La camera di Jacob
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La camera di Jacob

  1. 288 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La camera di Jacob

Informazioni su questo libro

Un modesto ragazzo di provincia riesce a completare gli studi a Cambridge, tra gli inviti dei docenti, la vacanza in battello, la sua camera. La storia di un'educazione culturale e sentimentale narrata con la sensibilità acuta e attentissima di una grande autrice.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804480358
eBook ISBN
9788852074387

XII

L’acqua cadeva dal crinale come piombo, quasi una catena dagli spessi anelli bianchi. Il treno correva in una prateria scoscesa e verde, e Jacob vide tulipani screziati e udì cantare un uccello, in Italia.
Un’automobile zeppa di ufficiali italiani fuggiva sulla strada di pianura, mantenendosi al livello del treno e lasciandosi dietro una nuvola di polvere. C’erano alberi allacciati l’uno all’altro da viti, come diceva Virgilio. Qui una stazione dove aveva luogo uno straziante commiato, con donne in alti stivali gialli e strani bambini pallidi con calze a righe. Le api di Virgilio sciamavano per le piane di Lombardia. Era il costume degli antichi di intrecciare le viti agli olmi. E a Milano c’erano falchi dalle ali affilate che si stagliavano sui tetti in lucente marrone.
Queste vetture italiane divengono tremendamente calde quando il sole del pomeriggio ci batte sopra, e si dà il caso che, prima che il treno si sia spinto sino in cima al passo, la catena cigolante si spezzi. Su, su, su, s’arrampica il treno, come in una ferrovia di teatro. Ogni vetta è coperta di aspri alberi e miracolosi villaggi bianchi si ammassano sull’orlo dei precipizi. Proprio sulla cima c’è sempre una torre bianca, piatti, centinati tetti rossi, e sotto uno strapiombo. Non è un paese da poterci passeggiare, dopo il tè: per esempio, non c’è erba. Un intero fianco di collina è tutto messo a olivi e già in aprile la terra fra l’uno e l’altro si aggruma in arida polvere. Non esistono barriere né sentieri, non viali variegati dall’ombra delle foglie, non osterie settecentesche con finestre sporgenti, dove si possa mangiare uova e prosciutto. Oh no, l’Italia è tutta fuoco, nudità, apertura, e neri preti che vanno e vengono per le strade. È anche strano come non ci si possa liberare dalle ville.
Ma viaggiare da solo, con cento sterline da spendere, è una bellezza. E se il denaro finisce, come probabilmente finirà, Jacob andrà a piedi. Vivrà di pane e vino – il vino dei fiaschi – giacché dopo essersi fatta la Grecia si butterà su Roma. La civiltà romana era senza dubbio di molto inferiore, ma Bonamy diceva un sacco di sciocchezze, a dire il vero. «Dovresti essere stato ad Atene» gli avrebbe detto al ritorno. «Dall’alto del Partenone» avrebbe soggiunto; o «Le rovine del Colosseo suggeriscono riflessioni veramente sublimi»; e l’avrebbe anche scritto; alla fine, la cosa poteva condurlo a un saggio sulla civiltà. Un paragone fra gli antichi e i moderni, con qualche bottarella bene assestata a Mr. Asquith…1 qualcosa sullo stile di Gibbon.
Un robusto signore si issò laboriosamente sulla vettura, impolverato, trasandato, parato di catene d’oro e Jacob, rimpiangendo di non essere di razza latina, guardò fuori dal finestrino.
È strano riflettere che con un viaggio di due giorni e due notti si è nel cuore dell’Italia. Qua e là compaiono ville fra gli olivi e servitori annaffiano i cactus mentre carrozze nere scorrono fra pomposi pilastri decorati di uno scudo di gesso: spettacolo istantaneo e meravigliosamente intimo per l’occhio di un forestiero. Ed ecco una solitaria cima dove nessuno arriva, ed è veduta da me che poco fa correvo in omnibus per Piccadilly. Quello che vorrei, sarebbe scendere fra i campi, sedermi e ascoltare i grilli e raccogliere un pugno di terra: di terra italiana, come è italiana la polvere delle mie scarpe.
Jacob sentiva nella notte urlare strani nomi alle stazioni. Il treno si fermava, egli udiva gracidar le rane vicinissime e, sollevata pian piano la tendina, vedeva una strana palude, tutta bianca sotto la luna. Lo scompartimento era denso di fumo di sigaro che fluttuava intorno al globo luminoso dalla ventola verde. Il signore italiano russava dopo essersi tolto le scarpe e sbottonato il panciotto… Tutta questa faccenda di andare in Grecia sembrava a Jacob una insopportabile fatica: alloggiare da solo negli alberghi, visitare i monumenti… Sarebbe stato meglio andarsene in Cornovaglia, con Timmy Durrant…
«Oohh» protestò Jacob, quando il buio principiò a diradarsi di fronte a lui e la luce a penetrare: ma qualcuno lo scavalcava in cerca di qualche cosa; era il grasso italiano in maniche di camicia, con la barba lunga, sgualcito, corpulento, che apriva la porta per andare a darsi una lavatina.
E allora Jacob si rizzò e vide un magro cacciatore italiano col fucile andarsene lungo la strada, nella luce dell’alba; e, in un lampo, l’idea del Partenone gli fu presente.
“Per Giove” pensò “dobbiamo esserci vicini”; e, sporto il capo dal vetro, ricevette l’aria in pieno viso.
È esasperante all’estremo che venticinque persone di vostra conoscenza siano capaci di dire all’improvviso qualcosa di perfettamente a proposito sul trovarsi in Grecia, mentre in voi esiste un impedimento che vi tarpa qualunque emozione. Dopo essersi, infatti, lavato nell’albergo di Patrasso, Jacob aveva seguito per un miglio o due la linea del tram, e per un miglio o due era ritornato indietro; aveva incontrato svariati branchi di tacchini, diverse file di asinelli; s’era perduto nelle stradette; aveva letto pubblicità di busti e del brodo Maggi; alcuni bambini gli avevano pestato i piedi; aveva odorato sentor di cacio andato a male e si era sentito tutto contento di ritrovarsi a un tratto in faccia al proprio albergo. C’era una vecchia copia del «Daily Mail», fra le tazzine da caffè, egli la lesse. Ma che cosa mai avrebbe fatto dopo il pranzo?
Non c’è dubbio che noi saremmo molto peggiori di quel che siamo senza le nostre sorprendenti attitudini per l’illusione. A dodici anni, abbandonate le bambole e fracassati i trenini, la Francia, ma molto più probabilmente l’Italia e quasi certamente l’India, attraggono l’esuberante facoltà d’immaginazione. Qualcuno ha zie che sono state a Roma, ma tutti hanno uno zio di cui si è saputo, per ultimo – poveraccio – che si trovava a Rangoon. Egli non ritornerà più. Ma son le istitutrici che mettono in movimento il mito greco. Guarda come dev’essere una testa, dicono, e il naso, vedi, è dritto come una freccia; e i riccioli e le sopracciglia, tutto si addice a una virile bellezza, mentre le gambe e le braccia hanno linee che indicano un grado perfetto di sviluppo giacché ai greci il corpo importava quanto il viso. I greci dipingevano frutti con tal perfezione che gli uccelli venivano a beccarli. Prima si legge Senofonte, poi Euripide. E un giorno – per Dio, che data fu quella – ciò che gli altri hanno detto acquista un senso. “Lo spirito greco”; e questo greco e quell’altro greco, e quell’altro ancora; sebbene sia assurdo, sia detto per inciso, affermare che qualsiasi greco possa paragonarsi a Shakespeare. Il fatto è che, in ogni caso, siamo stati allevati in una illusione.
Jacob, senza dubbio, pensava cose di questo genere mentre, col «Daily Mail» spiegazzato fra mano, allungava le gambe: il ritratto autentico della noia.
“È la maniera come siamo stati allevati” seguitava a pensare.
E tutto questo gli pareva estremamente sgradevole. Bisognava provvedere in qualche modo. Da uno stato di comune depressione passò a quello di chi sta per essere giustiziato. Clara Durrant si era staccata da lui, a un ricevimento, per parlare con un americano chiamato Pilchard. E lui era andato fino in Grecia e l’aveva lasciata. Si portano abiti da sera, si discorre di sciocchezze, quelle maledette sciocchezze… Egli allungò la mano verso il «Globe Trotter», un foglio internazionale che è distribuito gratuitamente ai proprietari di alberghi.
A dispetto delle sue disastrose condizioni, la Grecia moderna è all’avanguardia quanto a tranvie elettriche, sicché mentre Jacob stava seduto nella sala dell’albergo, sotto la finestra i tram sferragliavano, cigolavano, trillavano, trillavano imperiosamente per far scansare dalle rotaie gli asinelli e una vecchia che non intendeva di muoversi: l’intera civiltà veniva condannata.
A tutto questo anche il cameriere era indifferente. Aristotele, un uomo losco e accanitamente interessato al corpo dell’unico ospite occupante in quel momento l’unica poltrona, entrò con ostentazione nella stanza, poggiò qualche cosa, ne raddrizzò qualche altra e vide che Jacob ancora stava lì.
«Devo esser svegliato presto, domattina» fece Jacob, volgendosi appena. «Parto per Olimpia.»
Questa tristezza, questo arrendersi alle acque nere che ci lambiscono, è un’invenzione moderna. Forse, come diceva Cruttendon, noi non crediamo abbastanza. I nostri padri, in ogni caso, avevano qualcosa da demolire. E del resto, anche noi l’abbiamo, pensava Jacob sgualcendo il «Daily Mail». Lui sarebbe entrato in Parlamento e avrebbe pronunziato bei discorsi; ma a che servono i bei discorsi e il Parlamento se uno cede di un pollice alle acque nere? Non c’è mai stata, infatti, una spiegazione del flusso e riflusso, nelle nostre vene: della felicità e dell’infelicità. Ora Jacob inclinava a credere che la rispettabilità, le serate per cui bisogna vestirsi e gli sciagurati slums dietro Gray’s Inn – cose solide, immobili, grottesche – fossero la causa di tutto questo. Ma poi c’era l’impero britannico che cominciava a inquietarlo; né egli era interamente favorevole a concedere l’Home Rule all’Irlanda. Che cosa diceva in proposito il «Daily Mail»?
Perché egli, divenuto un uomo, era prossimo a tuffarsi nei fatti, cosa di cui la cameriera che di sopra vuotava la sua catinella e maneggiava chiavi, gemelli, matite e tubetti di pastiglie sparsi sulla toeletta, già s’era accorta.
Che fosse divenuto un uomo era un fatto che Florinda sapeva, come sapeva ogni cosa, per istinto.
E Betty Flanders cominciava a sospettarlo, mentre leggeva la sua lettera, impostata a Milano: «Che non mi dice» si lagnava con Mrs. Jarvis «nulla di ciò che vorrei sapere»; ma lei ci meditava sopra.
Fanny Elmer lo sentiva fino a disperarsene. Perché lui prendeva il cappello, il bastone e andava alla finestra e pareva distratto e anche molto severo, secondo lei.
«Vado» egli diceva «a chieder da pranzo a Bonamy.»
«Posso sempre buttarmi nel Tamigi» gemeva Fanny, passando in fretta davanti al brefotrofio.
“Ma al ‘Daily Mail’non si può credere” si disse Jacob cercando in giro qualche altra cosa da leggere. E di nuovo sospirò, così profondamente triste come la tristezza si fosse installata in lui e lo annebbiasse a ogni istante: il che era strano in un uomo che tanto godeva delle cose e non era molto incline all’analisi, ma, senza dubbio, orribilmente romantico: come opinava Bonamy, nella sua stanza di Lincoln’s Inn.
“S’innamorerà” pensava Bonamy “di qualche greca dal naso diritto.”
Fu a Bonamy che Jacob scrisse da Patrasso: a Bonamy che non sapeva amare una donna né leggere un libro sciocco.
Pochissimi sono, dopo tutto, i buoni libri, giacché non possiamo contare i racconti prolissi, i viaggi con traini di muli per scoprire le sorgenti del Nilo o la facilità della narrativa.
Amo i libri il cui valore è raccolto in un paio di pagine. Amo le frasi che non si spostano se un esercito le attraversa. Amo le parole dure. Tali i punti di vista di Bonamy, e gli valevano l’ostilità di quelli che sono tutti per la freschezza del mattino: che apron la finestra e trovano che i papaveri sono sbocciati al sole: e non sanno trattenere un grido di giubilo davanti alla sorprendente fecondità della letteratura inglese. No, non era questo il sentimento di Bonamy. Che il suo gusto letterario influisse sull’amicizia e lo rendesse silenzioso, segreto, schifiltoso e del tutto a suo agio soltanto con un paio di giovani che la pensavano come lui: ecco quello che contro di lui poteva dirsi.
Ma Jacob Flanders non la pensava affatto come lui, tutt’altro, sospirava Bonamy posando sul tavolo i sottili fogli di carta da lettere e mettendosi a meditare, non per la prima volta, sul carattere di Jacob.
Il guaio, in lui, era quella vena romantica. “Ma misto alla stupidità che lo conduce a quelle assurde situazioni” pensava Bonamy “c’è qualcosa in lui, qualcosa…” E sospirava, perché amava Jacob più che chiunque altro al mondo.
Jacob andò alla finestra e ci rimase, dritto, con le mani in tasca. Vide tre greci in sottanino, gli alberi delle navi, la gente oziosa o indaffarata delle classi più umili che passeggiava, camminava vivace o si raggruppava gesticolando. La loro mancanza d’interesse per lui non era la causa della sua tristezza, ma piuttosto un più profondo convincimento: che non lui soltanto si trovasse a esser solo, ma che tutti lo fossero.
Il giorno dopo, come il treno girava lentamente intorno a una collina sulla strada di Olimpia, le contadine greche erano fra le vigne e i vecchi greci stavano seduti alle stazioni, centellinando vino dolce. E sebbene la tristezza permanesse in Jacob, egli non avrebbe mai immaginato come sia terribilmente piacevole essere solo, lontano dalla patria, per conto proprio, tagliato fuori da tutto il proprio ambiente. Sulla strada di Olimpia s’incontrano nude e aspre colline e fra esse è il mare azzurro in spazi triangolari: qualcosa come la costa della Cornovaglia. E ora, camminare da solo tutto il giorno, mettersi su una traccia e seguirla fra i cespugli – o si tratta di alberelli? – fino alla cima di quel monte da cui si vede metà delle antiche nazioni…
«Sì» disse Jacob, poiché il suo scompartimento era vuoto «guardiamo un po’ la carta.»
Biasimo o lode che ne derivi, non può negarsi in noi il cavallo selvaggio. Galoppare sfrenatamente, cader sulla sabbia esausti, percepire il moto della terra, sentire, senza equivoci, un impeto di amore per le pietre e le erbe, come se l’umanità più non esistesse (e quanto agli uomini e alle donne, vadano sulla forca): non ci si può nascondere ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. La camera di Jacob
  5. I
  6. II
  7. III
  8. IV
  9. V
  10. VI
  11. VII
  12. VIII
  13. IX
  14. X
  15. XI
  16. XII
  17. XIII
  18. XIV
  19. Copyright