Quando eri alle prime armi, quanto sono stati importanti per te i tuoi genitori?
@Valeria Gatto
In ogni istante della mia vita i miei genitori sono stati fondamentali. Abbiamo sempre avuto un rapporto continuo e profondo, abbiamo passato insieme tanto tempo. Papà Stefano e mamma Anna sono stati, e sono tuttora, molto importanti.
Hanno messo al mondo un ragazzino innamorato del pallone: dalla mattina alla sera, in tutti i posti in cui mi trovavo, volevo solo e soltanto giocare con i miei amici o con chiunque mi seguisse in giardino. Dividendo la casa e il tempo del gioco con due sorelle, la mia passione era davvero forte.
Sempre da mia mamma è arrivata la passione per la Juventus. Credo che sia una questione genetica. Mia sorella Elena, tifosa anche lei, racconta sempre di aver assistito alla sua prima partita nella pancia della mamma. Lei è davvero una tifosa dalla punta dei piedi alla punta dei capelli. È di quelle poco sportive, di quelle che faticano ad ammettere quando la Juventus ha giocato meno bene o perso con merito (è raro, ma può succedere). È una persona aperta e generosa, ma nello sport per lei esiste solo la Juventus da una parte, con i suoi campioni e le sue ragioni, e il resto del mondo dall’altra.
Le mie sorelle mi raccontano – vergognandosi un po’, credo, ma anche divertite – che, quando nello skybox dello Juventus Stadium mia mamma si accorge che gli altri ospiti parteggiano per la squadra avversaria, cambia faccia e tono di voce.
È stata lei che mi ha accompagnato a tutti gli allenamenti, da quando avevo sette anni fino a quando ho preso la patente. Mi caricava in automobile e affrontava il traffico che ci fosse pioggia, sole, neve, vento, che fosse un giorno feriale o festivo. Poi si fermava sugli spalti a seguire tutto l’allenamento, un sacrificio enorme, che forse solo una mamma è in grado di sopportare. Io non so se ce la farei. Eppure sono un padre affettuoso, adoro i miei figli e adoro il pallone.
Ci sono due episodi marchiati a fuoco nella mia memoria rispetto al ruolo dei miei genitori e il mio sogno di diventare un calciatore. Il primo risale a quando avevo tredici anni: ero nelle giovanili della Juventus ed era già cominciato il training di un certo livello, composto da un discreto carico di allenamenti, partite e tornei. Oltre all’impegno sempre crescente, ci era arrivato anche il consiglio da parte dello staff di evitare di giocare a calcio al di fuori degli impegni ufficiali. Quindi addio partitelle con gli amici, nei campetti improvvisati, all’oratorio. Questa improvvisa imposizione mi pesò molto. Mi mancava la dimensione di gioco e di amicizia. Credo davvero che per gran parte dei ragazzi della mia generazione l’aver giocato insieme a pallone sia stato un collante eccezionale. Attraverso il gioco ci si conosce a vicenda, si mostrano le qualità, si confessano i difetti, si impara ad accettare l’altro e ad accettarsi per quello che si è. Dover rinunciare a quello svago mi pesava.
Mi ricordo un giorno, tornando da un allenamento, lo dissi apertamente a mia mamma. Lei stava guidando, mi guardò comprensiva e mi rispose: «Capisco. Fai così: tu prova a vedere come va senza giocare con i tuoi amici per un mese. Poi, se capisci che è una rinuncia troppo grande, puoi sempre tornare indietro da dove sei venuto».
Grande mamma Anna.
Mi spronò a tenere duro, a provare. Mi consigliò di continuare a camminare lungo il sentiero che avevo imboccato e che cominciava a farsi ripido. Mi diede la certezza che avrei potuto cambiare strada se la salita fosse stata troppo dura. I miei amici mi avrebbero sicuramente aspettato. Alla fine del mese non volevo fare altro che giocare con la maglia della Juventus e quel pensiero malinconico scomparve.
Il secondo episodio riguarda la scuola. O meglio, la decisione di lasciare la scuola. Avevo diciassette anni ed ero regolarmente iscritto all’Istituto Tecnico per Geometri in una scuola dove andava la maggior parte dei ragazzi delle giovanili della Juventus. Successe che Fabio Capello mi chiamò in prima squadra. Un onore incredibile, una grande opportunità, ma anche un enorme impegno in termini fisici e di tempo.
Capello allenava principalmente la mattina e quindi io ogni mattina saltavo la scuola. Poi il carico di lavoro della prima squadra era molto impegnativo e passavo il resto della giornata a cercare di recuperare le energie. Per studiare e per prepararmi ai compiti in classe me ne restavano pochissime.
Arrivò febbraio e durante l’anno scolastico io mi ero seduto al banco tre volte in quattro mesi. Bocciato sicuro. Nemmeno se fossi passato alle serali avrei mai potuto raddrizzare un anno con così tante assenze (e non voglio pensare ai voti in pagella). Mi trovai di fronte a un bivio: impegnarmi per diventare un calciatore professionista oppure prendere l’altra strada, che appariva meno rischiosa, e provare a recuperare il percorso scolastico.
In verità non ci pensai nemmeno troppo.
Ero così convinto che sarei potuto diventare un calciatore professionista (certo, non sapevo ancora a quale livello) che un pomeriggio presi la mia decisione e affrontai la mamma. Le dissi: «Mamma, a scuola sta andando davvero male. Ho pensato che dovrei concentrarmi sul calcio, investire tutto il mio tempo e le mie energie per trasformare il mio sogno in realtà. Ho pensato di lasciare la scuola. Tu cosa ne dici?».
Lei fu molto risoluta e a, giudicare dalla sua reazione, penso che questo mio discorso se lo aspettasse da tempo. Mi rispose: «Parlane con tuo padre. Se ti dà il permesso, il mio ce l’hai già».
Con lui non parlai nemmeno. Da quel giorno feci parlare solo il campo.
Oggi invece il mio confidente in merito alla carriera calcistica è proprio lui. Dopo ogni partita mi arriva la telefonata della mamma che poi mi passa mio padre. Sa sempre cosa dirmi. Mi riporta sulla terra se sente che sono galvanizzato da una buona prestazione; mi risolleva se capisce che sono demoralizzato o scontento della mia resa in campo. È una presenza che mi aiuta a mantenere l’equilibrio. Non so come farei senza di lui.
Chi ti ha portato allo stadio per la prima volta come spettatore? Che partita era? Che ricordi ne hai?
@Peter Verona
Eravamo al Delle Alpi, tutta la famiglia, ma, devo essere sincero, non ricordo bene la squadra che affrontava la Juve.
Avevo 5 anni.
Ciao Claudio! Tuo padre ha approvato la tua decisione di diventare calciatore?
@Giulia Gennaro
Certo che sì, perché vedeva in me, nei miei occhi, tutta la forza e la gioia di un ragazzo che voleva arrivare a realizzare il proprio sogno. Lui è il mio maestro e, anche se lavorava tanto, non ha mai perso l’occasione di passare un momento con me; è sempre stato pacato nel darmi consigli, sia nello sport sia nella vita di tutti i giorni. Sono davvero fortunato perché continua ancora oggi a insegnarmi qualcosa.
Da piccolo di chi avevi il poster appeso in camera?
@Cristina Cicetti
http://qr.w69b.com/g/mm2pLZNfO
Ne avevo tantissimi. Sono sempre stato juventino fino al midollo, però amo tutto il calcio e quindi i poster di Ronaldo, Weah, Zidane, Owen, Henry non potevano mancare. In quegli anni giocavo come attaccante, i centrocampisti non li guardavo nemmeno… ahahah!
Ciao Claudio, ti faccio una domanda un po’ personale: parli spesso di un tuo amico scomparso troppo presto. Chi è? Cosa gli è successo? Perché è stato tanto importante nelle tua vita?
@ Peter Verona
Davide era il mio migliore amico. È morto quando aveva soltanto diciassette anni per un carcinoma che, partito dall’osso del ginocchio, ha aggredito poi tutti gli organi vitali. Era un ragazzo come me, che amava la vita, l’amicizia e il calcio. Giocava nelle giovanili del Chieri, io già nella Juventus, ed era il mio partner degli allenamenti estivi, quando la stagione era ferma.
Un’estate eravamo in vacanza in Liguria. Ci tenevamo in forma a vicenda. Solo che lui alla fine di ogni corsa avvertiva un dolore al ginocchio.
A settembre arrivò la diagnosi. Tremenda. Poi i giorni concitati in cui i medici cercarono una soluzione, parlando anche di amputazione della gamba. Infine la sentenza definitiva. Non c’era più niente da fare. Il tumore era a uno stadio molto avanzato, e le terapie cui si è sottoposto gli hanno dato solo qualche mese di vita in più, fino a quando è scomparso.
Davide era un ragazzo come me. In qualche modo ero io. La sua morte è stata tanto sconvolgente per me proprio per la nostra intercambiabilità. Il giorno prima correvamo insieme, sulla stessa strada, allo stesso ritmo. Il giorno dopo lui era nel letto di un ospedale.
È stato eccezionale anche nel modo di affrontare la malattia. Mai, e dico mai, mi ha fatto pesare la sua sfortuna, la sua condizione, il suo orizzonte temporale così limitato. Tutte le volte che lo andavo a trovare l’ho visto con il sorriso. Non si è mai pianto addosso. Ha affrontato la malattia, il dolore e la morte con la serenità di un angelo.
Suo padre mi ha raccontato che poco prima di morire è stato lui a dirgli di stare tranquillo, che non era spaventato, che era pronto.
È per questo che vado ogni anno a trovare i bambini al reparto oncologico dell’ospedale Regina Margherita. Sento dentro di me l’energia di Davide, il suo straordinario modo di essere malato ma non vivere da malato. Mi aiuta a non farmi turbare dalle situazioni che incontro. Tutti sappiamo che le persone malate di tumore devono essere combattive, rendere la vita dura alla malattia. Io lo so perché ho visto Davide affrontarlo nel modo giusto, nell’unico modo possibile.
Quando ripenso alla tragedia di Davide, capisco di essere stato davvero fortunato. Lui è l’unica persona cara che mi è venuta a mancare e la sua scomparsa mi ricorda ogni giorno quanto sono legato a quelli che amo e che doni meravigliosi sono l’amicizia, l’amore, la famiglia.
Quand’è stata la prima volta che un tifoso ti ha chiesto un autografo o una foto, e cos’hai provato?
@Serena Valpreda
In realtà non so se si può considerare un vero e proprio autografo, visto che all’epoca, avrò avuto appena nove o dieci anni, non ero ancora conosciuto. Se non ricordo male, ero in vacanza con la mia famiglia ad Alba Adriatica. Una sera, mentre i grandi giocavano a carte nella veranda dell’albergo sul lungomare, io incominciai a palleggiare; un signore, che mi aveva visto iniziare, mi ripassò davanti dopo un bel po’ di tempo e, incuriosito, mi chiese: «Ma sei ancora lì? Quanti ne hai fatti?». Con il fiatone risposi: «Millequarantuno, millequarantadue, millequarantatré…». Mi fermai a millecentoventotto. Subito dopo firmai il mio primo autografo.
Ciao Principino! Nella tua infanzia ci sono stati Holly e Benji? E quali altri cartoni animati o personaggi di cinema e tv?
@Lollo Paverani
Tra tutti i Simpson, che guardo ancora oggi con i miei figli.
A volte mi immagino come Homer, sul divano a guardare la tv…
Qual è la prima cosa che pensi quando ti guardi l’avambraccio destro e leggi Impossible is nothing?
@Michele Pozzi
La storia del tatuaggio è una storia importante. Una di quelle che ti fanno pensare che la vita non è frutto del caso, ma che ci sono alcuni segnali che bisogna saper cogliere e mettere in fila in armonia.
Quel tatuaggio mi riporta a Fabio, il mio ex cognato con cui abbiamo tutti mantenuto un bellissimo rapporto, che giocava sempre co...