La città dei ragazzi
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La città dei ragazzi

  1. 210 pagine
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La città dei ragazzi

Informazioni su questo libro

Si chiamano Alì, Mohammed, Francisco, Ivan. Hanno quindici, sedici anni. Vengono dal Maghreb, dal Bangladesh, da Capo Verde, dalla Nigeria, dalla Romania, dall'Afghanistan. È un fiume tumultuoso d'umanità lancinante di cui vediamo soltanto la foce, sui banchi di scuola, per strada. Eraldo Affinati ha deciso di scoprire la sorgente: i luoghi e le ragioni profonde che spingono questi adolescenti a lasciare casa, lingua, madre e padre per sfuggire a guerra, povertà, miseria. Così, dopo aver conosciuto Omar e Faris nella Città dei Ragazzi, la storica comunità alle porte di Roma, li ha riaccompagnati in Marocco, da dove i due erano partiti ancora bambini.
Questo viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca delle radici strappate si trasforma in una drammatica riflessione sulla paternità e sull'educazione. Per scoprire che spesso i gesti, i fatti e i silenzi contano più di molte parole, e che sono gli ultimi della Terra a insegnare le vie della giustizia e della pace.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852074929
Print ISBN
9788804585824

TERZA PARTE

La paurosa libertà degli orfani

Questa è la storia di un viaggio all’indietro: sono partito dallo spazio magnetico in cui vivo, fra i banchi e i gessi, ho risalito i campi delle fughe solitarie, ancora cosparsi dalla putredine dei sogni che i miei scolari hanno lasciato lungo il percorso, e ora eccomi qui a dettare il saldo conclusivo. Abbiamo radici in comune: quello che succede a te, riguarda anche me. Perfino quando pensiamo di averla fatta franca, presto dobbiamo ricrederci: si prospera, e ci si decompone, insieme. Non godere della vicinanza dei propri genitori, per un motivo o per l’altro, apre un grande spazio d’azione dove, prima o poi, nel fiorire malato delle innumerevoli scelte da compiere, potremmo smarrirci.
E se la paurosa libertà degli orfani fosse uguale a quella di tutti gli esseri umani di fronte a Dio? A cinquant’anni un uomo senza figli può desiderarne uno; io invece, spinto da una potenza oscura che brucia come un fuoco segreto dentro il mio stesso nome, cercavo i padri: quelli mancati, soprattutto. Pensai di scrutarne le fisionomie nei volti dei giovani ai quali insegno ogni giorno. Arrivano sulle sponde del Bel Paese da ogni parte del mondo lasciandosi dietro, come rottami, la povertà e l’indifferenza. Ho voluto risalire il fiume che li ha portati fino a me. Controcorrente, attraverso di loro, mi sono riconosciuto.

Dialogo impossibile

«Nacqui il 24 luglio 1915 all’ospedale San Giovanni di Roma, dove sono morto a ottantotto anni per ictus cerebrale. Lo sai, no? Ero il secondogenito di Elisa Affinati, una ragazza venuta nella capitale dalle campagne pontine a cercar fortuna. Vecchia Italia. Oggi diresti che gli extracomunitari eravamo noi, giusto?»
«Giusto, papà. Ma dimmi di più.»
«Cosa vuoi che ti dica? La signorina resta incinta due volte. Mica una! L’uomo è sposato, ha moglie e figli. Conosco anche il nome di tuo nonno naturale, ma è meglio che non lo scrivi sul libro: dai retta a me. Ci sarebbero troppe complicazioni.»
«Insomma, mentre i soldati del Re vanno all’attacco in montagna, il nonno si diverte!»
«Proprio così. Questa è la vita. L’ha detto anche il tuo Said.»
«E dopo cosa accadde?»
«Tutto continua come se niente fosse.»
«Non ti ricordi di lui?»
«Io vivevo con mia madre. Quello non lo vedevo proprio.»
«Quanto andò avanti questa storia?»
«Appena Elisa cominciò a non star bene…»
«Era malata?»
«Ai reni…»
«Nefrite?»
«Una cosa del genere. Morì in pochi mesi lasciando i due bambini.»
«Tu e tua sorella.»
«Sì.»
«Quanti anni avevate?»
«Io dieci, lei un paio di più.»
«Il resto me l’hai detto: lei venne iscritta in collegio, tu andasti allo sbando, prima da alcuni parenti, poi da una signora in una pensione. A tredici anni! Sembra un romanzo ottocentesco.»
«Lo sai che non leggo.»
«Lo so, lo so: ti fermasti alla quinta elementare, me l’hai ripetuto cento volte!»
«E cosa vuoi sapere ancora?»
«Cosa voglio sapere? Chi era mio nonno?»
«Non l’ho mai visto. Dicono fosse la pecora nera di una famiglia ricca. Avevano un’azienda di piccoli trasporti, coi calessi.»
«Hai tagliato tu la foto che lo ritrae insieme alla nonna?»
«Ma no. Che dici!»
«E tua sorella?»
«Anche quest’altra storia ti devo raccontare?»
«I fatti li conosco, papà. Ti ammalasti di tubercolosi perché mangiavi poco e affidasti tutti i tuoi risparmi proprio a lei. Quando ti dimisero dall’ospedale non li trovasti più. Da allora non volesti più vederla. Io non l’ho mai conosciuta.»
«E allora, se li sai, perché vorresti sentirli ancora?»
«Come faccio a spiegarti i buchi neri, le zone d’ombra che restano nei tuoi ricordi? I dettagli sarebbero la cosa più importante. E tu li salti tutti. Ad esempio, perché non sai nemmeno dove fu sepolta tua madre?»
«Ero troppo piccolo.»
«Non sei mai andato al cimitero a trovarla?»
«Dovevo sopravvivere. E tu non giudicarmi. Se ti dicessi che ogni giorno ti osservo con attenzione spasmodica? Se ti confidassi le sensazioni che provo vedendoti scrivere alla lavagna gli esercizi per gli afghani, oppure ascoltando le risposte che dai a Sharif, i consigli dispensati a Peppino?
Mi credi? Quando hai diviso Omar e Hafiz, pronti ad ammazzarsi per un disguido, io ero vicino a te e, anche se non potevo intervenire, in cuor mio speravo che tu ci riuscissi. Penso di capire perché il tuo lavoro ti sta piacendo tanto. Aiutando Nabi e Kabil, parli con me. Continui a rivolgermi le domande attraverso di loro. Ma non ti accontenti di questo. Pretendi di più. Da figlio, quale sei stato, vorresti diventare mio padre. Restituirmi così quello che io non ho avuto.»

Il sentiero diritto

Quattro agosto, venerdì. Mattina fresca sul balconcino dell’albergo in partenza dalla città che entusiasmò Churchill e deluse noialtri. Le rose sulla carreggiata sottostante, la bandiera rossa del Marocco, le antenne paraboliche sui palazzi grigi, bassi, squadrati, una donna coperta dal velo col cellulare attaccato all’orecchio, un’altra sbracciata che esce di casa diretta al lavoro. I miei scolari nella stanza accanto stanno vedendo i cartoni animati alla televisione: l’immagine è tutta sfocata, ma a loro va bene lo stesso.
Combattono, attraverso le vicende interstellari di Kakaroth, proveniente dal pianeta Vegeta, la guerra della gioventù: lottano a mani nude contro il desiderio di essere felici, a qualsiasi costo, perché, seppure confusamente, intuiscono che questa pretesa è un trucco meschino ordito dalla natura ai nostri danni, cui soltanto in pochi riescono a sottrarsi. Come ci si potrebbe salvare? Faris me lo chiede con gli occhi ogni giorno, quasi cercando consolazione. Sarebbe inutile, e troppo lungo, spiegargli che suo padre, Absalam, ce l’ha fatta. Dovrei raccontare la solita vecchia storia delle colpe e delle innocenze, delle scelte sbagliate e di quelle corrette, degli azzardi e dei ripieghi, delle selezioni e dei miscugli, delle accettazioni e dei rifiuti, delle infamie e delle probità.
Ieri, mentre Omar in pizzeria per corteggiare la cameriera sfoderava tutto ciò che aveva, smorfie, smancerie, sorrisetti, io rivedevo la sua espressione concentrata quando, la sera precedente, recitava il Corano nella stanza dei tappeti, vicino all’iman cieco. Spalle alla parete, gli occhi chiusi, il cranio tondo e scuro come una boccia, assomigliava a un centometrista nero impegnato nello stretching prima della gara.
E tu guiderai gli uomini certo a Sentiero diritto, il Sentiero di Dio, al quale appartiene quel che è nei cieli e quel che è sulla terra. Non è a Dio che tutte ritornan le cose?
È straordinario in lui l’alternarsi rapidissimo di umori che, se non lo conoscessi, potrei giudicare contrastanti. Mettendo alla prova se stesso, mi trascina con sé: verifica se anch’io scantono dal sentiero, ma è pronto a correre in mio aiuto, nel caso in cui mi scopra in difficoltà. Come quando convinse Kabil a eseguire sul quaderno un esercizio che gli avevo assegnato. Io continuavo a spronare lo scolaro, finché Kabil mi disse: «Ce l’hai con me, oggi?».
Omar, venuto a sedermi vicino, notò che ci ero rimasto male. Guardandomi con espressione indicibile, sinceramente addolorato, mi volle consolare:
«È stupido, professò, nun ce fà caso!»
Mi sentii scoperto, come se Omar avesse avuto il potere di stanarmi.

Pepite d’oro

Studio, in questi ragazzi, i miei stessi limiti. Sono partito dal basso, dal niente, perché quel basso, quel niente, me li avevano trasmessi mio padre, mia madre. Sono stato solo forse più ancora di Hafiz, Fazil e Said: non ho avuto la possibilità di vivere in una comunità, non ho incontrato nessun adulto credibile. I valori ai quali oggi m’aggrappo li ho conquistati a pezzi e bocconi, nell’avvilimento, nella vergogna, nell’arroganza, nell’egoismo.
Scruto nei miei allievi le radici spezzate perché anch’io sono vissuto così: con l’amarezza e lo sconforto di non saper dove sbattere la testa, col senso di vertigine che nasce quando non sai a chi appoggiarti, nel momento in cui non hai più l’incoscienza del bambino e non possiedi ancora il disincanto della maggiore età. Soprattutto la solitudine posso dire di aver sperimentato, fino al punto di esserne diventato un atleta: culturista del vuoto interiore. Nessun paesaggio, nessuna vegetazione, solo il pensiero mentre frulla in un battito d’ali incapaci di prendere il volo. Stelle che si frantumano sulla vernice scorticata nel serbatoio del motorino.
La differenza fra me e loro è un’altra: mentre Costantin e Kabil, Petrit e Francisco, Abdul e Assad, sono orfani in prima persona; mentre Stefan e Shafa, Karim e Nabi, Mihai e Zoltan, non hanno avuto conforti affettivi, io sono stato il figlio di genitori cresciuti senza guide, ho quindi ricevuto povertà spirituale e fragilità emotiva in seconda battuta, come un lascito da elaborare, una carta muta da riempire, un enigma da risolvere. Se, da una parte, sono stato salvato dal colpo diretto in pieno viso, preservato dalla malattia in fase acuta, dall’altra ho impiegato molto più tempo per individuare la lacerazione.
Ciò che i miei genitori occultarono per difendersi, in me si è cronicizzato. In mio fratello è diventata una piaga purulenta, benché invisibile a occhio nudo. Devo scrivere per noi. Per affermare la giustizia che nasce dal superamento della colpa (mai di una persona sola) assunta da chi vuol procedere oltre pensando solo a se stesso. È una pura illusione: qualsiasi gesto compiuto da un essere umano assume, prima o poi, rilievo collettivo. Insegnare agli orfani per me significa eseguire il compito che mio padre e mia madre omisero di svolgere. Dev’essere questa la ragione per cui non ho figli. Se ne avessi generato anche soltanto uno, non avrei avuto le mani libere per riparare il danno che ho scoperto.
E se invece tutto fosse casuale? La perdita delle nostre origini, lo smarrimento dell’identità, la rottura della catena? Se ogni azione si verificasse semplicemente per energia cinetica, come se gli uomini fossero palle da biliardo che sbattono l’una contro l’altra spinti solo dall’istinto e dalla passione: mio nonno contro mio padre e lui contro di me e io contro di loro, nel bene e nel male, non sarebbe forse lo stesso sul piano pratico? Lo sguardo che mi regalò quel giorno Omar, vedendomi mortificato dopo la reazione di Kabil, resterebbe comunque, anche così, una pepita d’oro zecchino in fondo al pozzo, riemersa come per incantesimo davanti a entrambi alla stessa maniera di un sortilegio miracoloso.

Mazagao

Abbiamo percorso la lunga strada polverosa che da Marrakech ci ha riportato su verso l’oceano. Tleta-des-Oulad Dlim. Frenndat. Sidi-Smail. È stato come uscire da un magma. Ghiaia, asini, acquedotti a cielo aperto nei cui rigagnoli i bambini giocano e gli adulti si lavano i piedi. Deserti, colline, terra rossa, poi mandrie di cavalli, officine meccaniche, bar abbandonati nelle pianure dove nugoli di ragazzi si accampano ciondolanti sotto la direzione di un capo. Faris ha formulato la sua accusa ufficiale contro il Marocco povero e corrotto, individuando con lucidità il responsabile: la monarchia. Io, seduto come sempre nel sedile anteriore, mi giravo indietro a spiegare.
È stata una lezione di storia e geografia, filosofia e religione. Sono emersi i concetti chiave: democrazia, popolo, diritti e doveri, giustizia sociale. Al colmo della sfiducia, Omar è arrivato a dire che sarebbe stato meglio se i francesi non se ne fossero andati: lui, il più marocchino di tutti! Nordin ci guardava senza commentare. Ho provato a chiedere al fratello la ragione del suo silenzio. Mi ha risposto: «È fatto così».
Ahmad, sornione al volante, restava in ascolto, nascosto dietro le lenti degli occhiali da sole, forse sorpreso dall’intraprendenza mostrata dai miei scolari. Li ricordava bambini: se li è ritrovati uomini.
Ed ora eccoci a El Jadida, davanti all’Oceano Atlantico, all’hotel Bordeaux, vicino alla vecchia fortezza. Perché ho voluto trascinare tutti qui?
«Ragazzi, statemi a sentire. Questa città un tempo si chiamava Mazagao, era uno dei numerosi porti costruiti dai lusitani sulle coste africane per garantire alle navi della corona portoghese i necessari rifornimenti durante i loro lunghi viaggi. A quel tempo, sapete, Lisbona comandava gran parte del mondo allora conosciuto.»
«E perché staveno chiusi dentro i muri?»
«Venivano attaccati dagli arabi.»
«Loro occupano Marocco.»
«Ed erano anche cristiani!»
«Quanto tempo ha durato?»
«Dal millecinquecento al millesettecento.»
«Che successo doppo?»
«Mazagao venne ricostruita, così com’era, dall’altra parte dell’Oceano.»
«Dovve?»
«In Brasile.»
«Dovve preciso?»
«Alla foce del Rio delle Amazzoni, uno dei fiumi più grandi del mondo.»
«El Jadida era Mazagao!»
«Esatto.»
«Dici sicuro?»
«Ci potete giurare.»
«Annamo vedere?»

Il ritrovamento

Più li guardo, più riconosco mio padre dentro di me. Non il suo volto, né le sue azioni o il mio rapporto con lui, tutte cose su cui ci sarebbe comunque da dire: un naso imponente su una faccia piccola da pappagallino; una vita d’ozio, soprattutto dai quarant’anni in su, fatta di televisione, pasti e sonno; un colloquio tanto affettuoso quanto sterile, salvo gli ultimi anni quando cominciò a tirare veramente i remi in barca. No; mi vengono in mente altre particolarità: in certe grinze del mio dito indice, ad esempio mentre si piega sulle pagine di un libro, riconosco la magrezza allampanata che da giovane gli regalava un portamento quasi aristocratico e da vecchio lo costrinse a trascinare i passi incespicando; in alcuni miei gesti abitudinari, come quello di mettermi le mani dietro la nuca coi gomiti sporgenti a triangolo, sia seduto sia sdraiato, riemerge un’altra sua tipica positura; perfino se mi viene il raschietto in gola, quando devo schiarirmi la voce, faccio il verso che faceva lui.
Poi c’è mio fratello: un’altra strada, al fianco, corre parallela, si avvicina, si allontana. Veniamo dallo stesso posto, positura, sguardo, esperienze, ferite, lacerazioni. Procediamo rapidi verso l’ignoto, perdendo gocce di sangue lungo il cammino. La terra beve avida i nostri u...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prologo
  4. Prima parte
  5. Seconda parte
  6. Terza parte
  7. Epilogo
  8. Copyright