«Bienvenu à l’Hotel de Paris.» Dalla tarda mattinata di venerdì, Antoine, l’anziano portiere dell’albergo, lo aveva ripetuto molte volte agli ospiti in arrivo.
Taxi e limousine private con vetri oscurati scorrevano in continuazione come in una giostra davanti alla passatoia rossa dell’ingresso, delimitata da vasi di ortensie, in un’allegra successione di sfumature violacee.
Il portiere accennava a un inchino prima del suo bienvenu, sempre con lo stesso tono, gentile e misurato.
Alto, baffi e pizzetto ben curati: un viso da pittura fiamminga. In trent’anni di servizio, a causa della pancia cresciuta con il tempo, aveva cambiato la taglia della livrea rosso fuoco, con i bottoni dorati e il cilindro nero, dettagli che accentuavano la sua naturale eleganza. Il tono della voce era rimasto invece lo stesso, come se l’avesse provato e riprovato mille volte per trovare quello più adatto all’ambiente. Cordiale, mai servile, secondo la consegna del direttore, il quale ricordava allo staff che i clienti più viziati “spendono migliaia di euro a notte per essere coccolati e sentirsi come a casa loro”. Strategia di marketing, per distinguersi dal servizio anonimo delle grandi catene alberghiere.
I clienti abituali lo conoscevano e ricambiavano il saluto. «Buongiorno, Antoine, il tempo ci tradirà anche quest’anno?»
Ripetevano la domanda con lo sguardo ai nuvoloni spinti dal mistral sul golfo di Montecarlo.
Come ogni anno alla vigilia del Gran Premio, il bollettino meteo dava qualche preoccupazione al pubblico e agli organizzatori. In maggio i temporali sono una regola, però, essendo la tradizione più importante dei capricci di stagione, si corre sempre nei weekend di questo mese. Se la pista è bagnata, aumentano le probabilità di incidenti, ma anche la quantità di emozioni e di adrenalina e la possibilità che vinca un outsider.
Molti appassionati si preparavano allo spettacolo avvolti in impermeabili di cellophane gialli e rossi. E sembravano prodotti da supermercato.
L’invasione del Principato era cominciata da qualche giorno. Sulla corniche, le auto in coda sotto il sole mandavano riflessi accecanti di lamiere surriscaldate. I tifosi della Ferrari si facevano notare con cori e sventolio di bandiere. Per loro, la “rossa” è una specie di religione, un mito italiano, anche se il pilota è tedesco, le gomme cinesi e gli ingegneri inglesi.
La normale circolazione era sconvolta per far posto al tracciato della pista. Transenne, tribune, barriere di protezione nei punti più famosi, le curve della Rascasse, del Tabaccaio, del Casinò, la “esse” delle Piscine.
Gli spettatori privilegiati avevano conquistato come ogni anno una finestra di abitazioni private o un invito su uno degli yacht ormeggiati a centinaia, in doppia e tripla fila, sui pontili lungo il rettilineo della corsa. Si mescolavano a clienti di grandi alberghi, proprietari di barche e sudditi del Principato. Nobili, sceicchi, finanzieri, residenti fiscali si preparavano a un bagno di mondanità, tra feste private in barca ed eventi sponsorizzati da marchi famosi.
Il rito stava per ripetersi. Come i temporali di stagione.
Bernard Bastiani, commissario della sezione criminale, era arrivato in ufficio da pochi minuti, verso le nove, quando il suo cellulare squillò.
«Dottore, venga subito, una cosa… da non credere… orribile!» La voce del poliziotto che chiamava il suo capo era concitata. «Orribile» ripeté un paio di volte, prima di riuscire a indicare il luogo da raggiungere.
Finalmente gli uscì dalla gola: «Venga al porto».
«Al porto? Quale porto?»
«Fontevegia.»
Bastiani sbuffò. La chiamata di servizio gli avrebbe quasi sicuramente impedito di assistere alle prove del Gran Premio. Aveva in tasca due biglietti per la tribuna delle Piscine e aveva fatto a suo figlio una promessa: “Ti porto alla corsa, domani, io e te da soli”.
Spense la prima sigaretta della giornata, una sottile e insapore Philip Morris blu.
Stava tentando di dare l’addio alle Marlboro. Il cardiologo era stato categorico: “Fumo, pancia, vita sedentaria, alcol: a qualcosa dovresti rinunciare”.
Il medico, Mario Vardelli, di origine italiana, era diventato un amico e gli dava consigli preziosi, per quanto inascoltati e ripetuti dopo controlli rituali, elettrocardiogrammi e prove da sforzo.
Bastiani sistemò un paio di faldoni sulla scrivania, strinse il nodo della cravatta e uscì a passo svelto dalla Gendarmerie Nationale, il palazzo neoclassico affacciato su place du Casino.
Cominciava a vivere una giornata del tutto imprevista.
Dopo vent’anni di servizio nelle violente periferie di Parigi, Montpellier e Marsiglia, si era deciso – o per meglio dire rassegnato – a stare lontano dalla prima linea.
Aveva preso servizio a Montecarlo da un paio di mesi. Conosceva il Principato come un turista. Era andato una volta a visitare il Museo oceanografico e aveva spesso sentito dire: “Qui non succede mai niente”.
“Ne uccide più la pensione che la malavita” era stata la battuta nel discorsetto d’addio ai colleghi di Marsiglia.
Un po’ cominciava a crederci, scorrendo annoiato verbali di furti in appartamenti e denunce d’inquilini per schiamazzi notturni.
Le attività principali della polizia erano multe per sosta vietata e rimbrotti ai turisti che non gettavano i rifiuti nei cestini. In ogni angolo del Principato c’era una telecamera di sorveglianza. Davanti a gioiellerie e boutique si moltiplicavano agenti privati, in grigio scuro, che sembravano più discreti e raffinati dei clienti. La sicurezza, fra grattacieli aggrappati alla collina e pomposi palais del lungomare, era una sensazione fisica, avvolgente e rassicurante.
I borseggiatori prosperavano invece sulla riviera francese, da Cannes a Nizza. Bande di giovani, figli d’immigrati confinati nei casermoni delle periferie, calavano sulle promenades a caccia di ricchi pensionati e di turisti distratti. Depressione, violenza e infelicità nel Principato non avevano diritto di cittadinanza. Un delitto era evento rarissimo.
“Che diavolo è successo di così orribile?” si chiese mentre percorreva la Louis Auréglia al volante della Renault di servizio bianca e blu.
In pochi minuti raggiunse la zona del porto, sotto l’imponente edificio di marmo grigio che ospita il Museo Oceanografico. Non inserì la sirena. Non volle turbare l’atmosfera gioiosa del Gran Premio. E pensò che l’agente – un giovane mandato a sorvegliare la tranquillità dei grandi yacht ormeggiati al porto – aveva forse esagerato.
Fontvieille, o Fontevegia, come dicono ancora gli abitanti di origine italiana, era un lussuoso quartiere di nuovo sviluppo.
Per soddisfare domande di residenze e posti barca, il Principato aveva aumentato il territorio nell’unico modo possibile: spingere il mare un po’ più in là e ampliare la costa.
«Commissario, raggiunga il quai Rey, al ristorante Michelangelo.» L’agente si era ripreso e gli diede indicazioni via radio con tono professionale.
Davanti al ristorante, Bastiani abbandonò l’auto di traverso, fregandosene che qualche monegasco lo osservasse con aria di rimprovero. Percorse a piedi una ventina di metri, fino alla scaletta di accesso alla banchina. L’agente lo accompagnò alla zona delimitata dal nastro adesivo rosso.
Si era radunata una piccola folla. Allungava lo sguardo su quel perimetro che aveva il sentore di disgrazia o di incidente e che stimolava la voglia di commentare ad alta voce con estranei. I curiosi, in caso d’incidente, si assomigliano.
Bastiani si chinò per superare il nastro. Gli venne in mente che in altre occasioni l’avrebbe saltato a piè pari. Era un rimpianto di agilità perduta che si riprometteva di recuperare. Con un po’ di dieta e ginnastica.
Salutò i colleghi. Un agente sollevò un lenzuolo bianco e scoprì il cadavere di un uomo, tirato fuori da un cassonetto dell’immondizia e adagiato sull’asfalto.
La segnalazione era stata fatta dai netturbini del servizio notturno.
Per quanto avesse esperienza di orrendi omicidi, Bastiani capì lo stato d’animo dell’agente che lo aveva avvertito.
Era seminudo, le mani legate dietro la schiena da lembi azzurri di un lenzuolo strappato. Sul sangue raggrumato si erano incollati residui di rifiuti. L’assassino aveva reciso il collo e praticato un’incisione, a forma di croce, sulla fronte. La vittima aveva subito una mutilazione oscena e umiliante, il taglio dei testicoli.
Non si notavano ferite d’arma da fuoco. Avevano voluto che morisse lentamente, che soffrisse fino all’ultimo respiro, come in un rito sacrificale.
Bastiani ipotizzò che l’esecuzione non fosse avvenuta al porto. «Lo hanno ucciso da qualche altra parte e poi l’hanno buttato qui» disse agli agenti, che sembrarono annuire.
Non lo conoscevano ancora, ma avevano consultato il suo curriculum online, giusto per sapersi adeguare al nuovo dirigente. Si potevano fidare di un uomo di esperienza e buon senso, il quale, fin dai primi giorni di servizio, aveva lasciato intendere che non li avrebbe stressati.
L’ipotesi avanzata dal commissario era molto probabile, considerando il sistema di sorveglianza rafforzato per la gara e l’affluenza di turisti. Fino a tarda sera c’erano bar e ristoranti aperti, coppiette di giovani a passeggio, marinai sui ponti intenti a lustrare bitte e maniglie.
Il commissario ordinò di cercare testimoni. Gli agenti interrogarono camerieri e gestori dei bar sul lungomare. Nessuno aveva visto nulla. Il delitto era probabilmente avvenuto dopo la chiusura dei locali.
L’esperienza gli suggeriva anche altre ipotesi.
Con gli anni, aveva imparato che il lavoro del bravo investigatore è fatto di sistematicità, controlli, dettagli apparentemente insignificanti che alla fine danno un quadro complessivo dell’inchiesta e conducono all’assassino. Sapeva di non dovere scartare nessuna pista. Provava un certo compiacimento quando investigatori e magistrati più noti di lui, fra quelli che apparivano sui giornali o in televisione, prendevano clamorosi abbagli, affidandosi alla fama raggiunta più che all’esperienza e al metodo.
I funzionari della scientifica perlustrarono la banchina centimetro dopo centimetro. Raccolsero cicche di sigarette, un guanto perduto, due lattine di Coca-Cola, una bottiglia con il collo martoriato, come quello della vittima. Uno scattò decine di fotografie con una macchina in grado di fissare la scena del crimine a trecentosessanta gradi, per poi analizzarla in ogni dettaglio. Un altro tirò fuori da una valigetta l’apparecchiatura per il rilievo di tracce di dna.
Bastiani era turbato dalla ritualità del delitto e finì per ammetterlo con gli uomini della squadra: «Dare la caccia ai maniaci è complicato perché spesso sembrano persone normali».
Passò circa una mezz’ora. Il portatile squillò di nuovo.
«Buongiorno, dottor Bastiani. Mi perdoni la battuta: è arrivato lei e a Montecarlo cominciano i guai. Proprio alla vigilia del Gran Premio! Sono stato informato. È orribile. C’è qualche indizio? Si è già fatto un’idea?»
«Stiamo facendo rilievi e ricerca di testimoni. Per ora, nulla di interessante. Non abbiamo segnalazioni di persone scomparse. Questo morto non ha l’aspetto di un clochard… Le mani, i piedi… pelle liscia, unghie curate. Sui cinquanta… Sembra la messinscena di un maniaco.»
«Commissario, non la prenda per un’interferenza, faccia il suo lavoro, ci mancherebbe. Tuttavia mi permetta di raccomandarle discrezione. Almeno per un paio di giorni, teniamo fuori i giornalisti. Tanto hanno altro da fare nel weekend. Arrivano George Clooney e Madonna. La prego, niente conferenza stampa fino a lunedì.»
Bastiani stava per replicare, ma si trattenne. In altri tempi e occasioni l’avrebbe fatto, anche in modo spiccio e volgare, nonostante si trattasse di un superiore. Non tollerava l’arroganza dei capi e soprattutto di venire meno alle regole per far piacere a qualcuno. Ma aveva appena preso servizio, era nuovo dell’ambiente e soprattutto non aveva nessuna voglia di guastare subito i rapporti. Con Vallaud si giocava gli ultimi anni di carriera. “In fondo sei venuto qui per startene tranquillo, no?” pensò.
«Fanculo, che nulla turbi il paradiso dei ricchi!» disse. Ma sottovoce.
Il sarcasmo era ovvio. Cominciava un’indagine su un...