Meteore verdi sventravano le nuvole scure che coprivano costantemente i cieli sopra la Valle di Torvaluna. La terra tremò quando dalle mura del Tempio Nero le macchine da assedio demoniache, con mostruose decorazioni, facevano piovere la morte sugli Elfi del Sangue del Principe Kael’thas Solealto, disseminando dei loro cadaveri il suolo rosso delle Terre Esterne. Nonostante le loro perdite gli Elfi si spinsero avanti, decisi a conquistare la cittadella di Magtheridon, signore delle Terre Esterne, il satrapo della Legione Infuocata in quel mondo distrutto.
Illidan si fermò un momento a studiare il Tempio Nero. Le difese potevano sembrare incredibilmente forti a occhi inesperti, ma lui notò alcuni aspetti di trascuratezza. Lungo le mura torreggianti non c’erano abbastanza sentinelle, gli incantesimi protettivi stavano iniziando a dissolversi e i montanti metallici dei cancelli erano macchiati di ruggine e verderame. Gli assediati reagivano con lentezza, come se non riuscissero a credere di essere stati attaccati da forze tanto inferiori alle loro. Forse si aspettavano il supporto di alleati demoniaci, ma erano destinati a rimanere delusi. Illidan e i suoi compagni avevano passato quella lunga e rovente giornata delle Terre Esterne a sigillare i portali attraverso i quali venivano evocati i demoni. Da lì non sarebbe giunto alcun aiuto.
Illidan diede una rapida occhiata al Principe Kael’thas. «Magtheridon è diventato più forte nel corso degli anni, ma ha avuto ben poche occasioni di affrontare nemici degni di questo nome. È diventato pigro e troppo sicuro di sé. Quel bastardo non può competere né con la nostra astuzia né con la nostra volontà.»
L’alto e biondo Elfo del Sangue alzò lo sguardo verso di lui. Gli splendeva negli occhi la feroce gioia della battaglia. «Sarà una battaglia gloriosa, Mentore. Anche se le truppe di Magtheridon sono molto più numerose delle nostre, i tuoi guerrieri sono pronti a combattere fino alla fine.»
Illidan sperava che non si rivelasse necessario. Doveva conquistare rapidamente il Tempio Nero e il dominio delle Terre Esterne per mettersi al riparo dalla vendetta del Signore dei Demoni Kil’jaeden. Kil’jaeden aveva assegnato un compito a Illidan, quando si era riunito alla Legione Infuocata: distruggere il Trono di Ghiaccio ed eliminare così un servo ribelle, ma lui non l’aveva portato a termine. E l’Ingannatore non premiava il fallimento. Illidan pensava che la chiusura dei portali demoniaci avrebbe potuto ostacolare i tentativi di Kil’jaeden di trovarlo, e conquistare quella fortezza gli avrebbe dato una base operativa più forte per mantenere chiusi i portali.
Un Elfo Occultista sollevò la mano e scagliò contro le mura un getto di energia arcana. In risposta dalle mura giunse una sfera di fuoco che disegnò un arco in direzione del Mago, tracciando un solco nel terreno rosso sangue; i difensori stavano valutando la gittata. Una compagnia di soldati di Kael’thas corse verso le mura.
Illidan strinse i pugni percependo i demoni all’interno del tempio. Lì, nel mondo straniero delle Terre Esterne, la magia demoniaca lo tentava ancora più del solito, soprattutto da quando aveva assorbito la potenza contenuta nel Teschio di Gul’dan. L’ondata di energia malvagia proveniente da quel manufatto l’aveva trasformato, modificando sia la sua forma fisica sia l’intensità del suo potere, ma l’aveva anche disorientato per mesi. Spiegò le sue nuove ali demoniache, provocando uno sguardo preoccupato da parte del Principe Kael’thas. Illidan fece un respiro profondo e si costrinse alla calma.
Era stato un percorso lungo e strano quello che lo aveva portato lì. Da quando Tyrande l’aveva liberato, aveva visto l’attacco fallito dalla Legione Infuocata al suo mondo natale di Azeroth, aveva fatto un patto con un Signore dei Demoni ed era fuggito nelle Terre Esterne per evitare i suoi nemici, sia gli Elfi della Notte sia i demoni. Era stato nuovamente catturato dalla sua antica nemesi, Maiev, e poi liberato dai propri alleati, il giovane Principe Kael’thas − di cui aveva conquistato la fedeltà impegnandosi ad aiutare gli Elfi del Sangue a saziare la loro dipendenza dalla magia − e Dama Vashj, una condottiera dei Naga. A quel punto stava tramando per far cadere il Signore delle Fosse che, a nome della Legione Infuocata, governava quel mondo distrutto.
Kael’thas lo fissava, attendendo una risposta alla professione di lealtà che aveva appena espresso nei suoi confronti.
«Mi compiaccio dello zelo della tua gente, Kael. In questa aspra desolazione, il loro animo e i loro poteri si sono temprati. Il loro coraggio potrebbe da solo bastare a…»
«Sire Illidan, dei nuovi arrivati vengono a porgerti i loro saluti.» Dama Vashj lo interruppe mentre si avvicinava a lui strisciando. Grosse fasce di muscoli pulsavano e si gonfiavano mentre si muoveva, e il suo bellissimo volto, che ricordava quello di un Elfo della Notte, contrastava con l’orrenda figura da serpente.
Illidan si voltò nella direzione indicata. Un gruppo di creature mostruose avanzava con passo pesante. Li riconobbe subito. Erano Corrotti, esseri contaminati e degenerati che un tempo avevano fatto parte della razza Draenei; avevano vissuto nel selvaggio mondo di Draenor prima che questo fosse distrutto e trasformato nelle Terre Esterne. Anche loro facevano parte della coalizione di Illidan: li legava il loro comune nemico, Magtheridon.
I Corrotti erano mostri corpulenti e sgraziati, nelle mani enormi stringevano armi primitive. I sensi mistici di Illidan percepirono che ce n’erano altri lì vicino; una magia potente li nascondeva a chi non aveva la sua Vista Spettrale.
Uno dei Corrotti, persino più massiccio degli altri, avanzò zoppicando sui suoi animaleschi zoccoli. «Noi Draenei abbiamo combattuto gli Orchi e i demoni che li comandano per generazioni» disse. Dal petto gli usciva una voce stridula; sembrava che parlare gli causasse dolore. «Adesso potremo finalmente porre fine a questa maledizione. Siamo pronti a seguire i tuoi ordini, Sire Illidan.»
Era Akama, il capo dei Corrotti. Non era una figura rassicurante. Dalla mandibola spuntavano zanne, e tentacoli si torcevano nella parte inferiore della faccia.
«Siete arrivati al momento giusto» rispose Illidan. «Quelle macchine sulle mura devono essere messe fuori uso, e bisogna aprire il cancello.»
Akama annuì e gesticolò. I quasi-invisibili Corrotti attraversarono il terreno aperto e si arrampicarono sulle mura del Tempio Nero. Un gruppo ridotto di Elfi del Sangue e di Naga si mise al riparo dalla linea di fuoco delle macchine demoniache sotto le fortificazioni. Illidan, Kael’thas e Dama Vashj li raggiunsero, insieme ad Akama e alle sue guardie del corpo.
Ancora una volta fu evidente la presunzione del cosiddetto signore delle Terre Esterne: in una fortezza ben organizzata ci sarebbero stati recipienti di olio bollente o di fuoco alchemico da gettare sugli assedianti. I difensori, invece, non fecero niente. Lunghi minuti passarono. Così vicino alle mura, Illidan riusciva a sentire il ronzio dei generatori magici che alimentavano le macchine da guerra demoniache.
Improvvisamente si udirono suoni di battaglia provenienti dall’interno, e i grandi cancelli del Tempio Nero si spalancarono. Akama e le sue guardie del corpo corsero a unirsi alla lotta. Risuonarono esplosioni quando i Corrotti distrussero i generatori, e le macchine da guerra sulle mura si zittirono. Il grosso delle forze dei Naga e degli Elfi del Sangue avanzò nuovamente verso il cancello.
Tornò Akama, con un’espressione di giubilo disegnata sulla sua abominevole faccia. Aveva atteso quel giorno molto a lungo.
Illidan sorrise. «Il tuo popolo avrà la vendetta che ti ho promesso» disse. «Prima che la notte sia finita, saremo tutti ebbri di vendetta. Vashj, Kael, ordinate l’attacco. L’ora della furia è giunta!»
Attraverso i cancelli aperti, Illidan poteva vedere un vasto cortile con alti mucchi di ossa. Vilorchi dalla pelle rossa si muovevano in modo disordinato e confuso mentre i loro capi abbaiavano comandi e tentavano di ristabilire una parvenza di ordine per respingere gli invasori.
All’interno del Tempio Nero c’erano probabilmente dieci Vilorchi per ogni combattente di Illidan. Erano stati trasformati dalla magia infetta in qualcosa di gran lunga più forte e più feroce di un normale Orco. Ma in quel momento non aveva alcuna importanza. Le forze di Illidan si riversarono nel cortile, un cuneo compatto che penetrò tra il nemico disorganizzato con la stessa facilità con cui le loro lame penetravano nella carne degli Orchi.
Illidan piantò gli artigli nel petto di un avversario. Si sentì uno scricchiolare di ossa quando strinse le dita e gli strappò il cuore. Il Vilorco ruggì e si lanciò in avanti, cercando di azzannare la gola di Illidan persino mentre moriva.
Questo sollevò il cadavere sopra la testa e lo scagliò sulla squadra di difensori dalla pelle rossa. Il peso li scaraventò a terra come birilli. Saltò in mezzo a loro, sfoderando le Lame da Guerra. Li assaltò, colpendo a destra e a sinistra con forza irrefrenabile. I suoi nemici cadevano, decapitati, mutilati. Lui era coperto di sangue. Lo leccò dalle labbra e avanzò ancora, con affondi e fendenti.
Tutt’attorno i Vilorchi urlavano. La magia tuonava mentre il Principe Kael’thas e Dama Vashj lanciavano i loro incantesimi. Illidan era tentato di fare altrettanto, ma voleva conservare le forze per il conflitto finale con Magtheridon.
Una parte di lui gioiva per il clangore delle armi. Niente era paragonabile al piacere di versare il sangue dei nemici con le proprie mani. Dentro di sé, in profondità, il demonio incatenato che faceva parte della sua natura si stava godendo il banchetto.
I Vilorchi erano bravi combattenti, ma non certo all’altezza di Illidan e dei suoi compagni.
I Naga erano molto più grossi e, fisicamente, più potenti. Avvolgevano i nemici nelle loro spire da serpenti e li stritolavano.
Gli Elfi del Sangue erano maestri di stregoneria e di spada. Pur non avendo la forza dei Vilorchi, erano più veloci e agili, e vincoli di lealtà più forti della vita stessa li spingevano a difendere il loro Principe.
I Corrotti combattevano con la determinazione di un popolo che voleva liberare la propria patria dalle grinfie dei demoni. Le urla dei Vilorchi morenti salivano fino al cielo mentre cadevano sotto le lame dei loro nemici. Nel giro di qualche minuto il cortile era stato liberato, i Vilorchi erano in fuga e libero era anche il passaggio per la cittadella interna del Tempio Nero e le sale di Magtheridon.
«La vittoria è nostra!» esclamò Akama. «Il Tempio di Karabor apparterrà nuovamente al mio popolo.»
«Sì, il tempio verrà reso al tuo popolo» ribatté Illidan, riponendo nelle fodere le Lame da Guerra, «al momento giusto.» Era vero. Era fermamente intenzionato a restituire il Tempio Nero ai Corrotti. Ma dopo aver raggiunto i suoi obiettivi.
Akama lo guardò con occhi umidi. Intrecciò le dita tozze e fece un cenno con la testa; sul suo volto era impresso il bisogno di credere a quelle parole. Il Tempio di Karabor era stato un luogo sacro per il suo popolo prima che la profanazione di Magtheridon lo convertisse nel Tempio Nero.
Illidan capì che quel luogo doveva avere un significato particolare per il Corrotto. C’era un legame, un filo che avrebbe potuto tirare per far danzare Akama come una marionetta, se ce ne fosse stato bisogno. Lo scopo di Illidan era infinitamente più importante dei desideri di qualsiasi Corrotto. Aveva studiato i suoi piani troppo a lungo per farsi ostacolare dagli scrupoli.
«Quando sconfiggeremo il Signore delle Fosse, la maggior parte dei Vilorchi suoi luogotenenti passerà dalla nostra parte» disse. «Seguono il più forte, e noi dimostreremo che la loro fiducia in Magtheridon era malriposta. I demoni evocati che si troveranno ancora nel tempio dovranno diventare miei vassalli o moriranno della loro ultima morte.»
Vashj annuì. «Se si taglia la testa, il corpo crolla.»
«Ucciderai Magtheridon, signore?» chiese Akama.
Illidan si concesse un sorriso crudele. «Faremo di peggio.»
«E cioè?» domandò Akama lentamente.
Illidan avvertiva il dubbio nella sua voce. Evidentemente Akama aveva riserve su quello che stavano facendo. «Aspetta e vedrai» rispose Illidan.
«Come desideri» disse Akama. «Così sarà.»
«Allora diamoci da fare. Abbiamo da conquistare un mondo.»
La porta della sala del trono si aprì. Le narici di Illidan furono assalite dal fetore di demone. Fiamme danzavano attorno al trono di ossa su cui sedeva Magtheridon. Il Signore delle Fosse era alto oltre cinque volte un Elfo del Sangue; era un essere grande come un drago e simile a un centauro, con due braccia e, nella parte inferiore del corpo, quattro zampe. Le zampe di Magtheridon erano come le colonne di un tempio antico, il suo busto stava così in alto che un Elfo poteva camminarci sotto. In un’enorme mano teneva una lama lunga come l’albero maestro di una nave, pesante come un ariete da assedio. Ai suoi lati c’erano due giganteschi Demoni Guardiani con ali da pipistrello, alti quasi come il loro Mentore, e un gruppo di demoni minori. Illidan sentiva il loro potere e la loro ostilità.
Il Signore delle Fosse volse gli occhi ardenti su Illidan e poi parlò, con voce profonda e gutturale. «Non ti conosco, straniero, ma la tua potenza è grande. Sei un agente della Legione? Sei stato mandato per mettermi alla prova?»
Illidan rise. «Sono venuto a prendere il tuo posto. Sei una reliquia, Magtheridon, un fantasma del passato. Il futuro è mio. Da questo momento, le Terre Esterne e tutti i suoi abitanti si inchineranno a me.»
Il Signore delle Fosse avanzò pesantemente, alzando la gigantesca spada. Il pavimento tremava sotto i suoi passi. «Ti schiaccerò come un insetto, perché non sei altro che un insetto. Banchetterò con la tua carne ridotta in poltiglia e ...