Primavera 1915. Gabriel Bagradian, un armeno da tempo stabilitosi all'estero, è in visita nel villaggio natale con la moglie francese e il figlioletto quando il governo ottomano dà inizio alla deportazione e allo sterminio degli armeni. Bagradian si trova così a guidare l'eroica resistenza di alcune migliaia di armeni asserragliati sul monte Mussa Dagh. Grande poema corale brulicante di personaggi indimenticabili, I quaranta giorni del Mussa Dagh, pubblicato nel 1933, è una vibrata, profetica denuncia di tutti i genocidi della storia e un inno alla determinazione dell'uomo e alla sua capacità di resistere.

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I quaranta giorni del Mussa Dagh
- 910 pagine
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I quaranta giorni del Mussa Dagh
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Libro terzo
ROVINA, SALVEZZA, ROVINA
Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve.
Apocalisse di Giovanni, 2, 17
I
Intermezzo degli dèi
«Qui, egregio dottor Lepsius, lei non vede che una piccola parte del nostro incartamento sulla questione armena…»
L’amabile consigliere segreto mette la sua mano marmorea, immacolata e finemente venata d’azzurro, sul polveroso cumulo di carte così alto sopra lo scrittoio che il suo nobile viso cavallino scompare continuamente dietro di esso. L’alta finestra della stanzetta singolarmente vuota è spalancata. Dal giardino del Ministero degli Esteri penetra nel locale un’aria estiva, debole e umida. Johannes Lepsius siede piuttosto rigido al posto dei visitatori con il cappello sulle ginocchia. Dal suo memorabile colloquio con Enver Pascià non è passato più d’un mese, eppure l’aspetto del pastore si è mutato in modo inquietante. I suoi capelli sembrano più radi, la sua barba più grigia, il naso più breve e aguzzo. Gli occhi non brillano più. L’ampiezza d’orizzonte trasognata è scomparsa da essi, facendo posto a un sospetto ironico, in attesa. È possibile che la malattia del suo sangue sia progredita in modo così serio in quei pochi giorni? È la maledizione armena, che in misteriosa alleanza corrode anche lui, tedesco? È il lavoro enorme che lui ha compiuto in così poco tempo? Già la nuova opera di soccorso contro la morte e il demonio è ben impiantata. C’è perfino denaro e gli uomini migliori sono guadagnati alla causa. Si tratta ora di risolvere l’enigma sfingeo del potere statuale. Lo sguardo del pastore dietro il balenio del pince-nez scivola sprezzante sopra le montagne dei documenti. L’amabile consigliere segreto inarca le sopracciglia non per sorpresa, ma per lasciar cadere il suo monocolo cerchiato d’oro:
«Non passa giorno, credo, che dal Ministero non sia inviata qualche esortazione all’Ambasciata di Costantinopoli. E non passa ora che l’ambasciatore non intervenga presso Talaat ed Enver in questa orribile faccenda. Nonostante le gravissime preoccupazioni, il signor cancelliere dell’impero germanico si occupa personalmente della cosa col massimo zelo. Lei lo conosce, è un uomo come Marco Aurelio… Devo poi presentarle le scuse, dottor Lepsius, del signor von Bethmann-Hollweg. Oggi purtroppo gli era impossibile riceverla…»
Lepsius si appoggia indietro alla spalliera. Anche la sua voce sonora si è fatta più stanca e più acuta:
«E quali risultati possono registrare i nostri diplomatici, signor consigliere segreto?» La mano immacolata e marmorea fruga nella montagna di carte ed estrae qualche documento:
«Vede! Qui abbiamo il signor von Scheubner-Richter a Erzerùm! Qui abbiamo Hoffmann ad Alessandretta e il console generale Rössler ad Aleppo. Mandano rapporti su rapporti. Si fanno in quattro per gli armeni. Dio sa quante centinaia di questi disgraziati ha salvato Rössler da solo! E qual è la riconoscenza per la sua umanità? La stampa inglese lo rappresenta come un uomo sanguinario, che ha aizzato al massacro i turchi di Maràsch. Che cosa si deve fare allora?»
Lepsius cerca lo sguardo dell’amabile consigliere, che dietro il suo riparo di papiri compare e scompare come una luna capricciosa dietro le nubi:
«Io saprei bene quel che si deve fare, signor consigliere segreto… Rössler e gli altri sono fior di galantuomini, li conosco… Rössler poi è un tipo straordinario… Ma che cosa può fare un piccolo compassionevole console se non trova l’appoggio necessario?»
«Via, signor pastore! Non trova appoggio? Questo è più che ingiusto.»
Lepsius fa un breve gesto nervoso della mano con cui fa capire che la faccenda è troppo seria e il tempo troppo breve perché lo si perda in schermaglie cortesi e chiacchiere vane:
«So benissimo, signor consigliere segreto, che si fa tutto il possibile immaginabile. Gli interventi e i passi quotidiani dell’Ambasciata mi sono perfettamente noti. Ma noi non abbiamo a che fare con uomini di Stato cresciuti nel rispetto delle regole del gioco diplomatico, bensì con gente come Enver e Talaat. Per questa gente tutto l’immaginabile è troppo poco, non basta neppure l’inimmaginabile. Lo sterminio degli armeni è il palladio della loro politica nazionale. Io ho potuto convincermene personalmente in un lungo colloquio con Enver Pascià. Tutto un fuoco serrato di passi tedeschi fa su questa gente, nel migliore dei casi, l’effetto di una molestia alla loro ipocrita cortesia.»
Il consigliere segreto incrocia le braccia. Il suo viso lungo assume un’espressione di attesa:
«E lei sa, dottor Lepsius, un’altra via per intromettersi nelle faccende interne di una potenza amica e alleata?»
Johannes Lepsius sprofonda lo sguardo attento nell’interno del suo cappello, come se vi avesse messo dentro un biglietto di appunti. Ma come sarebbe superflua, per Dio, quella precauzione! Migliaia di questi appunti ronzano giorno e notte nella sua povera testa tanto che non trova quasi più sonno. Ora vuole solo raccogliersi per procedere con brevità e metodo:
«Noi dobbiamo innanzi tutto renderci conto con chiarezza di quello che avviene ed è già avvenuto in Turchia: una persecuzione di cristiani di tali dimensioni che non si può neppure lontanamente paragonare con le famose persecuzioni sotto Nerone e Diocleziano. E inoltre il più grave crimine della storia mondiale fino ad oggi, il che significa già qualche cosa, come lei mi vorrà concedere…»
Negli occhi chiari del funzionario spunta una lieve curiosità. Egli tace, mentre Lepsius avanza passo passo a tastoni con parole ben ponderate. Dopo la sua sconfitta con Enver Pascià ha imparato senza dubbio molte cose sul modo di trattare con i politici:
«Noi non dobbiamo vedere negli armeni un popolo orientale semiselvaggio… Sono uomini colti e civili, di una raffinatezza e sensibilità, che, lo dico apertamente, da noi in Europa si trova solo di rado…»
Non una contrazione nel viso affilato del consigliere segreto lascia arguire che egli giudica forse esagerata quella valutazione del “popolo di commercianti” armeno.
«Non si tratta qui affatto» continua Johannes Lepsius «di una questione di politica interna della Turchia. Neppure lo sterminio di una piccola tribù negra di pigmei è una questione di politica interna fra sterminatori e sterminati. Tanto meno noi tedeschi possiamo salvarci in una neutralità deplorante o che non vede via d’uscita. I paesi esteri nostri alleati ce ne chiederebbero conto.»
Il consigliere segreto scosta con un colpo i mucchi di documenti come se avesse bisogno d’aria:
«È uno dei caratteri profondamente tragici della condotta di guerra dei tedeschi che noi, per quanto abbiamo la coscienza pulita, siamo accusati delle colpe sanguinarie degli altri…»
«Ogni cosa a questo mondo è in primo luogo una questione morale e solo molto più tardi una questione politica.»
Il consigliere segreto fa un cenno d’approvazione:
«Perfettamente, signor pastore, anch’io sostengo sempre l’opinione che in ogni decisione politica bisogna calcolare prima di tutto l’elemento morale.»
Lepsius fiuta un successo. Ora è il momento di tirare le fila:
«Io non siedo qui da lei come un povero individuo singolo, signor consigliere segreto. Non è una presunzione se dico che sono venuto in nome di tutta la Cristianità tedesca, della protestante e anche della cattolica. Io agisco e parlo d’accordo con uomini ragguardevoli come Harnack, Deissmann, Dibelius…»
Il consigliere segreto conferma l’importanza di quei nomi con uno sguardo di approvazione. Ma Johannes Lepsius si lascia trasportare dal suo antico slancio che già tante volte gli è stato pericoloso:
«Il cristiano tedesco non è più disposto ad assistere passivo a questo crimine contro il Cristianesimo. La sua coscienza non sopporta di esserne più a lungo complice con la propria tiepidezza. La speranza dell’impero germanico nella vittoria sussiste e cade con l’alacrità del cristiano tedesco. Io per parte mia mi vergogno fino al disgusto che della deportazione la stampa nemica dia notizia con intere colonne mentre il popolo tedesco nei giornali tedeschi viene pasciuto con i comunicati menzogneri di Enver e non viene a conoscenza di nessun’altra parola. Non meritiamo noi di sapere la verità sulla sorte dei nostri correligionari? A questo indegno stato di cose bisogna mettere fine.»
Il consigliere segreto, un po’ stupito del tono d’accusa del pastore, congiunge le dita e osserva candido:
«Ma la censura! La censura non potrebbe mai permettere questo. Lei non ha un’idea di come siano complicate queste cose, signor Lepsius.»
«Il primo, in assoluto, diritto del popolo tedesco è di non essere ingannato.»
Il consigliere segreto sorride indulgente: «Che cosa sarebbe la conseguenza di una tale campagna di stampa? Una grave tensione per i nervi tedeschi e per l’alleanza turca».
«Quest’alleanza non può fare di noi dei manutengoli davanti alla storia. Noi desideriamo quindi che il nostro governo agisca rapidamente. Chieda a Istanbul con la massima energia che si lasci entrare in Anatolia e in Siria una commissione neutrale, americani, svizzeri, olandesi, scandinavi, per esaminare gli avvenimenti!»
«Lei conosce troppo bene i Giovani Turchi al potere, signor pastore, per non essere in grado di calcolare lei stesso quale risposta riceveremmo a una simile richiesta.»
«Allora la Germania deve ricorrere ai mezzi più forti…»
«E sarebbero, a parer suo?»
«La minaccia di togliere alla Turchia ogni aiuto e di richiamare la missione militare tedesca, gli ufficiali e le truppe tedesche dai fronti.»
L’amabilità sui tratti vigorosi e accattivanti del consigliere segreto si trasforma in bontà partecipe:
«Lei mi fu descritto proprio come è in realtà, pastore Lepsius, così… candido…»
Si alza, in tutta la persona slanciata. Il suo grigio abito estivo non gli sta così inesorabilmente attillato, come di solito agli uomini del suo genere. Quella lieve trascuratezza di stile ispira fiducia e simpatia. Si volta verso la grande carta, Europa ed Asia Minore, appesa alla parete, e con la mano venata d’azzurro copre all’incirca l’Oriente: «I Dardanelli, il Caucaso, la Palestina e la Mesopotamia sono oggi fronti tedeschi, signor Lepsius, più ancora che turchi. Se crollano, crolla tutto l’edificio della nostra guerra. Ora noi non possiamo minacciare i turchi con il nostro proprio suicidio, senza renderci ridicoli. Non ho bisogno di accennare innanzi tutto all’enorme importanza che Sua Maestà l’imperatore attribuisce alla nostra potenza orientale. Ma poi non sa lei forse che i turchi non si sentono affatto nostri debitori, bensì veri e propri nostri creditori? Ancora oggi le correnti amiche dell’Intesa nel governo ottomano sono fortissime. Posso rivelarle che un potente gruppo del Comitato sarebbe ben disposto a cambiare alleato e a entrare in trattative di pace, meglio oggi che domani, con i nostri nemici. Lei potrebbe allora constatare come quella stessa Francia e quella stessa Inghilterra, che oggi s’indignano a gran voce degli orrori contro l’Armenia, domani chiuderebbero entrambi gli occhi. Lei parla di verità, signor Lepsius? La verità è che i turchi hanno in mano in questo gioco le carte migliori, che noi dobbiamo essere infinitamente cauti e tenere d’occhio i limiti del possibile.»
Johannes Lepsius ascolta calmo il consigliere segreto. Le conosce bene quelle verità, così come le rappresentano con logica tagliente i figli del mondo. Esse sono perfettamente coerenti. Chi consente con un solo anello della catena, è perduto. Ma il pastore è da un pezzo ben lontano dal consentire a questo riguardo. Nelle ultime settimane gli è cresciuto un callo spirituale, che lo rende insensibile a tale modo di pensare. Non si lascia adescare. Rimane ostinato nella sua cerchia:
«Io non sono un uomo politico. Non è affar mio cercare i mezzi e le vie per salvare all’ultimo momento ancora una parte del popolo armeno. Ma è mio dovere, come rappresentante di un gran numero di cristiani tedeschi che condividono gli stessi sentimenti, dar voce alla preghiera urgente che tali mezzi e tali vie vengano trovati, e prima che sia troppo tardi.»
«Comunque la cosa si giri e si rigiri, signor pastore, si potrà forse qua e là mitigare il destino degli armeni, ma mutarlo purtroppo non si può.»
«A questo modo di pensare anticristiano non ci rassegneremo, né i miei amici né io stesso.»
«Ma lei deve capire che in questo destino agiscono potenze storiche superiori, che si sottraggono alla nostra influenza…»
«Io capisco solo che Enver e Talaat con satanica genialità hanno colto il momento migliore per recitare essi stessi il ruolo di queste potenze storiche superiori.»
Il consigliere segreto sorride con affettazione, come se toccasse ora a lui far vedere un lembo delle sue convinzioni religiose:
«Nietzsche non dice che quando una cosa precipita bisogna darle ancora una spinta?»
Ma Nietzsche non è l’uomo da sconcertare un figlio di Dio come Johannes Lepsius. Questi, un po’ irritato per le generalità in cui il dialogo si sbriciola, risponde laconico:
«E chi può sapere di se stesso, se egli è quello che precipita o quello che dà la spinta?»
Il consigliere segreto, di nuovo seduto allo scrittoio, getta ancora una breve occhiata alla carta sulla parete:
«Gli armeni periscono vittime della loro geografia. È la sorte dei più deboli, la sorte dell’odiata minoranza!»
«Ogni persona e ogni nazione si trova una volta o l’altra nella situazione di essere la più debole. Perciò non bisogna tollerare un precedente di sterminio, e neppure di semplice danneggiamento.»
«Non si è mai posto la domanda, egregio dottore, se le minoranze nazionali non rappresentino dei turbamenti superflui e se non sarebbe meglio che sparissero?»
Lepsius si toglie il pince-nez e pulisce accuratamente le lenti. Sbatte le palpebre sugli occhi opachi e stanchi. Tutto il suo corpo prende dallo sguardo indebolito un che di balordo:
«Signor consigliere segreto, non siamo anche noi tedeschi una minoranza?»
«Che cosa intende dire? Non la capisco.»
«Dentro a un’Europa coalizzata contro la Germania, noi costituiamo una minoranza maledettamente in pericolo. Basta che le cose vadano una volta di traverso. E neppure noi ci siamo scelti una geografia troppo giudiziosa.»
Ora il viso del consigliere segreto non è più amabile, ma aspro e pallidissimo. Un’ondata polverosa di calura meridiana penetra dalla finestra:
«Verissimo, signor pastore! E perciò ogni tedesco ha il dovere di preoccuparsi del suo proprio destino nazionale e di pensare ai fiumi di sangue che la minoranza tedesca, come a lei piace di chiamarla, sta versando. Solo da questo punto di vista noi possiamo occuparci della questione armena.»
«Noi cristiani dipendiamo dalla grazia di Dio e dall’ubbidienza al Vangelo. Io le dico chiaro e tondo, signor consigliere segreto, che rigetto ogni altro punto di vista. Da qualche settimana mi convinco sempre più chiaramente che il potere dev’essere sottratto ai figli di questo mondo, ai politici, se la comunità del Redentore, del Corpo di Cristo, deve diventare realtà sulla nostra piccola terra…»
«Date a Cesare quel che è di Cesare.»
«Ma che cosa è di Cesare, se non il logoro quattrino? Il Signore non dice questo, nella sua divina accortezza. No, no! I popoli sono sudditi della propria natura. E gli adulatori, che vogliono vivere di loro, stuzzicano servilmente la loro vanità. Come se fosse un merito singolare, essere nati cane o gatto, cavolo o patata. Ma Gesù Cristo ci dà l’eterno esempio di come l’Uomo-Dio si vesta della natura umana solo allo scopo di superarla. Perciò sulla terra dovrebbero regnare solo i veri servi di Cristo, in quanto hanno superato la loro natura, i loro condizionamenti terreni. Questa è la mia professione di fede politica, signor consigliere segreto.»
L’aristocratico prussiano non lascia trasparire la minima ironia:
«Lei ha parlato come un cattolico irriducibile, signor pastore.»
«Più cattolico di un cattolico! Perché la Chiesa della mia convinzione non condivide il regno con nessun potere laico.»
Il consigliere segreto si accomoda il monocolo, come per far capire che il tempo delle discussioni è ormai alla fine:
«Ma prima che si ritorni alla santa Inquisizione, noi, poveri figli del mondo, dobbiamo portare la responsabilità.»
Johannes Lepsius, che è forse andato un po’ troppo oltre, si riprende. Le sue parole suonano calme, quasi assenti:
«Voglio essere sincero con lei fino in fondo, signor consigliere segreto… Fino a pochi giorni fa avevo ancora molte speranze e credevo che il signor cancelliere mi avrebbe appoggiato in questa lotta con mezzi più drastici di quel che abbia fatto finora. Lei mi ha definitivamente informato che il nostro governo di fronte alla Sublime Porta ha le mani legate e deve contentarsi dei passi e degli interventi consueti. Bene! Io però non sono legato a nessuna ragion di Stato. E la questione armena in Germania posa ora solo sulle mie spalle. Io non sono di...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Ah, Gabriel, quanto ti ho amato…. di Antonia Arslan
- Vita e opere di Franz Werfel
- I QUARANTA GIORNI DEL MUSSA DAGH
- Libro primo. IL TEMPO È VICINO
- Libro secondo. LE LOTTE DEI DEBOLI
- Libro terzo. ROVINA, SALVEZZA, ROVINA
- Copyright