Il Gatto dalle molte code
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Il Gatto dalle molte code

  1. 238 pagine
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Il Gatto dalle molte code

Informazioni su questo libro

Non miagola il ¿Gatto¿ che si aggira nel cuore di New York, si muove in silenzio e con estrema abilità aggredisce le sue prede strangolandole con una corda di seta indiana. In un breve volgere di tempo, sette milioni di persone vengono travolte da un¿ondata di panico: l¿assassino sembra davvero imprendibile. Non si sa nulla di lui, non se ne conoscono l¿età, l¿altezza, il peso, le abitudini, l¿origine. Non si sa nemmeno se sia un uomo o una donna. E non c¿è nulla che accomuni tra loro le vittime, che sembrano scelte assolutamente a caso. Chiunque potrebbe cadere sotto i suoi affilati artigli... Unico, inquietante particolare che contraddistingue i delitti: il lungo laccio di seta stretto intorno al collo delle prede.
Un caso poliziesco serrato e appassionante per un Ellery Queen deciso, come sempre, a sciogliere con la sua ferrea logica quegli inestricabili nodi post mortem, macabra e unica firma dell¿assassino.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804575375
eBook ISBN
9788852073489

1

Lo strangolamento di Archimbald Dudley Abernethy fu la prima scena della tragedia in nove atti che ebbe come ribalta New York e alla quale la città reagì inconsideratamente.
D’un tratto più di sette milioni e mezzo di persone sembrarono aver perduto la testa. Il centro del fenomeno fu Manhattan, quel Gotham che, come ebbe a indicare il «New York Times» nel momento peggiore della crisi, era stato ispirato da un leggendario villaggio inglese i cui abitanti erano noti per la loro stranezza. Non fu un’allusione troppo felice, perché non c’era nulla di comico nella realtà. L’ondata di panico causò più lutti del Gatto stesso; ci furono molti casi di psicosi, e, fino a quando gli psichiatri non avranno studiato la neurosi della prossima generazione, non si saprà quali traumi abbiano avuto a soffrire i bambini a causa degli spaventi sofferti dai propri genitori.
Studiando più tardi l’episodio, gli scienziati si trovarono d’accordo su alcuni punti specifici. Uno di essi accusò i giornali. Certo la stampa newyorkese non può negare una certa responsabilità a proposito di quanto avvenne, e l’obiezione del direttore dell’«Extra», per il quale i giornali devono riferire al pubblico gli avvenimenti secondo il loro sviluppo e la loro durata, giustificava il fatto che l’attività del Gatto avesse trovato tanta macabra e minuziosa illustrazione. Scopo di questo modo di agire era, naturalmente, quello di vendere un maggior numero di copie dei giornali, scopo raggiunto così in pieno che un direttore di quotidiano disse: «Li abbiamo veramente terrorizzati».
Anche la radio venne chiamata sul banco degli imputati. Quelle stesse stazioni che approvavano tutti coloro i quali indicavano nei gialli radiofonici e nelle trasmissioni poliziesche la causa prima dell’isterismo, della delinquenza, della volgarità e di altri mali sociali dell’America non vedevano nulla di male nel dare la più ampia pubblicità alle imprese del Gatto... quasi che l’impressione fosse resa innocua dal semplice fatto di corrispondere alla realtà. Si disse più tardi, e non senza fondamento, che cinque minuti di trasmissione dedicati all’ultima impresa dello strangolatore scuotevano i nervi dell’ascoltatore più di tutti i gialli radiofonici messi insieme. Ma ormai il danno era stato fatto.
Altri, scavando più in profondità, rivelavano che nei delitti del Gatto ricorrevano alcuni elementi che contribuivano ad accrescerne l’orrore. Uno di questi riguardava il mezzo usato. Poiché il respiro è la vita e la sua negazione la morte, si sosteneva che lo strangolamento doveva di necessità suscitare i terrori più folli. Altro elemento era offerto dalla scelta indiscriminata delle vittime, dalla scelta a capriccio, come veniva definita. L’uomo, si sosteneva, affronta la morte con maggior coraggio quando sa di morire per qualcosa. Ma il Gatto, si diceva, sceglieva le sue vittime a caso. Esso riduceva l’essere vivente a un livello subumano, e non attribuiva all’estinzione dell’individuo maggiore importanza o dignità di quella che si può attribuire al fatto di schiacciare con un piede una formica.
Terzo fattore: l’assenza assoluta di qualsiasi indizio atto a consentire l’identificazione dell’assassino. Nessun essere vivente aveva mai visto lo strangolatore intento all’infame e inutile bisogno; né lo strangolatore lasciava traccia di età, sesso, altezza, peso, colore, abitudini, parlata, origine; neppure della specie. In base agli elementi a disposizione sarebbe potuto essere un gatto, oppure un incubo.
Persino i filosofi avevano finito per occuparsi della vicenda, abbracciando nel loro quadro tutto il grande panorama degli avvenimenti correnti. Non v’era da stupirsi se una generazione cresciuta fra due guerre mondiali, ignara di pace e di riposo, si abbandonava a urla atterrite al primo accenno dell’ignoto. In un mondo che aveva perso ogni senso di responsabilità, in un mondo irresponsabile, minacciato e minaccioso, era, questo, un fatto assolutamente normale.
Ma doveva toccare a uno studente di legge newyorkese di venti anni definire l’episodio in un linguaggio che tutti potevano comprendere. «Ho appena terminato di leggere Danny Webster» disse. «In un processo contro un tale, Joseph White Webster ebbe a dichiarare: “Ogni delitto impunito sottrae qualcosa alla sicurezza di ognuno”.» Lo studente si chiamava Gerald Ellis Kollodny, e la dichiarazione venne fatta al cronista incaricato di intervistare i passanti. La definizione fu riportata dal «New Yorker», dal «Saturday Review of Literature», dal «Reader’s Digest»; il «Giornale Sonoro Metro» invitò Kollodny a ripeterlo davanti alle sue macchine da presa, e i newyorkesi annuirono e dissero che, in fondo, proprio quella era l’impressione che essi provavano.

2

La notte del 25 agosto fu una di quelle torride notti estive per cui New York va famosa.
Ellery Queen si sforzava di scrivere; ma le dita gli scivolavano dalla tastiera; alla fine, spense la lampada da tavolo e si avvicinò a una finestra.
La città era silenziosa, appiattita nell’afa della notte. A est migliaia di persone si stavano dirigendo a Central Park per distendersi su un prato. A nordest, ad Harlem, nel Bronx, a Little Italy, a Yorkville, a sudest, in Lower East Side e di là del fiume a Queens e a Brooklyn, a sud, a Chelsea, a Greenwich Village, a Chinatown, dovunque c’erano edifici di abitazione, le case erano deserte e le strade affollate di gente scamiciata. I viali dei parchi erano gremiti di persone. Le macchine sciamavano per i ponti, Brooklyn, Manhattan, Williamsburg, Queensborough, George Washington, Triborough, alla ricerca di un filo di brezza. A Coney Island, a Brighton, a Manhattan Beach, a Rockaways, a Jones Beach, migliaia di persone cercavano, invano, un poco di sollievo dal mare. I vaporetti da gita correvano su e giù per l’Hudson, e i ferry-boat si dirigevano verso Weehawken e Staten Island, ondeggiando come vecchie signore stracariche.
Il cielo era squarciato da luci violente che, quasi si trattasse di un processo fotografico, rivelavano l’Empire State Building.
A sud l’atmosfera sembrava un poco più chiara. Ma era un miraggio. Times Square era un forno, la gente era al Radio City Music Hall, al Roxy, al Capitol, allo Strand, al Paramount, allo State, dovunque si potesse sperare un poco di refrigerio.
C’era chi cercava questo refrigerio nella sotterranea. Le vetture tenevano aperte le porte di comunicazione, e quando i treni correvano fra una stazione e l’altra, lo spostamento d’aria nel tunnel provocava una corrente violentissima ma gradita. Il punto più ricercato era alla porta d’ingresso della vettura di testa, dietro la cabina del conducente. Lì la folla era più fitta che mai, e si abbandonava a una specie di catalessi.
In Washington Square, nella Fifth Avenue, nella 57ª Strada, a Broadway, in Riverside Drive, a Central Park West, nella 110ª Strada, a Lexington Avenue, al Madison, gli autobus, quasi deserti, continuavano i loro incessanti andirivieni a nord, a est, a sud, a ovest, su e giù...
Ellery prese a fumare nervosamente una sigaretta.
Quello del Gatto stava diventando davvero un problema, e grande era la tentazione; ma, dopo il caso Van Horn, in cui, tradito dalla sua stessa logica, dopo aver preso di mira il reo aveva colpito l’innocente, Ellery, ripudiando ogni altra attività, era ritornato alla macchina per scrivere. Un’autentica torre d’avorio, secondo la definizione dell’ispettore Queen, suo padre.
Disgraziatamente per lui, Ellery doveva dividere la torre con un anziano cavaliere, abituato a torneare quotidianamente contro i malvagi; e l’ispettore Richard Queen era un vicino pericoloso.
«Non voglio interessarmi più di casi polizieschi» continuava a ripetere Ellery. «Lasciami in pace.»
«Che ti succede?» lo canzonava il padre. «Hai paura di essere tentato?»
«Ho rinunciato a tutte le faccende del genere. Non mi interessano più.»
Ma questo era avvenuto prima che il Gatto strangolasse Archimbald Dudley Abernethy.
Si era sforzato di ignorare l’assassinio, e per qualche tempo c’era riuscito, ma, dal solito giornale del mattino, gli occhietti rotondi, nella faccina pure rotonda, di Abernethy, parevano scrutarlo con aria tanto seccata, che, alla fine, si era rassegnato ad aggiornarsi.
Un caso interessante.
Ellery non ricordava un volto altrettanto insignificante: né bello, né brutto; né furbo, né stupido; neppure enigmatico. Solo il volto di un bambino di quarantaquattro anni: uno scherzo di natura.
Omicidio davvero interessante.
E poi, il secondo strangolamento. E il terzo. E...
La porta dell’appartamento venne sbattuta vigorosamente.
«Papà?»
Ellery si alzò di scatto e batté la tibia in qualcosa di solido. Zoppicando, accorse nel tinello.
«Sono qui!»
L’ispettore aveva già posato giacca e panciotto: sembrava di cattivo umore. Si diresse al frigorifero in cucina e, versandosi un bicchiere di limonata fresca, si rivolse al figlio: «Intanto, fammi le congratulazioni...».
«Per che cosa?»
«Perché oggi mi hanno costretto a ingoiare il più grosso rospo della mia cosiddetta... cosiddetta, nota bene, carriera.»
«Licenziato?»
«Peggio.»
«Promosso.»
«Bene,» disse l’ispettore «adesso sono il cane più grosso nella caccia del Gatto.»
«Il Gatto?»
«Conosci il Gatto, vero?»
Ellery si appoggiò allo stipite della porta.
«Il commissario mi ha chiamato» continuò l’ispettore «e mi ha detto che da molto tempo ormai aveva in animo una mossa del genere. Ha creato una squadra speciale anti-Gatto. E, ripeto, io sono il cane più grosso.»
«Che effetto fa sentirsi cane?» domandò ridendo Ellery.
«Può darsi che tu trovi divertente la situazione» disse l’ispettore «ma, per ciò che mi riguarda, libertà e libertà soltanto è quello che voglio. E oggi ho detto chiaro e tondo al commissario che Dick Queen è un uccello troppo vecchio per essere trattato a questo modo. Ho dedicato alla polizia buona parte della mia vita, e merito di meglio.»
«Ma hai accettato...»
«Sì; e, il cielo mi perdoni, l’ho anche ringraziato.»
«E non escludo che il capo abbia deciso, obbedendo a una segreta intenzione.»
«D’altra parte, potrò sempre rinunciare all’impresa...»
«Per pochi assassinii, anche se, ammettiamo pure, un tantino conturbanti? Qual è la percentuale dei delitti rimasti impuniti? Cerca di capire, papà: io avevo un motivo, allora, per rinunciare, come ho rinunciato, alla carriera del poliziotto dilettante: senza colpa, mi sono trovato, ahimè, a lasciare sul mio cammino un paio di vittime. Ma, per te, quella del poliziotto è professione; il tuo è dovere. Dopo tutto, quand’anche l’impresa fallisse, la responsabilità del fallimento ricadrebbe sul tuo superiore... E se non si potesse far luce sugli strangolamenti...»
«Se non riuscissimo a far luce su questi assassinii, e in fretta, per giunta, in città scoppierebbe qualche guaio...»
«Qualche guaio, a New York?»
«Non mancano i segni premonitori: il crescente numero di telefonate alla polizia, per chiedere notizie, o l’aumento delle false chiamate, specialmente nelle ore notturne; l’eccitazione dei nostri uomini. C’è, per l’aria, più tensione del desiderabile. Parte della cittadinanza dedica alla faccenda un interesse troppo acceso per essere naturale.»
«Soltanto perché un disegnatore di testa calda...»
«Proprio così. Una per tutte: non è forse Il Gatto, quel ridicolo e macabro spettacolo, che ha incontrato, questa estate, il più strepitoso successo a Broadway? Per contro gli allevatori specializzati, da un mese a questa parte, non riescono a vendere un solo micio. Quasi non bastasse, in città trovi soltanto gatti randagi, strangolati.»
«Sciocchezze!»
«D’accordo; ma sciocchezze che costituiscono un sintomo; e, del resto, so capire. Per concludere: cinque assassinii e la più grande metropoli del mondo sconvolta. Perché? Come te lo spieghi?»
Ellery taceva.
«Coraggio!» riprese l’ispettore, sarcastico. «Non pregiudicherai, per questo, la tua posizione di rinunciatario...»
«Forse» ribatté Ellery, pensoso «forse tutto è spiegabile con una particolare visione del problema. New York, che saprebbe accettare cinquanta casi di poliomielite, si ribellerebbe a due casi di colera, fino a trascendere nell’isterismo. C’è, in questi strangolamenti, qualcosa di singolare, che vieta di rimanere indifferenti; perché quando ne è vittima un uomo come Abernethy, può rimanerne vittima chicchessia...»
Tacque, e intanto l’ispettore lo guardava fissamente.
«Si direbbe che tu sia bene informato......

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il Gatto dalle molte code
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. Copyright