Cominciamo dall’inizio, ovvero dalla gravidanza.
Uno degli aspetti che ho trovato davvero meravigliosi dello stare accanto a Veru e alla sua pancia che cresceva di giorno in giorno è il numero impressionante di cose che ho imparato. Per esempio: lo sapevate che i bambini, quando nascono, non sono ancora «finiti»?
È proprio così: lo sviluppo del bambino termina molto dopo il parto. A ben guardare, circa nove mesi dopo, quando cioè comincia – chi prima, chi poi – a muoversi nel mondo in autonomia, gattonando.
Come ha osservato Ashley Montagu, professore di Anatomia e Antropologia a Harvard e alla New York University, il cucciolo d’uomo quando viene al mondo è decisamente immaturo rispetto ad altri animali.1 Basti pensare al neonato dell’elefante o a quello del daino, che sono in grado di correre con il branco subito dopo la nascita. La foca, invece, insegna ai suoi piccoli a nuotare già dalla sesta settimana: a quel tempo, il giovanissimo umano non è nemmeno in grado di tenere dritta la testa da solo, altro che nuotare!
È chiaro che i piccoli di elefante, di daino e di foca devono potersi muovere dai primi istanti di vita, perché sono chiamati da subito a fronteggiare una quantità di pericoli che l’umanità fortunatamente non sperimenta dai tempi della preistoria: quando questi piccoli vengono al mondo, per esempio, devono essere in grado di identificare un predatore e scappare a gambe levate. All’uomo questa capacità non è richiesta, almeno non nel breve termine.
Se dopo nove mesi non siamo ancora «finiti», però, perché nasciamo? Secondo Montagu, pare che sia tutta una questione di cervello: il bambino deve lasciare il grembo materno quando ancora può passare dal canale naturale, quindi prima che il cervello si sviluppi al punto da impedirglielo. Un cervello umano pienamente sviluppato ha un volume di circa 1200 centimetri cubi, misura che si raggiunge intorno ai vent’anni. E prima? Alla nascita, il nostro cervello occupa circa 330 centimetri cubi ma, durante il primo anno, raddoppia di volume, arrivando a ben 750 centimetri cubi. Sono necessari altri due anni perché l’organo diventi di 960 centimetri cubi: è a tre anni infatti che il cervello raggiunge il 90 per cento del suo volume finale. Il restante 10 per cento, evidentemente, si sviluppa nei diciassette anni successivi. Veniamo quindi al mondo con il cervello più grande possibile, per lasciare che il resto cresca in seguito.
La verità è che siamo abituati a pensare al parto come al termine della gestazione, ma non è così. Con il parto termina l’endogestazione, ovvero quei duecentottanta giorni durante i quali il bambino si sviluppa nella pancia della mamma, e inizia l’esogestazione, cioè altri duecentottanta giorni durante i quali il bambino si adatta alla vita extrauterina, continua il suo sviluppo e conquista competenze fondamentali per arrivare a muoversi nel mondo.
Nove mesi nella pancia e nove mesi nel mondo: ho trovato questa coincidenza di tempi talmente affascinante che ho deciso di modellare su di essa la struttura del libro, tanto più che è proprio nell’ultimo trimestre di esogestazione che i genitori cominciano a svezzare il loro piccolo.
I NOVE MESI NELLA PANCIA: LO SVILUPPO DEL BAMBINO
Ho studiato come tecnico di ricerca biochimica, ho avuto a che fare con la biologia in mille modi, ma un conto è studiarla e sperimentarla in laboratorio, altra cosa è «viverla». E la nascita di un figlio ti porta decisamente a viverli, quei trimestri che conoscevo così bene. Parlo di trimestri perché la crescita del bambino nella pancia viene convenzionalmente suddivisa in tre periodi di novanta giorni ciascuno.
Il primo trimestre ha inizio ovviamente al momento della fecondazione. La cellula uovo fecondata, nel giro di cinque giorni, si trasforma in un insieme di cellule chiamato «morula», che a sua volta cresce fino a diventare una blastocisti, un agglomerato che conta un centinaio di cellule circa e contiene già i precursori di tutti gli organi e apparati del futuro bambino. La blastocisti, una volta giunta nell’utero, dopo qualche giorno di libertà si impianta nella parete: lì, inizia l’avventura della vita. Le cellule si moltiplicano e cominciano a differenziarsi; si forma la placenta (l’organo deputato agli scambi metabolici tra la madre e il feto) e, dopo sei settimane, ecco che l’embrione acquisisce la tipica forma a C che viene riportata proprio sui testi di biologia! È esattamente così che abbiamo visto per la prima volta Vivienne: una grossa testa con la coda, e con un cuore che batteva. Pesava circa 1 grammo. Da questo momento, l’embrione si accresce velocemente: a otto settimane dall’inizio della gravidanza, pesa 4 grammi ed è lungo circa 20 millimetri. Alla fine del primo trimestre, alla dodicesima settimana, ha raggiunto circa 14 grammi e 60 millimetri di lunghezza. L’aspetto più sorprendente è che a questo punto gli organi sono per lo più formati e la placenta comincia a svolgere il suo lavoro, cioè nutrire il feto.
Che cos’è l’ecografia?
L’ecografia è una tecnica di diagnostica per immagini relativamente recente: in Italia è arrivata negli anni Settanta e ha avuto subito successo perché fornisce al medico un responso in tempo reale, permettendogli di avere un quadro diagnostico mentre ha il paziente di fronte, e soprattutto perché, diversamente da raggi X o TAC, non impiega onde elettromagnetiche, sconsigliate in situazioni come la gravidanza per gli effetti negativi che potrebbero avere sul feto. L’ecografia funziona invece grazie agli ultrasuoni, onde acustiche a una frequenza superiore a quella udibile dall’orecchio umano, e sfrutta la diversa capacità dei tessuti di rifletterle.
Per vedere il feto e i suoi organi, ai ginecologi è sufficiente appoggiare sull’addome materno una sonda, che emette ultrasuoni e ne cattura l’«eco» che i tessuti rimandano, trasmettendoli al computer cui è collegata. Esso, attraverso un complesso sistema di elaborazione, riproduce a video l’immagine dei tessuti «illuminati» dalla sonda.
Silvia Maddalena, ginecologa
Durante il secondo trimestre, il feto continua il suo sviluppo, perfezionando il proprio corpo: riesce a portare il pollice alla bocca, il pancreas secerne insulina e si formano i villi intestinali. Alla fine della diciannovesima settimana, nell’intestino inizia ad accumularsi il «meconio», cioè gli scarti del nutrimento somministrato dalla madre attraverso la placenta. Il fegato, che finora si è occupato di produrre globuli rossi, cede il compito alla milza. I genitali si differenziano e il feto comincia a muoversi. Il peso si aggira intorno ai 600 grammi.
Durante il terzo trimestre il cervello cresce, le ossa si induriscono e si completa lo sviluppo dell’udito, tant’è che il feto sente suoni, rumori e voci! Attorno alla ventinovesima settimana, la testa raggiunge la dimensione che avrà alla nascita, compaiono le ciglia, mentre fegato, sistema immunitario e polmoni sono ancora «inattivi», cioè immaturi. Il sistema urinario, invece, funziona già alla grande: un feto produce circa 500 millilitri di pipì al giorno! Attorno alla trentacinquesima settimana, più o meno, è ricoperto di vernice caseosa e pesa 2,5 chili. Insomma, ci siamo quasi... L’ecografia del terzo trimestre rivela un corpo nel quale sono ben distinguibili i tratti somatici, profilo di naso, bocca e mento compresi!
«MANGIARE PER DUE» ADDIO: L’ALIMENTAZIONE DELLA FUTURA MAMMA
Durante i nove mesi di gravidanza la mamma e il bambino sono un unicum: a nutrire il feto è solo e unicamente la madre, grazie a quanto mangia in prima persona. Può sembrare un’ovvietà, ma nessuno può dare ad altri ciò che non possiede in prima persona. Quindi, a una madre che mangia male, in modo poco equilibrato, mancheranno determinati nutrienti e non potrà garantirne l’apporto al figlio.
Oppure, potrà involontariamente aumentare il rischio di insorgenza di certe patologie: uno studio condotto nel 2010 dalla Boston University, per esempio, ha appurato che «una dieta caratterizzata da cibi con alto indice glicemico (e soprattutto con un alto carico glicemico totale) raddoppia, di fatto, il rischio di comparsa di disturbi del tubo neurale».2 È dunque importante che la donna – per essere in salute, per vivere al meglio la gestazione e per ridurre il rischio di complicanze e diminuire le probabilità che il nascituro contragga malattie croniche associate a disturbi insorti durante la vita intrauterina, come il diabete, l’ipertensione e l’aterosclerosi – raggiunga uno stato nutrizionale ottimale prima, durante e dopo la gravidanza.3
Mangiare bene, naturalmente, non significa mangiare tanto: il caro, vecchio adagio che invitava le donne a «mangiare per due» è stato ampiamente sconfessato da numerose ricerche scientifiche. Associazioni di ginecologi e ministero della Salute insistono anzi particolarmente sull’importanza di prestare attenzione all’aumento ponderale in gravidanza, in particolare durante il primo trimestre, quando l’embrione comincia il suo sviluppo ed è dunque più vulnerabile all’azione di agenti esterni.
Il ministero della Salute afferma che «nel primo trimestre di gravidanza, l’aumento di peso della mamma si deve all’aumento del volume di sangue e alla crescita dell’utero. Non è quindi un aumento di peso rilevante (può essere all’incirca di 1 chilo) e, a meno che non vi siano situazioni di particolari carenze o insufficienza di peso da parte della donna, non è necessario incrementare l’apporto dietetico di energia: la dieta deve essere variata, completa, equilibrata e prevedere l’integrazione di acido folico e, se necessario, di ferro».4
Il fabbisogno energetico aumenta invece nel secondo e terzo trimestre di gravidanza. I LARN (Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia per la popolazione italiana) elaborati dalla Società di nutrizione italian...