di questo braccio di lago, “Porta della morte”, e non c’è dubbio che lo meriti per quante vite e quante navi si sono spezzate proprio qui.
Henry Jonas Larsen. I suoi sono norvegesi, come molti del resto da queste parti. Che sia un nordico lo si vede subito: chiaro di carnagione e di capelli, due occhi celesti che sembrano tinti coi pastelli, si arrossa spesso e in fretta. Sembra un neonato, lo prende in giro lei, che è mora come i suoi avi siciliani, tanto che non le fa un baffo nemmeno il sole a picco. Ha un’espressione limpida e la faccia aperta. Per questo piace alla gente, che si fida del suo sguardo dritto e della sua semplicità. Fosse per lui, avrebbe sempre addosso gli stessi jeans sdruciti, i maglioni a collo alto d’inverno e le magliette verdi e gialle dei Green Bay Packers d’estate. Bisogna faticare per fargli mettere ogni tanto una camicia e la cravatta, probabilmente, non sa neanche come fare ad annodarla. D’altronde, chi mai la porta ad Avon Lake.
“Imponente” è la parola che viene in mente guardandolo. Ha un corpo lungo e un’ossatura forte: spalle, collo, gambe, tutto in lui è robusto. Non avesse studiato, avrebbe potuto fare un lavoro faticoso all’aria aperta, il pescatore per esempio, o la guardia forestale, e non sarebbe stato un peso perché ha energia da vendere e non patisce il freddo. Eppure, è un uomo delicato. Lo sono i suoi abbracci e anche la sua anima. I primi tempi della loro relazione, quando lui ancora abitava all’isola e lei andava a trovarlo, l’aspettava sempre al porto. Estate e inverno, scendeva al molo fin da quando il traghetto partiva da Gills Rock, e pazienza se doveva attendere venti interminabili minuti – a volte anche di più –, quanti ce ne vogliono per la traversata. Pazienza pure se faceva troppo freddo per star fuori. A meno dieci gradi, piovesse ghiaccio o tirasse un vento cattivo, tagliente come un coltello, lui stava lì. Passeggiava avanti e indietro, dava uno sguardo alle poche barche ormeggiate, se ce n’erano, e scambiava quattro chiacchiere con Malvine della biglietteria, che gli parlava attraverso il vetro della casetta di assi azzurre da dove sorvegliava imbarchi e sbarchi. Alto e dritto come un albero di maestra, lo si avvistava già da lontano e Vicky trovava commovente che lui si ostinasse a rimanere e non badasse a nulla, nemmeno ai sorrisetti di compatimento di Malvine, pur di essere di fronte alla passerella che il capitano Charles Voight della Island Clipper lanciava per consegnare sani e salvi all’isola i suoi visitatori. Non fosse stato che era espressamente proibito salire a bordo, non avrebbe avuto la pazienza di aspettarla. Più di una volta, abbracciandola con trasporto, si era lamentato che non fosse scesa a terra per prima.
«I Baughman? Davvero? Vengono qui stasera, con questo tempo?»
«Che cosa c’entra il tempo? Li ho invitati la settimana scorsa. Spero che vengano, a questo punto. Dici che potrebbero disdire?»
«Non saprei, non credo. Anche se non sarebbe male: così ci sdraiamo sul divano e guardiamo un film.»
A prima vista, Henry non sembrava un tipo timido. Che lo era, lo si capiva dopo. Per esempio, da quanta fatica durava a stare con gli altri, se non li conosceva a fondo e da una vita. Non per niente aveva scelto di fare il veterinario e lo faceva bene, concentrando ogni cura sui pazienti e limitandosi allo stretto necessario con i padroni. Soprattutto se erano donne, con le quali era cortese ma sfuggente, come se fosse sempre sulle spine. Victoria era sicura che scontentasse le sue interlocutrici: avessero avuto un’alternativa ad Avon Lake, avrebbero smesso di fare affidamento su di lui sia per la conversazione sia per gli animali. Ma Henry era bravissimo come veterinario, il migliore di tutto il lungolago, da Cleveland a Lorain. Era questa la sua fortuna e assieme la sua condanna, per quante ore era costretto a lavorare ogni giorno, tutti i giorni.
«Come è andata, oggi?»
«Come al solito. Bene, direi. Stamattina ho fatto lezione: chimica dei magmi.»
«Complicata, mi sembra.»
«Abbastanza. I ragazzi però sono stati bravi. Alla fine hanno addirittura chiesto degli approfondimenti.»
«Sarai riuscita a incantarli come al solito. Mi chiedo con quali arti magiche inchiodi i loro occhi alla lavagna. Non le stesse che adoperi con me, spero.»
«Chi lo sa? In ogni caso funzionano, grazie a Dio. Per ora almeno.»
Per Henry, Victoria era la donna più bella del mondo. Non glielo diceva tutti i giorni, ma gli si leggeva in faccia la sua ammirazione ogni volta che la guardava. Una notte le aveva confessato che si sentiva benedetto da Dio quando lei era al suo fianco e davvero non sapeva come avesse meritato un tale privilegio. In effetti, Vicky aveva ereditato parecchie virtù dalle donne di casa Lo Presti, concentrandole in un’esplosiva miscela che gli era stata fatale fin da subito: il fuoco negli occhi e nel portamento della mitica bisnonna, Venere di nome e di fatto; l’incarnato di velluto di nonna Vittoria Caruso; un certo languore, il girovita da vespa, i fianchi e il fondoschiena tornito – fin troppo, a suo avviso – di sua madre Violeta Amaral, portoghese di Coimbra. E anche quel tocco magico in cucina, che non guasta mai per conquistare un uomo e che, unito a tutto il resto, di solito gli spegne ogni residua velleità di guardarsi attorno. Certo, Vicky aveva ricevuto anche dei difetti dall’asse ereditario e punti deboli ne aveva di propri, originali suoi. Ma a quelli Henry non badava e, a ogni modo, gli era occorso del tempo per scoprirli.
L’aveva incontrata al supermercato di Egg Harbor, dieci anni prima. Era agosto e si trovava nel Door County di passaggio: una cavalla aveva partorito a Forestville e lui era andato a visitarla. Di regola non entrava nel supermercato della strada principale, ma quando quella ragazza coi capelli lunghissimi, abbronzata come una meticcia e fasciata in un paio di jeans bianchi e una maglietta striminzita, di quelle che avrebbero risuscitato anche un cadavere, gli si era parata davanti, aveva considerato che in futuro avrebbe fatto meglio a non sottovalutare quel punto vendita. La ragazza sembrava a casa sua nel magazzino e si muoveva come un turbine per prendere di tutto dai ripiani: reti di cipolle, mazzi di verdura, pacchi di pasta e vino rosso. Ipnotizzato dal ticchettio degli stivali ai suoi piedi, si era ritrovato a trottare dietro a quelle gambe nervose, al sinuoso arco dei fianchi, a quella chioma da gitana. E a non poter staccare gli occhi da quel collo sottile da ballerina di flamenco, e sì, anche dalle oscillazioni di un grosso ciondolo dorato, appeso a una catena, che dondolava sulla sua scollatura generosa e la copriva e la scopriva, la copriva e la scopriva. Lo maledisse con un’impazienza insolita per lui, augurandosi che le si incastrasse da qualche parte una volta per tutte.
Non aveva mai visto niente di simile in vita sua. Del resto, sarebbe stato ben poco probabile a Maple Grove, nell’isolata fattoria in cui era cresciuto, o all’isola di Washington, dove la famiglia a un certo punto si era trasferita rilevando un paio di fienili, che erano stati trasformati con molto lavoro e altrettanta fantasia in uno dei primi bed&breakfast del luogo.
“È stata un’allucinazione” aveva pensato nella manciata di minuti che gli ci erano voluti per comprare due panini e una birra, e lei era sparita.
Insperatamente la ritrovò alla fine della statale 42, a Northport Pier, estrema punta del dito di terra che l’angolo più orientale del Wisconsin tende verso il lago e verso nord. In attesa del traghetto, era scesa da un pick-up impolverato come se arrivasse dal deserto e se ne stava immobile, appoggiata alla portiera, a contemplare il mondo azzurro che le si apriva davanti: un’immensa stilla d’acqua punteggiata di isole sbiancate dal sorriso del sole estivo. Nulla, sembrava, avrebbe potuto distoglierla da quella sinfonia di blu; forse solo le nuvole, volubili fantasmi pronti a svanire là dove erano apparsi per materializzarsi altrove.
Non fu solo per la bellezza della ragazza che Henry s’innamorò all’istante di lei. Fu anche per l’espressione incantata che aveva guardando i luoghi dove lui era nato e ai quali orgoglioso apparteneva. Fu per quel mezzo sorriso che senza muovere le labbra le splendeva in faccia. Fu per quel bagno d’oro liquido in cui il tardo pomeriggio aveva immerso ogni cosa: lo spicchio di lago, il cielo basso, il pick-up e loro due.

2

UNA NEVICATA DI PIUME
Ogni giorno, cento colpi di spazzola. Era una delle cure di bellezza riservate ai suoi capelli, eredità, secondo sua madre, assieme al nome, della nonna Vittoria. Neri, lucidi per via degli impacchi all’olio d’oliva che da cent’anni a questa parte erano il segreto e l’abitudine di tutte le donne di famiglia, lunghi anzi lunghissimi fin da bambina, erano ciò di cui andava più fiera di se stessa. Non che il resto non contasse: di essere bella o qualcosa di simile Victoria era più o meno consapevole da un certo numero di anni. In casa non se ne era mai parlato molto, visto che era scontato esserlo: nessun Lo Presti si sarebbe accontentato di una moglie poco attraente e le figlie non potevano che prendere dalle loro madri. Tuttavia, se gli uomini erano esigenti, le donne avevano sempre avuto chiaro il loro potenziale e lo avevano sfruttato fino in fondo. Non per narcisismo né per calcolo. Piuttosto per lungimiranza: è risaputo che dalla felicità di un marito discendono molte benedizioni, così come le peggiori catastrofi in caso contrario.
Nessuna, dunque, si era mai sentita in colpa per tenere al proprio aspetto né per spendere qualche soldo in più del necessario in abiti e profumi. Vicky era in tutto e per tutto allineata alle antenate e a Henry, erede di una ex figlia dei fiori, andava bene così: anzi, non gli era parso vero di passare dagli zoccoli, i camicioni e le trecce arruffate della madre agli indumenti attillati della sua ragazza e ai suoi capelli lisci, e avrebbe benedetto gli stilisti italiani di cui andava pazza per averle insegnato quanto contribuissero alla figura tacchi e gonne corte.
Così, ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CENERE DI MANDORLO
  4. 1. RICORDI DI FAMIGLIA
  5. 2. UNA NEVICATA DI PIUME
  6. 3. FREMITI
  7. 4. SOGNI SVELATI
  8. 5. VOLO
  9. 6. UN UNICO, PREPOTENTE DESIDERIO
  10. 7. INCONTRI
  11. 8. A PALAZZO
  12. 9. PRIME IMPRESSIONI
  13. 10. INTRECCI
  14. 11. DIETRO LE SPALLE
  15. 12. CEDIMENTI
  16. 13. INSONNIA
  17. 14. IL GIOCO DELLE NUVOLE
  18. 15. SICILIA
  19. 16. ERUZIONE
  20. 17. QUANTO CONTA L’AMORE
  21. 18. RISARCIMENTO
  22. 19. GIORNI DI FUOCO
  23. 20. QUELLO CHE È STATO
  24. 21. TRA SÉ
  25. 22. SIAMO ANDATI ALLA CACCIA DEL LEON
  26. 23. ESTREMI
  27. 24. RESA DEI CONTI
  28. 25. AMANTI
  29. 26. SU DUE PIEDI
  30. 27. IL MARE ERA STELLATO
  31. 28. AGHI
  32. 29. CENERE DI MANDORLO
  33. 30. NUOVE AVVENTURE
  34. RINGRAZIAMENTI
  35. Copyright