Calendar Girl. Giugno
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Calendar Girl. Giugno

  1. 121 pagine
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Calendar Girl. Giugno

Informazioni su questo libro

Giugno, Washington, a fianco di un ricco filantropo. Trenta giorni nell'universo della politica. Un mondo di intrighi, potere, denaro e uomini senza scrupoli.

E poi c'è sempre Wes, l'uomo che forse potrebbe impegnarla per sempre. Quello che si è conquistato un pezzo del suo cuore. Anche se insieme hanno deciso di lasciare per quest'anno i sentimenti sullo sfondo mentre ciascuno vive la sua vita.

Avevo bisogno di soldi, tanti soldi. In ballo c'era la vita di mio padre. Io però non avevo un centesimo, per arrivare a fine mese facevo la cameriera. Non avevo un amore e, diciamolo, all'amore, quello con la a maiuscola, non ci credevo neanche più tanto. Le mie storie fino ad allora erano state solo fonti di guai e delusioni.
Mi hanno offerto un lavoro. Recitare il ruolo della fidanzata di uomini di successo. In pratica per un mese dovevo fingere di essere la loro compagna davanti agli occhi di tutti e in cambio ognuno di loro sarebbe stato disposto a pagarmi centomila dollari. 12 mesi, 12 città, 12 uomini ricchi, famosi, inarrivabili, 12 ambienti esclusivi, 12 guardaroba diversi. Più di un milione di dollari. Il sesso, chiariamoci, non faceva parte degli accordi. Quello dipendeva e dipende sempre solo da me.
L'amore neanche quello faceva parte del piano. Ma intanto quello non dipende da nessuno...
Sono tutti uomini da sogno. Che poi sono persone. Intriganti, fragili, che hanno paure, segreti e verità nascoste. Loro hanno scelto me. Per un mese sono entrati nella mia vita. Tutti mi hanno lasciato qualcosa. E uno mi sta chiedendo di cambiare le regole del gioco... ma l'amore, tutti lo sanno, di regole non ne ha.
Ho intrapreso questo viaggio perché era l'unico modo per salvare la vita di mio padre.
Mi sono fidata, ho buttato il cuore oltre l'ostacolo.
Ed è iniziata la favola.
Il viaggio ha salvato la mia, di vita.
Trust the journey,
Mia

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Informazioni

Editore
Mondadori
eBook ISBN
9788852074516
Anno
2016

GIUGNO

1

Il mese di giugno a Washington, DC, è veramente opprimente, l’aria umida ti fa appiccicare i vestiti addosso come una seconda pelle. Il clima è afoso e insopportabile. Mi domandavo se, levandomi la canotta, sarebbe rimasto attaccato anche uno strato di pelle.
Appena messo piede fuori dall’aeroporto, mi ritrovai sotto un cielo coperto, senza traccia di sole. Non ci ero più abituata, dopo l’ultimo mese trascorso alle Hawaii.
Esaminai le auto in attesa, disposte su varie file, e vidi un tizio alto davanti a una limousine nera con un cartello in mano: c’era scritto SAUNDERS, e capii che era lì per me.
«Sono Mia Saunders» dissi, porgendogli la mano.
«Io sono James, il suo autista. Durante il suo soggiorno presso gli Shipley sarò io ad accompagnarla dove vorrà.» Prese la mia valigia e la infilò nel baule, poi mi aprì la portiera. Salii cercando di non macchiare la morbida pelle dei sedili con le cosce umide di sudore. La gonna a pieghe che mi ero messa per il viaggio sul momento era sembrata una scelta perfetta, ma avrei dovuto optare per una tuta da yoga. Mi passai il palmo delle mani dietro le gambe: avrei tanto voluto un asciugamano.
«È sempre così umido qui?» gli chiesi, tirando fuori il telefono dalla borsa per accenderlo.
«A giugno? Eh, a volte fa un caldo pazzesco, a volte piove, a volte c’è un tempo splendido, in questo mese avrà modo di accorgersene. Devo ammettere però che quest’anno fa più caldo del solito.»
Sentii una raffica di notifiche provenire dal telefono, tutti i messaggi che mi erano arrivati mentre ero in volo.
A: Mia Saunders
Da: Samoano sexy
Mi devi delle spiegazioni, ragazza. Te la sei svignata, non va bene.
Continuai a scorrere per leggere gli altri messaggi: a quanto pareva Tai non si era calmato dopo aver scritto il primo.
A: Mia Saunders
Da: Samoano sexy
E il regalo… Sono senza parole.
A: Mia Saunders
Da: Samoano sexy
Sono furioso, mi hai rubato il bacio d’addio.
A questo punto cominciai a far correre le dita sulla tastiera.
A: Samoano sexy
Da: Mia Saunders
Bacia la donna della tua vita, guarirà tutte le tue ferite.
Feci un grugnito decisamente poco femminile e l’autista mi guardò stupito nello specchietto. Fece anche una smorfia, ma mi limitai a scuotere la testa e continuai a leggere i messaggi.
A: Mia Saunders
Da: Wes Channing
Non mi parli più? È più di un mese ormai, non costringermi a venirti a cercare.
Le dita ritornarono a volare sulla tastiera: non c’è altro modo per descrivere con quanta velocità scrissi la risposta più pungente che mi era venuta in mente.
A: Wes Channing
Da: Mia Saunders
Di certo sei stato molto occupato con Gina. Ho visto che le infilavi mezzo metro di lingua in bocca sulla copertina di “HotDirt”.
Dopo venti minuti trascorsi a macerare nella rabbia e a guardare il telefono ogni due secondi, si decise a rispondermi. Era Wes, non Tai, eppure lo ignorai cercando di fare la superiore e mi misi a ripensare al mio samoano sexy.
Tai in quel momento si stava preparando al primo appuntamento con Amy, o almeno me lo auguravo. Mi venne un palpito al cuore pensando a come il fato gliel’avesse fatta capitare tra le braccia, letteralmente: quella sera a cena lei gli era caduta praticamente in braccio. Io speravo davvero che fosse quella giusta, e mi segnai un appunto mentale di sentire Tai nel giro di una settimana per sapere come stavano andando le cose tra loro. Qualcosa mi diceva che era lei la donna della sua vita. Quanto a me, non sapevo quando mi sarebbe toccato: di certo non prima della fine di quell’anno. Pensare a Tai o al futuro, però, non mi aiutava affatto a dimenticare il bruciante desiderio di leggere il messaggio di Wes.
A: Mia Saunders
Da: Wes Channing
Sei gelosa?
Si può evirare un uomo che sta a quasi cinquemila chilometri di distanza?! Magari avrei potuto ingaggiare un sicario. Avevo da parte un po’ di soldi in banca, per le emergenze. Il pensiero mi fece sorridere: amputarglielo con i soldi extra che avevo guadagnato proprio scopando con lui.
A che gioco stava giocando? Dovevo rispondergli o era meglio lasciarlo cuocere nel suo brodo? Era chiaro che la nostra separazione forzata di oltre un mese non gli era piaciuta, ma se l’era meritata. Lui si rotolava nel letto con Gina DeLuca, quella specie di modella, mentre io mi facevo sbattere dal samoano sexy.
“Non. Mi. Importa.”
Avrei potuto continuare a ripetermelo un milione di volte, ma alla fine la verità era chiara come uno schiaffo in pieno viso: era impossibile smettere di pensare a Wes, mi sarebbe sempre importato di lui. Sempre. Non sapere con chi fosse e che cosa facesse mi dilaniava.
La storia con Tai era stata un piacevole diversivo: le giornate trascorse con lui erano una più divertente dell’altra, e le notti ogni volta più roventi, più di quanto avessi mai osato immaginare. Era facile mettere momentaneamente da parte la questione di Wes, poiché la mia testa era occupata a pensare a tutto quello che una ragazza sulla soglia dei venticinque anni potesse mai desiderare. Ora, però, non funzionava più.
«Ci vorrà ancora molto?» chiesi a James.
Lui si toccò il cappello. «Mi spiace, Miss, a quest’ora il traffico è tremendo.»
Ci volevano ancora quarantacinque minuti, una vita. Se Wes avesse avuto voglia di chiacchierare un po’, ci sarebbe stato tutto il tempo. In fondo, tecnicamente eravamo ancora amici.
Lo chiamai, costringendomi a ostentare una calma che non sentivo affatto.
«Ma allora sei viva!» La voce roca con l’accento californiano di Wes risuonò dall’altro capo della linea e subito mi fece venire qualche brivido.
«Ah, ah, che ridere… Cos’è questa stronzata che sarei gelosa? Lo sai che non lo sono.» “Bugia.”
Sentii Wes inspirare forte, forse era un sospiro, sullo sfondo il rumore dell’oceano. Magari era in spiaggia, aveva appena finito di fare surf e quei suoni così familiari, anche se filtrati dal telefono, mi riempivano di nostalgia. «Ho pensato che se ti avessi provocato mi avresti chiamato.»
«Wes, qual è il problema?» La domanda suonò anche a me un po’ cattiva, sicuramente non era quello che intendevo comunicare.
«Dimmelo tu. Ti sei divertita alle Hawaii?» Il tono della sua voce sembrava perfettamente calcato sul mio.
Pensai a Tai, a quando gli leccavo i tatuaggi tribali partendo dalla spalla per scendere lungo il petto fino ai fianchi e poi alle cosce. Era stato il mio passatempo preferito, quel mese. Gnam! Prima che riuscissi a controllare il tono della voce, mi sfuggì un «Sì» un po’ troppo lascivo.
Wes sogghignò. «Così tanto? Con un cliente o uno del posto?» La tensione si allentò leggermente.
Chiusi gli occhi. «Che importanza ha?»
«Tutto quello che ti riguarda è importante per me, non l’hai ancora capito?» Sembrava sincero, ma la sua voce era velata di rammarico. Il suo tentativo di darsi un tono stava fallendo miseramente, e lo sapevamo entrambi.
«Wes…»
Il suo respiro diventò un sibilo. «Guarda, non ho intenzione di fare finta di non essere arrabbiato: tu eri alle Hawaii a scopare con chi ti pareva, eppure sei incazzata con me per aver fatto lo stesso con Gina.»
Un punto per lui, da campione. Ma il problema con la testa e il cuore è che di rado sono in equilibrio, ed è difficile usare il buonsenso: contro ogni logica, il fatto che stesse con Gina mi faceva soffrire tantissimo. Ci stavamo facendo male a vicenda, e a quanto pareva nessuno dei due sapeva bene come uscirne.
Mentre gli rispondevo, avevo un groppo in gola. «Senti Wes, mi spiace. Capisco cosa intendi, davvero, e hai ragione.»
«Questo significa che te ne torni a casa?» Nella sua domanda si sentiva un pizzico di speranza.
A casa… ma dov’era casa mia? In California, in quel minuscolo appartamento dove non mettevo piede da almeno cinque mesi, o la casa della mia infanzia a Las Vegas? Oppure sulla costa di Malibu, tra le braccia di quell’uomo così attraente che forse si era impossessato del mio cuore più di quanto volessi ammettere?
Mi leccai le labbra e poi gli sussurrai: «Wes, lo sai che non posso farlo».
Mi rispose con tono lamentoso, ogni frase una stilettata al cuore. «Non è vero, puoi eccome: solo che non vuoi» disse, scandendo ogni singola parola.
Cercai di venire a capo del groviglio di emozioni che stava per sopraffarmi. «Non posso far ripagare a te i debiti di mio padre.»
«Anche qui, puoi farlo benissimo, solo che non vuoi» ripeté con un sospiro. Aveva la voce stanca, come se ogni parola gli togliesse un po’ di energia. Era tutta colpa mia, per quello che stavo facendo a lui, a noi due. Queste telefonate erano sempre più faticose, e avevo davanti ancora sei mesi. Era impossibile prevedere cosa ne sarebbe stato di noi alla fine dell’anno, e fino a quel momento come semplici amici non ce la stavamo cavando benissimo. Continuavamo a ferirci, anche senza volerlo.
Ci fu una pausa interminabile: cercai di farmi venire in mente qualcosa da dire ma non ci riuscii.
«Quand’è che ci vediamo?» disse infine lui, rompendo il silenzio.
Voleva ancora vedermi? Non riuscivo proprio a capirlo. Be’, a dire il vero non riuscivo mai a capire gli uomini, ma questo era un caso particolare.
«Mmh, non saprei. Sono appena atterrata a Washington, devo fare da trofeo per un vecchio signore.»
Sentii la risata di Wes. «Un nonnetto, eh? Almeno so che non la darai a un vecchietto con la ricetta per il Viagra.»
«Non è carino da parte tua!» gli risposi giocando a fare l’offesa. «E poi ha un figlio niente male che è senatore, e lo sai che ho un debole per gli uomini potenti…»
La risata gli si spense in bocca e quella breve tregua si ruppe all’istante, lasciando di nuovo il posto alla tensione. «Stai scherzando, vero?»
“C’è cascato.”
«Per niente.»
«’fanculo, allora» disse, con un gemito.
«Volentieri, ci pensi tu?» gli risposi, d’istinto.
«Quando?» Non perdeva un colpo.
«Appena ci vediamo, stupido.»
«E quando sarebbe?» Continuava a insistere, ma non ero più sicura che stesse ancora scherzando sull’argomento: questa cosa fra di noi era molto complicata, per nulla facile da gestire.
«Non so, mi sa che ci vediamo quando ci vediamo.»
«Perché proprio a me?» Parlava forte, la sua voce era carica di frustrazione, sembrava un disperato che implorava il Creatore. «Perché diavolo mi sono preso una cotta per una così fuori di testa, perché?» Poi scoppiò a ridere, con quella risata rauca che apparteneva a lui e a lui soltanto. Mi fece battere il cuore a mille, e istintivamente mi misi una mano sul petto come per tentare di placarlo.
Alzai le spalle, ma lui non poteva vedermi.
«Bisogna fare buon viso a cattiva sorte. Ciao, Wes.»
Gli chiusi il telefono in faccia e feci una serie di respiri profondi per tentare di calmarmi. È il momento di pensare di nuovo al lavoro, Mia: a Warren Shipley, il tuo prossimo cliente.
All’ingresso della villa degli Shipley non c’era Warren ad accogliermi: l’uomo in cima alla scalinata di pietra quando scesi dall’auto sembrava appena uscito dalla copertina di “GQ”. Era Aaron Shipley, senatore democratico della California, appoggiato a una colonna bianca. Ora, io di uomini meravigliosi ne avevo visti: avevo conosciuto maschi alfa capaci di spaccare la legna a mani nude ma non avevo mai incontrato un uomo in grado di indossare un completo con così tanta eleganza.
Il tessuto grigio scuro si adattava con precisione assoluta alle spalle larghe, alla vita sottile e alle lunghe gambe, come se fosse stato fatto su misura, e probabilmente era così. Gli occhi erano nascosti da un paio di Ray-Ban neri, e i folti capelli color biondo scuro erano arruffati ma con un certo stile. A lui stavano davvero bene, gli davano un certo fascino trasandato con una nota un po’ stravagante: un’arma letale per affascinare ragazze come me. Be’, per affascinare qualunque ragazza, a dire il vero.
Elegante come una pantera nera, scese con studiata lentezza fino al vialetto sottostante. Una donna normale avrebbe fatto la mossa di andargli incontro a metà della scalinata, ma io non ero una donna normale, e...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Calendar Girl. Giugno
  4. GIUGNO
  5. Ringraziamenti
  6. Copyright