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  1. 204 pagine
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Informazioni su questo libro

"La vita cambia, e non te ne accorgi. La vita ti cambia, e se ne accorgono gli altri." A questo sta pensando Antonino Lombardo, vicequestore aggiunto, che tutti chiamano commissario o, se sono più timidi, dottore.

È Venerdì Santo, la Pasqua è alle porte e, prima di raggiungere la famiglia in Toscana, dai parenti della moglie, Lombardo decide di trascorrere una serata tranquilla, a casa da solo, e poi di passare al mattino in commissariato per saluti e auguri. E questo è il suo errore.

Nella notte è stato ritrovato il cadavere di Patricia Calvi, nome d'arte di Patrizia Calvetti, giovane soubrette televisiva emergente, pronta, dopo comparsate in vari programmi, a debuttare come attrice in una fiction da prima serata.

Le vacanze di Lombardo dovranno aspettare, resterà a Milano per le indagini.

Chi può avere voluto la morte di Patricia? Il suo manager, Giacomo Spanò detto Jack, un piccolo faccendiere che si è sempre arrabattato tra mille lavori e magari teme di essere scaricato proprio ora che Patricia sta incontrando il successo? Il suo fidanzato Fabio, che come lei viene da Ceranova, piccolo paese della provincia di Pavia, e con cui formava la coppia perfetta prima che Patrizia cambiasse vita e iniziasse a vederlo come un peso? Il suo fan numero uno, un ragazzo alto e solo da lei soprannominato Archimede, come l'amico di Paperino, impacciato e inquietante, ossessionato al punto da seguirla e fotografarla in ogni occasione? Cristina, la sorella minore, che le somiglia come una goccia d'acqua e sogna di seguire le orme di Patrizia? Giovanna, l'amica, la "complice", la stessa vita, le stesse speranze, la stessa ambizione, ma una minore fortuna? O forse bisogna seguire le piste che portano alla vita privata di Patricia, alle dicerie che la vogliono amante di uomini famosi e importanti, più grandi di lei, come il popolarissimo rocker Silvio Zonca, tanto famoso che lo conosce perfino Lombardo, poco interessato alla musica, o Antonio De Cesare, imprenditore e editore, uno degli uomini più potenti di Italia?

Un prezzo da pagare è un noir magnifico, ambientato a Milano nel mondo dello spettacolo, dei cui splendori e miserie Enrico Ruggeri ha evidentemente un'esperienza diretta. Con uno stile impeccabile e la capacità di scrutare nell'animo umano, Ruggeri mette in scena un perfetto congegno narrativo e una galleria di personaggi indimenticabili e veri: a cominciare da Antonino Lombardo, investigatore calmo e saggio, pronto ad ascoltare le ragioni di tutti nella ricerca della verità.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852074127
Print ISBN
9788804661658

1

La vita cambia, e non te ne accorgi. La vita ti cambia, e se ne accorgono gli altri. Giorno dopo giorno, senza che tu te ne renda conto, succedono piccole e grandi cose che, come granelli di sabbia, vanno a posarsi da qualche parte. Qualche chilo in più, qualche segno sul volto e magari si spegne quella luce che ti ha sempre illuminato lo sguardo. Ti capita davanti una fotografia di qualche anno prima e pensi: “Quando è successo? Com’è che non me ne sono accorto?”. Questo sfiorava la mente di Antonino Lombardo, vicequestore aggiunto, mentre, dopo essersi guardato allo specchio per qualche secondo, andava in cucina per accendere la macchinetta del caffè.
Quella mattina si era alzato più tardi del solito e la casa vuota gli sembrava un po’ più grande, non tanto per lo spazio lasciato libero da sua moglie Caterina e dai suoi due figli, ma per il silenzio. Perché lui al silenzio non era abituato. Sapeva apprezzarlo, gli piaceva l’assenza di rumore e di voci: gli sembrava un modo per rimettersi a nuovo. Purché, ovviamente, non durasse troppo a lungo.
Aveva fatto tardi la notte prima. Tramutare il fermo in arresto era una procedura sempre più lunga e complessa, tra giudici istruttori che cambiavano in continuazione, avvocati sempre più spregiudicati e indiziati che “si avvalgono della facoltà di non rispondere”. Le indagini erano ormai una partita a scacchi con la burocrazia, tra cavilli giuridici e verbali da compilare.
Aveva dormito con quel senso di libertà e strano smarrimento che si prova quando si è da soli nel letto, senza il respiro profondo della moglie e qualche strattonata alle coperte, ma anche senza una presenza così abituale da diventare parte integrante di una vita.
Moglie e figli erano partiti per andare dai parenti di lei, in Toscana. “Se non ci sono problemi in ufficio vi raggiungo sabato, o al massimo a Pasqua” aveva detto alla moglie.
I problemi potevano essere di un solo tipo: qualcosa di grosso, di impegnativo. Nella sua posizione, un omicidio. In genere i suoi colleghi dovevano rinunciare a vacanze, a gite programmate o alla comunione dei loro figli perché allo stadio c’era una partita “calda”, o una manifestazione politica, o lo sgombero di un centro sociale. Lui era sul campo di battaglia per altri motivi, dal furto in un appartamento allo scippo, dalla rissa tra peruviani fino alla rapina. Per fortuna, però, aveva un’ottima squadra, e per queste cose potevano cavarsela benissimo da soli. Poi invece arrivava il morto e la storia diventava più complicata: niente delinquenti abituali, nessuna procedura standard.
Ci si trovava di fronte a gente normalissima, gente “per bene” che magari aveva subito o perpetrato la follia di un attimo. In questi casi bisognava capire, cogliere sfumature, immedesimarsi, conoscere. E allora ci voleva lui, Antonio Lombardo, il vicequestore aggiunto che tutti chiamavano “commissario”, tranne quelli che, intimiditi, ripiegavano su “dottore”.
Quella mattina aveva indossato una camicia, un gilè e un giubbotto di pelle grigio al quale si era abituato con fatica: glielo avevano regalato i suoi figli e inizialmente gli era sembrato troppo giovanile, inadatto al suo ruolo e… al suo peso. Poi aveva deciso di metterlo, non voleva sentirsi rinfacciare il mancato uso di un regalo che, come gli avevano fatto notare, era costato abbastanza. Tutto sommato viveva in mezzo a migliaia di persone che non si rassegnavano a invecchiare… “vada per il giubbotto”!
Quel Venerdì Santo Milano era già in smobilitazione: scuole chiuse, gente che partiva, la città viveva in un generale senso di precarietà che si leggeva negli occhi di chi, magari armeggiando col cellulare, era già da un’altra parte col pensiero.
Durante le due fermate di tram si era reso conto di essere l’unico italiano a bordo, circondato com’era da badanti dell’Est Europa, baby sitter sudamericane, operai, manovali e qualche poco di buono (ormai sapeva dividere le categorie in pochi secondi). Anche la “sede” (lui la chiamava così la questura) aveva assorbito quel senso di prefestività, se ne era accorto appena entrato. Non che mancasse lavoro, tutt’altro, ma nella notte non era successo nulla di particolare: una rissa in piazza Insubria era il fatto più impegnativo, due gruppi si erano fronteggiati a cocci di bottiglia ed era spuntato anche qualche coltello. Due feriti erano piantonati al Policlinico e in questura erano cominciati gli interrogatori a gente che, passata la sbornia, aveva riacquistato lucidità e spavalderia. Ovviamente tutti si dichiaravano estranei, tutti fingevano di non capire, tutti guadagnavano tempo.
In quei casi bisogna prendere i nomi, controllare i permessi di soggiorno, trovare persone per sorvegliarli e stanze per interrogarli separatamente. Mentre al piano terreno si sbrigavano le faccende burocratiche – passaporti, denunce (ormai anche il furto in un appartamento era un fatto burocratico, un lavoro più per assicuratori che per poliziotti…) – al piano di sopra c’era tutta la confusione provocata da quella folla di teppistelli in postsbronza e di poliziotti che cercavano di non perdere la pazienza.
Lombardo diede qualche raccomandazione ad alcuni agenti e si infilò nel suo ufficio. Una telefonata alla moglie («Sembra non ci sia niente di grave, se va avanti così arrivo domani dopo pranzo») e via a prendere fogli da una pila neanche tanto alta che una delle ragazze gli aveva lasciato sulla scrivania. Poco dopo la stessa poliziotta gli aveva portato il caffè, quello della macchinetta, ma in una tazzina di ceramica, parte di un servizio che i “dipendenti” gli avevano regalato a Natale.
Ci sono mattinate che volano via. Il tempo di ricevere una signora alla quale avevano svaligiato la casa (Gnola, uno dei suoi uomini, aveva insistito perché fosse lui a tranquillizzarla), ancora un salto nell’ufficio in cui Scialabba, suo bravo assistente, stava interrogando i gentiluomini fermati nella notte, ed era già ora di pranzo. Quello che lui chiamava “pranzo” era in realtà un piatto da trangugiare in un bar appena fuori dall’ufficio. Stavolta gli toccava un piatto di rigatoni con un sugo opaco molto poco invitante. Ecco perché in genere preferiva andare a casa a mangiare! Gli bastava l’arrosto della sera prima, qualsiasi cosa, pur di non cucinare, perché Antonino Lombardo, a dispetto delle sue origini meridionali, era totalmente incapace di prepararsi un piatto decente. Al massimo riusciva a farsi due uova strapazzate.
Mentre i discutibilissimi rigatoni scomparivano nell’epiglottide ascoltava Celentano, non il cantante, ma il suo uomo più fidato. Quarant’anni portati piuttosto male, una vita passata a dire “no, non siamo parenti” e a districarsi tra la vocazione a servire lo Stato e la fatica di gestire la parte burocratica del suo lavoro. Aveva un modo divertente di lamentarsi e addirittura una buona dose di autoironia. Tutto sommato Lombardo lo considerava il miglior compagno di avventura, si fidava di lui e aveva imparato ad apprezzare le sue qualità. E poi era riuscito a evitare che lo trasferissero, guadagnandosi così la sua eterna gratitudine.
Si erano fatti portare il caffè fuori, per poter fumare seduti ai tavolini bianchi di ferro battuto, tra altri poliziotti e un gruppo di studenti alle prese con tablet e cellulari. Alle due e mezza erano di nuovo in ufficio.
La finestra aperta lasciava entrare i rumori rendendo indecifrabili quelli che provenivano dagli altri uffici. Gli piaceva quel sottofondo sonoro. Allontanarsi dalle voci di segretarie e colleghi gli permetteva di concentrarsi di più sul lavoro. Inoltre, pur essendo uomo da almeno trenta sigarette al giorno, il fumo gli dava fastidio. Doveva essere proprio una giornata terribile perché la finestra rimanesse chiusa.
Lo aspettava un pomeriggio senza sussulti. Il momento più rilevante fu quando Gnola gli portò un ragazzo che non si era rassegnato all’abbandono da parte della fidanzatina, l’aveva strattonata più volte e gli erano scappate due sberle. Lei si era presentata in questura in lacrime e saggiamente i colleghi di turno avevano convocato il giovanotto: un ragazzo fragile, ferito, incapace di gestire la rottura. Non era pericoloso, si capiva subito, e tra qualche anno avrebbe riso di se stesso, vergognandosi di quella macchia. Bisognava solo spaventarlo un po’ e farlo riflettere. Poteva essere suo figlio. Anche questa era la sua “ordinaria amministrazione”.
Alle sette di sera non c’era più nulla che richiedesse la sua presenza. Fu sfiorato dalla tentazione di partire prima di cena. Poi il timore di ritrovarsi in coda ebbe il sopravvento, aggiunto al piacere di godersi una serata tranquilla, lontano dalle richieste dei figli, davanti a una bella commedia all’italiana che non lo impegnasse troppo.
Ordinò pizza e birra dagli egiziani sotto casa. In fondo una serata tutta per sé la meritava proprio. Il giorno dopo si sarebbe svegliato, sarebbe passato dall’ufficio – due raccomandazioni, un saluto e gli auguri di Pasqua – e sarebbe partito.
Questa fu la scelta che avrebbe cambiato, e di molto, la sua vita.

2

Non riusciva a non prendersi in esame ogni minuto, dal trucco alla pettinatura, anche accontentandosi di una vetrina o del finestrino della macchina che la stava aspettando per riportarla a casa. Il giorno prima dell’inizio delle riprese le avevano tagliato i capelli, tingendoli di un biondo paglia che le piaceva moltissimo. Aveva la frangetta e si stava abituando a soffiare verso l’alto per sistemarla, con una smorfia che, era sicura, sarebbe piaciuta a molti, soprattutto agli uomini ai quali era meglio piacere. Nei primi tre giorni di riprese le era sembrato di essere andata bene. Quando Carminati, il regista, aveva detto il primo “buona!” era partito anche un applauso di incoraggiamento e di approvazione che le era parso sincero.
Fu Jack ad aprirle la portiera. «Ti porto a mangiare una cosa e poi tutti a letto. Domani si fa sul serio.» Jack era il suo manager. Il nome vero era Gioacchino Spanò, ma Jack naturalmente suonava meglio. Da ragazzo aveva fatto mille lavori – tecnico delle luci, ballerino, fotografo, dj, animatore –, sempre con la consapevolezza di essere a un passo dalla svolta decisiva: si trattava solo di riuscire a vendersi bene, conquistando la fiducia delle persone giuste. Poi, finalmente, Luigi Capurzo, uno dei manager più importanti d’Italia, lo aveva preso in simpatia, e così Jack si era trovato a fare da accompagnatore ai personaggi minori della scuderia, per ospitate in discoteca, inaugurazioni di centri commerciali, piccoli servizi fotografici. Aveva capito rapidamente di avere a che fare con gente che, sentendosi trascurata dal boss, che dedicava il suo tempo ai grossi artisti, aveva bisogno di attenzioni e di qualcuno che la aiutasse a uscire dalla palude dei comprimari del circo dello spettacolo.
Per la legge dei grandi numeri, dopo qualche tentativo andato a vuoto aveva trovato lei, Patricia Calvi, una ragazza molto bella ma soprattutto molto determinata. Era entrata in un programma televisivo dalla porta di servizio, accompagnando gli stacchi musicali della trasmissione con altre due ragazze. Per arrivare era disposta forse non a tutto, ma a moltissimo. E lui, se così si può dire, aveva lavorato veramente bene: grazie ad accordi con i migliori paparazzi erano uscite foto “rubate” con lei al mare “senza veli”, con lei assieme a qualche calciatore o a qualche altro giovanotto anche lui in cerca di fama… Quando riuscì a farla entrare nel salotto di Carla Rambaudi, cioè a farla intervistare da quella che rappresentava un vero e proprio passe-partout per il successo, era fatta: altre ospitate in tv, servizi fotografici, qualche sfilata e un anno dopo la fiction e addirittura il cinema. Patricia Calvi era ormai a un passo dalla serie A.
Il vero nome della nuova stella era in realtà Patrizia Calvetti, nata e vissuta a Ceranova, un paesino in provincia di Pavia, ma Patricia Calvi suonava molto meglio. Per lui la manovra di avvicinamento di Patricia al successo era stata piena di soddisfazioni, in primo luogo economiche, dato che la ragazza, così scaltra nell’imporsi all’attenzione dei media, si sentiva già molto appagata dalla notorietà appena conquistata e raramente esaminava i contratti che lui le sottoponeva. In pratica era lui a dare soldi a lei, e non viceversa, e i soldi erano comunque tanti per chi, come Patricia, era abituata ai cento euro che prendeva nelle discoteche padane come ragazza immagine: un bell’appartamento in affitto in viale Caldara, la Mercedes SLK e un portafoglio sempre pieno, con le migliori case di vestiti che facevano a gara per regalarle nuove collezioni e accessori che solo un anno prima non avrebbe potuto permettersi.
Alle nove lei e Jack erano a cena – antipasto di pesce crudo, filetto di branzino e, per lui, una bottiglia di vino bianco. Se ne stavano entrambi con lo sguardo fisso sullo smartphone, lei a verificare su Facebook il gradimento delle foto sul set della nuova fiction, che aveva sapientemente diluito nel corso della giornata, chiudendo alla grande con un “è ora di cambiarsi” in cui mostrava (“con classe!”) gran parte del corpo, guadagnandosi migliaia di “mi piace”; lui a organizzare il dopo cena, quando avrebbe accompagnato a casa la sua assistita per tuffarsi nella notte milanese.
E poi Patricia era impegnata nel solito scambio di messaggi con la Gio, Giovanna Medri, la sua unica, vera amica. In realtà si conoscevano da meno di un anno, ma le loro vite simili le avevano rese unite o, come dicevano loro, “complici”. Anche lei stava lavorando nello spettacolo, come valletta in un programma televisivo. Stessa vita, stesse ambizioni, stessi valori.
Parlavano poco Patricia e Jack, come sempre, e solo di lavoro, anche se in casi come questo la parola lavoro andava intesa in senso molto ampio: in fondo lei vendeva al pubblico soprattutto la sua vita privata, i suoi amori, le sue vacanze e le sue scelte personali.
Il motivo principale di discussione era sempre Fabio, il fidanzato storico di lei. Anche lui era di Ceranova, e nel microcosmo del loro paese era di gran lunga il ragazzo più interessante, il più bello e il più corteggiato. Nessuno dei due poteva sfuggire all’altro. Iscritto alla Bocconi, faceva molti lavori per pagarsi gli studi – cameriere, pony express, commesso. Per certi versi era la persona che molte ragazze desidererebbero avere vicino e che tutte le madri vorrebbero come genero. Naturalmente il nuovo scenario aveva cambiato le cose: lui non voleva apparire come “il signor Calvi” e di certo rimpiangeva i tempi delle gite con la Ford Fiesta del padre e dell’amore fatto quando c’era la casa libera, mentre lei, pur volendogli bene a modo suo, conduceva una vita ormai incompatibile con la sua. Scongiurato il pericolo di vederli vivere assieme («Per te sarebbe la fine» le aveva detto Jack), il manager si doveva comunque sorbire i momenti in cui Fabio, nel disperato tentativo di riportarla vicino, la metteva in crisi e, come diceva lei, la “faceva sentire sporca”.
Anche quella sera c’erano stati dieci minuti in cui era tirata una brutta aria, generata da un sms al vetriolo con il commento di Fabio alle foto del giorno.
«Devi darci un taglio, Patricia» le aveva detto, per l’ennesima volta, Jack. «Stai vivendo un momento chiave, dal quale può dipendere tutta la tua vita. Hai bisogno di energie, grinta. Devi sorridere, andare a mille, non puoi permetterti sensi di colpa. Quale colpa, poi? Quella di essere desiderata da mezza Italia, di essere invidiata da milioni di tue coetanee? Adesso hai ventiquattro anni, ti devi concentrare, imparare a recitare e prepararti per quando di anni ne avrai trenta.»
Lei, come al solito, aveva annuito.
Alle undici erano a casa. Dopo averla accompagnata fino all’appartamento e aiutata a portare dentro alcune borse di vestiti, si era raccomandato: «Vai a letto subito, niente telefonate del cazzo! Ti passo a prendere alle otto e mezza».
«Sì sì, sono stanca. Tranquillo, due minuti e sono a letto.»
Poi si era fatto portare a casa sua, in via Crema, a poche centinaia di metri. Una doccia e via, in taxi. Destinazione corso Como.
Rimasta sola, Patricia mandò un messaggio rasserenante ma conclusivo a Fabio: “Sai che ti vogl...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. UN PREZZO DA PAGARE
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. Ringraziamenti
  38. Copyright