Jack Frusciante è uscito dal gruppo
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Jack Frusciante è uscito dal gruppo

  1. 154 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Jack Frusciante è uscito dal gruppo

Informazioni su questo libro

Bologna, 1992. Alex D., diciassette anni, figlio modello della buona borghesia, decide di "uscire dal gruppo", di rompere gli schemi, di fare un "salto" fuori dal "cerchio che ci hanno disegnato attorno". In una parola, cresce. Lo fa attraverso le pedalate disperate su in collina, la musica furibonda dei Sex Pistols e dei R ed Hot Chili Peppers, l'amore di Adelaide, la sofferenza per la perdita dell'amico Martino... Senza gesti eclatanti, Alex volta le spalle a tutto e a tutti, in nome di un presente libero e felice, di una umanissima richiesta di autenticità.

Jack Frusciante è uscito dal gruppo è ormai un piccolo classico contemporaneo, un libro che ha fatto la storia dell'editoria italiana. Nelle pagine di questo romanzo-manifesto adottato da più generazioni di adolescenti, un autore giovanissimo ha raccontato gli smarrimenti e gli ardori dei diciott'anni: una storia fresca e intensa, narrata senza filtri da una voce nuova, capace di fondere rabbia e ironia.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852073335
Print ISBN
9788804660675

Primo

Quella pseudoprimaverile domenica pomeriggio
Quella pseudoprimaverile domenica pomeriggio, il vecchio Alex aveva arrampicato le scale di casa con in testa il presagio, meglio, con in testa la telefoto-presagio, della sua famiglia barricata in tinello a guardare le pattonate americane via grundig. Un istante più tardi, non s’era ancora sfilato il parka, aveva dovuto prendere atto che la telefoto, di un realismo agghiacciante, gli provava quanto le sue facoltà di preveggenza stessero raggiungendo, con l’età, livelli negromantici sbalorditivi: erano tutti in salotto, e tutti variamente sgomenti o assorti di fronte alle forzute vicende del Rocky IV; il frère de lait, risucchiato nel video, che già sognava di diventare pugile professionista, un giorno; la mutter, pericolosamente in bilico fra la visione di quelle forzute vicende e la lettura delle Bologna’s Chronicles su Repubblica; il Cancelliere, seminghiottito dalla poltrona e inutilmente sorridente, che accompagnava gli uppercut dello Stallone nano con battutine da sistema nervoso in pezzi e imitazioni, depressive, della voce robotica d’Ivan Drago.
«Gesù grande» aveva mormorato il vecchio Alex, sentendosi improvvisamente senza forze. «Questi poveri esseri costituivano, anni luce fa, una famiglia d’italiani viventi?» Be’, stentava a crederlo, kazzo, anche se l’incredulità spirituale che gli divorava la mente e il cuore non gli aveva impedito di sedersi a propria volta di fronte al tv.
Okay, sullo schermo radioattivo del grundig risplendeva il forzuto epos del tappo culturista – non potevano esservi dubbi, non si trattava di un prossimamente, stavano proprio trasmettendo tutto il film – e in quella, mentre sullo Stallone nano incombeva l’oscura e forse definitiva minaccia del robot sovietico Drago, era squillato il telefono. Ora, non vi farò il torto di tacere che se il vecchio Alex avesse anche solo lontanamente immaginato che attraverso quegli squilli la soave Adelaide stava apprestandosi a fare irruzione nella sua vita, mica sarebbe andato a rispondere così scazzato e ciabattante come in effetti fece, ma si sarebbe fregiato d’un vestito di piume colorate e scarpe d’oro massiccio.
«Pronto?» si era invece limitato a dire, sia pure con un magnifico timbro baritonale e fonogenico portatogli in dono da una pubertà devastante.
«Casa D.?»
«Casa D.» aveva convenuto il vecchio Alex.
«Vorrei parlare con Alessandro, per favore. Sono una sua compagna.»
«Sono io» aveva detto quel vecchio, mantenendosi in attesa degli eventi.
«Ah, ciao. Senti, sono Adelaide» aveva risposto la voce all’altro capo del filo. «L’amica di Francesca di prima C.»
Ecco, aveva connesso: Francesca era una tipa carina della scuola; cioè, erano anche stati insieme venti giorni, qualche tempo prima, e Adelaide, che veniva dalla Sicilia, era la sua migliore amica. Cos’altro sapeva? Ah, sì, che s’era accompagnata con Federico Laterza, una belva in gore-tex che al nostro stava sulla punta da morire, e che aveva una sorella più grande sorprendentemente carina. Aveva finito il liceo l’anno prima, la più grande: era in classe con Federico Laterza, e ormai volteggiavano entrambi nel mondo d’emmenthal dell’università. Francesca gli aveva sempre detto un gran bene di questa Adelaide, erano proprio molto amiche.
Il vecchio Alex le aveva anche parlato, una volta.
Di poesia, fra l’altro.
«Ciao» le disse, e non gli era venuto entusiasta come avrebbe voluto, ma sapeva che c’erano i barricati con le orecchie tese alle sue spalle e la cosa non gli facilitava l’esecuzione dal vivo. «Come va?»
«Bene, grazie. E tu?»
«Medio.» Così diceva sempre.
«Meglio?» Non c’era uno che capisse.
«Medio» ripeté. «Non c’è niente che vada molto male, ma neanche niente d’entusiasmante.» Sapeva che il Cancelliere stava sorridendo sardonico, adesso.
«Ah, medio. Senti, Alex, ti ricordi di quando abbiamo parlato di Cummings, quel poeta fenomenale che ti dicevo?»
«Cummings? Hai voglia!» le disse. «Certo che mi ricordo.»
Era l’unica cosa di cui avessero mai parlato, Cummings. Si parlava di poeti come modelli di vita, come miti, come piedi di porco per scardinare la mediocrità della vita di tutti i giorni e andare a far volare l’aquilone nel prato che c’era dall’altra parte. Lei aveva schierato Cummings, e il vecchio Alex quel kranio immenso del Baudelaire. Non sapeva cosa facesse nella vita, Cummings, ma lei gliene aveva parlato come di un genio, promesso che gli avrebbe prestato l’opera omnia da leggere, al limite.
«Quel libro che ti dicevo, la raccolta... Voglio dire, ce l’ho, te la posso portare.»
“Incredibile” si disse il vecchio Alex, impugnando il ricevitore a due mani. “Cristo.” Si sentiva più alto di svariati centimetri. «Ehi, si può fare», le disse. Decise di prendere tempo per non dare l’impressione dell’ansioso. «Il vecchio Cummings» sospirò. «Perché non ci vediamo, più tardi? Voglio dire fra mezz’ora. Hai tempo, fra mezz’ora?»
«Va bene», aveva risposto lei.
«Facciamo fra mezz’oretta in centro?»
«Va bene. Ti porto il libro.»
«Cristo» si disse il vecchio Alex. Controllò l’orologio al polso con l’espressione più da tigre che riuscì a trovare, disse: «Adesso sono le tre e tre quarti tre e cinquanta. Facciamo alle quattro e un quarto quattro e venti davanti a Feltrinelli?».
«Alle quattro e venti, d’accordo.»
«Davanti a Feltrinelli» ripeté, per essere sicuro non vi fossero dubbi. «Sotto le due torri.»
«Alle due torri» disse la voce all’altro capo del filo.
«Certo», considerò il vecchio Alex. «Ci vediamo lì fra mezz’ora.» Si sentiva i palmi delle mani insensatamente umidi; attese che lei riappendesse, poi controllò di nuovo l’orologio. “Cristo” si disse, gli occhi che brillavano d’una considerevole luce mista a una straordinaria speranza.
Attraversò il tinello con la sua espressione da tigre. Disse: «Io faccio un salto da Feltrinelli».
Il nano forzuto dello schermo stava correndo a perdifiato lungo una distesa di neve del Wyoming, forse.
«È chiusa la Feltrinelli» considerò il Cancelliere da dentro la poltrona.
«Non devo andare in libreria» disse lui. «C’ho solo un appuntamento davanti
«Come sarebbe?» fece la mutter, senza distogliere gli occhi dalle Bologna’s Chronicles. «Sei appena rientrato e già riesci?»
«Te l’ho detto, ho un appuntamento.»
«Con chi, un appuntamento.»
«Con una mia compagna, mutter.»
«Una compagna. Sarebbe a dire?»
«Non la conosci. Cosa ti cambia se ti dico un nome? Non la conosci, comunque.»
«Come si chiama» insistette lei. «Hai studiato abbastanza, per domani?» gli disse.
Autocontrollo. Prova della volontà, prova della volontà. «Sì, ho studiato. Al massimo stasera ripasso. Si chiama Adelaide, va bene?»
«Adelaide. E a che ora torneresti?»
Prova della volontà, prova della volontà. «Rientro per cena, d’accordo?»
«Cancelliere, ma lo sentite? Il principino vuol rientrare per cena... Ascolta, pensi di vivere in un albergo, è così?»
«Dimmi tu, a che ora» fece il vecchio Alex, infilando l’impermeabilizzato. «In ogni caso, no, non credo di vivere in albergo, mutter. Ho solo un appuntamento da Feltrinelli.»
«Quale ti sembrerebbe un’ora giusta?» disse il Cancelliere, continuando a sprofondare impercettibilmente.
Prova della volontà, prova della volontà. «Va bene se torno alle sette?»
«Va bene, Fran?» Fran era il nome della mutter.
«Tu credi che siamo tutti dei cretinetti, non è vero? Pensi di poter spadroneggiare» disse la mutter.
Va bene.
«Comunque, esci pure.»
Va bene.
«Ma il punto non è uscire o non uscire oggi, il punto è che tu qui ci stai solo finché ti fa comodo.»
Prova della volontà. Se alzi la voce va a finire che ti proibiscono di uscire. «Le sei e mezzo. Mi sembra un orario più che equo» disse il vecchio Alex, chiamando a raccolta dalle profondità ctonie del parka tutte le risorse diplomatiche di cui disponeva.
In quella, il frère de lait, riavendosi per un breve istante dai suoi torpori preadolescenziali rigorosamente asessuati, ma ancora visibilmente dentro il flusso del Rocky IV, disse: «Dov’è che vai, te?».
«Esce, poverino» aveva considerato ironico il capo dei barricati. «Torna fuori perché qui si annoia
Se il vecchio Alex pedalava con l’energia disperata d’un Girardengo appena appena più basso e rock, non era solo per andare a un appuntamento, ma per allontanarsi da bordo ring, converrete. In ogni caso, stava pur sempre per incontrare Adelaide e così quel matto pedalava dinamico come nessuno, e mentre pedalava cantava White Man In Hammersmith Palais con voce bassa e stonata.
Vecchio Alex. Se avesse intuito che razza di musical stava per cominciare, smontando dalla bici non avrebbe mica fatto il solito esordio con la camminata scema da cowboy e la solita faccia da domenica stonata...
Vespino bianco già parcheggiato, Adelaide era proprio davanti alla Feltrinelli che guardava le copertine dei libri in vetrina con indosso un maglione verde e un sorriso zen imperscrutabile ma molto onnicomprensivo.
No, se il vecchio Alex avesse intuito che razza di musical stava per, non le sarebbe apparso con la solita faccia e via discorrendo, ma avrebbe estratto dal cilindro la grinta heavy d’un Nicholson, d’un De Niro, minimo minimo la glacialità colma d’urgenza dello Swan ne I guerrieri della notte... «Be’, salve» le aveva detto invece, seminginocchiato sulla bici, alle prese con la catena antifurto. Respirava a bocca aperta con questa cavolo di catena in mano. «Ehi, come andiamo» le aveva detto in un certo modo un po’ strozzato.
Poi, camminando per il centro, questi che non facevano trentatré anni e mezzo in due, avevano cominciato a raccontarsi quel che avrebbero voluto fare nella Vita, di quanto tutto, fin lì, fosse sembrato un po’ irreale, comodo e finto. Adelaide – Aidi, per gli amici – (lo so, lo so, si pronunciava come la tipa dei cartoni animati che viveva nella baita svizzera) avrebbe desiderato vivere in India, ma non sapeva se come missionaria o fotografa o.
Al vecchio Alex sarebbe piaciuto fare qualcosa tipo il giornalista, poiché fare il giornalista era anche un modo per mettere insieme le due cose più belle, viaggiare e scrivere. «Vorrei fare il cronista» le aveva detto, sommerso in una serietà agghiacciante. «Partire per Cuba, o per il Mozambico, con l’accredito-stampa plastificato che mi penzola sulla maglietta dei Ramones. Giuro che se vado a fare il cronista mi taglio i capelli a spazzola e compro le Clark’s.» Non male, eh?
Aidi, invece, gli aveva parlato dei suoi ex ragazzi, un paio di storie che l’avevano lasciata più o meno delusa. Ma non ne parlava in quel certo modo da stronza, tipo io sono stata con dei Ragazzi Più Grandi di te, e neppure se la tirava nell’altro senso, tipo io non ho avuto Esperienze Serie anche se avrei potuto. No. La sua sincerità aveva un che di abbacinante, e ogni volta che diceva una cosa – qualsiasi cosa – riusciva a nebulizzare interesse e fascino attorno a sé e si vedeva lontano chilometri che le sue non erano pose.
“Mio Dio” pensava Alex, camminandole accanto. Si sentiva più alto di svariati centimetri, camminava accanto a lei e pensava: “Ma questa non è una ragazza, è un intero disco di Battisti”.
Ogni tanto, quando smetteva di parlare, lei gli sorrideva come un’alba d’inverno. “Cristo” pensava Alex. “Mio Dio“ si diceva.
E poi era venuto fuori che lei sarebbe andata in America, quell’estate; avrebbe frequentato là il quarto anno e questo fatto era al centro dei suoi pensieri, si capiva. Ne parlava come della prima grande prova della sua vita, a un certo punto aveva chiamato il momento della partenza «il grande volo» – niente male pure questa, vero? – ma tutto quel che lei diceva aveva qualcosa di specificatamente poetico. Le piaceva Bologna, le piacevano le stradine del ghetto, verso l’università, verso il conservatorio e il teatro, le stesse stradine che il vecchio Alex amava.
Un bel momento avevano preso per via Zamboni, e quella domenica pomeriggio c’era già bel tempo, i ragazzi tenevano per mano le ragazze e giravano con le maniche della camicia arrotolate.
Lungo via Zamboni, Adelaide gli aveva chiesto in modo piuttosto diretto e quasi brutale come mai, a scuola, lui sembrava sempre il principe degli incazzati. Cosa faceva il pomeriggio, si sentiva solo, si rompeva, che cavolo faceva, eh?
Okay. Francesca non doveva averle parlato di lui in termini del tutto entusiastici, ma loro due erano andati lo stesso a sedersi sulle panchine davanti al graffito No al razzismo, dalle parti della pinacoteca.
Guardando l’azzurro del cielo si capiva che stava tornando primavera? No, non credo. Però lui lo capiva. E insomma, vi giuro, qualsiasi immagine si potesse avere di lui dall’esterno, illo si sentiva aperto e spontaneo come mai in vita sua. Il vecchio Alex era un tipo che gli piaceva fingere, alle volte. Stupire. Magari era anche un po’ stronzo, alle volte; e invece quella domenica pomeriggio lui e Aidi parlavano delle cose che si erano tenuti dentro per anni, con una naturalezza e un trasporto particolari, magici: le paranoie di Aidi per i suoi genitori separati, la paura di Alex che i suoi lo considerassero una specie di loro estensione e basta... Voi mi capite. Era come se lì,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Jack Frusciante è uscito dal gruppo
  4. Intro. presto sarebbe volato via pure quello stupido febbraio
  5. Primo. Quella pseudoprimaverile domenica pomeriggio
  6. Secondo. La casa di Adelaide era nel parco del seminario
  7. Terzo. Il Cancelliere aveva telefonato dall’Italia
  8. Copyright