Pepincito era a letto, coperto fino agli occhi. Quando sua madre lo aveva visto arrivare bagnato fradicio, con il fiatone e il labbro sanguinante, era quasi svenuta. «Madonna santa! Cosa ti è successo?»
«Reinoso mi ha picchiato.»
«Perché ti ha picchiato?»
«Non lo so, mamma, Reinoso picchia tutti.»
«Ti ho detto mille volte di non avvicinarti a quello!»
«E chi si avvicina? Stavo andando a scuola e mi ha preso da dietro, non l’ho neanche sentito arrivare.»
«Non ci credo.»
«Perché? Pensi che io mi metta a provocare uno come Reinoso?»
«Vabbè, adesso vieni qua che ti pulisco la ferita.»
Sua madre gli aveva disinfettato la ferita con l’alcol. Dal dolore era quasi svenuto.
«Adesso ti cambio i vestiti, ti preparo un po’ di latte caldo, poi ti metti a letto.»
Stava bevendo il latte, quando all’improvviso si era sentito il suono di una sirena. A Palo Santo il suono di una sirena, di qualsiasi natura, non si era mai sentito.
«Vado a vedere che cosa sta succedendo, non ti alzare, capito?»
La signora Fernández uscì. Tutti si erano riversati in strada. Guardò verso la macelleria. Era la prima cosa che faceva quando usciva.
Il signor Andreani era fuori con Tiko, il quale, sentendo il rumore della sirena, aveva abbandonato momentaneamente la toppa.
«Antonio.» Il signor Andreani si chiamava Antonio, quindi lei lo chiamava Antonio. «Cos’è successo?»
«Non lo so.»
«Sembra che davanti al negozio delle sorelle Paganini ci sia la macchina della polizia» disse Tiko.
«La polizia? Oddio che paura!»
Se hai paura tornatene a casa, pensò il signor Andreani mentre rientrava nella macelleria. Ormai quella non la poteva più vedere.
E se ne approfitto per comprare la carne? Pepincito non può venire, e poi vedo come mi riceve, di aspetto sono a posto. Si era persino messa il rossetto. Prima che arrivasse il figlio – e che arrivo – aveva giusto intenzione di andare dalla merciaia. Meno male che non c’era andata, la polizia e i soldati le mettevano paura. Aveva ricevuto una lettera dall’Italia. La sorella di sua madre diceva che stavano capitando delle cose orribili lassù. Entrò nella macelleria. «Visto che ormai sono uscita, ne approfitto per prendere un chilo di bollito.»
Il signor Andreani tagliò la carne senza chiederle come volesse quel maledetto bollito, non le diede neppure il pezzo di coda che regalava a tutti i clienti. Pesò la carne, arrotolò il tutto nella carta e le porse il pacco.
«Per la fretta sono uscita senza soldi. Puoi passare a prenderli da me… quando vuoi» gli disse, accentuando quel quando vuoi.
«Non importa, poi mi manda suo figlio.»
Ormai non c’era altro da dire, la signora Fernández uscì dalla macelleria. Tiko aveva sentito tutto dal marciapiede. Puoi passare da me quando vuoi? Anche questa era interessata al macellaio. Ma cosa aveva quello, l’uccello d’oro? Chi tanto, chi niente. Vabbè, un cesso così se lo tenga pure.
«Arrivederci, Tiko.»
«Arrivederci, signora Fernández. Come va il bambino?»
«Parliamo d’altro.»
La signora Fernández guardò verso la merceria, vedeva una macchina parcheggiata, ma non si distingueva nient’altro. In quel momento stava arrivando il garzone della macelleria. «Hanno tentato di rubare dalla merciaia» disse rivolgendosi un po’ a tutti.
«Sai qualcos’altro?» gli chiese la sarta.
«Solo quello, non lasciano avvicinare nessuno.»
La signora Fernández entrò in casa e chiuse la porta. Della merciaia non gliene fregava niente, del macellaio sì. Era stato troppo freddo. Come mai, se si era confidato con lei riguardo alla figlia? Lo avrà scoperto la moglie, quella è una strega, chissà che testa gli avrà fatto.
«Cos’era quella sirena, mamma?»
Il bambino! Si era dimenticata del bambino! Andò di corsa in camera. «Era la polizia di General Güemes. Hanno cercato di rubare nel negozio della merciaia.»
«È morta?» chiese Pepincito alzandosi di scatto.
«Chi?»
«La signorina Solimana.»
«E perché dovrebbe essere morta?»
«Boh… dicevo così per dire.»
Si coricò di nuovo. Doveva fare attenzione prima di parlare.
«La polizia non mi piace, ma quasi quasi ne approfitto per denunciare quello stronzo di Reinoso» disse la signora Fernández.
«Se la polizia è venuta a prenderlo, lascia stare.»
«E chi ti ha detto che è stato Reinoso?»
Di nuovo! Perché non imparava a star zitto? «L’ho detto così per dire, magari dopo avermi picchiato ha deciso di continuare a fare cattiverie.»
La signora Fernández guardò preoccupata suo figlio. Quel bambino non stava bene. Appena aveva un minuto di tempo, doveva portarlo dalla fattucchiera.
All’improvviso Pepincito sentì una fortissima botta al cuore: il pestello! «Mamma, non andare!»
«E perché?»
«Magari il ladro ha preso la signorina Solimana come ostaggio!»
La signora Fernández sospirò preoccupata. Oltre che portarlo da doña María, doveva bruciargli tutti quei fumetti. Appena finisco coi lavori del matrimonio, vado anche dal pazzo Echeverry, deve smettere di dargli quei maledetti fumetti che lo rintronano ancora di più.
«Stai tranquillo. Vado e torno.»
Il risveglio di Reinoso nel salotto della signorina Solimana non fu un bel risveglio. Era nudo, per terra, e la merciaia gli stava puntando una pistola in mezzo agli occhi. «Non ti muovere o ti faccio saltare le cervella. Alzati!»
Reinoso si alzò. La merciaia non gli sorrideva più, anzi, sembrava incazzata nera.
«Alza le braccia.»
Reinoso alzò le braccia.
«Girati.»
Reinoso si girò.
«Adesso siediti.»
Reinoso si sedette.
«Alza i piedi.»
Reinoso ebbe paura. L’altra è scema, questa è matta. Sono stato un cretino, dovevo colpirla prima, dove sarà finito il verme? Nessuno deve sapere che quel moccioso mi ha preso per il culo.
«Alza i piedi, ti ho detto, o sei sordo?»
Reinoso appoggiò la schiena contro il sofà e alzò i piedi. La pazza gli stava guardando attentamente la pianta dei piedi.
«Adesso vestiti.»
Reinoso iniziò a vestirsi. Coltello e contundente erano sul tavolino al posto delle delizie che aveva mangiato. Non c’era più il vassoio, che fosse stato un sogno?
«Rimani seduto e non ti muovere.»
Reinoso non aveva l’orologio, ma gli sembrò che il tempo si fosse fermato. La merciaia continuava a puntargli contro quella fottuta pistola. Poi sentì le sirene. Cosa voleva dire? Si sentivano sempre più forte. Alla fine smisero di suonare. Smisero di suonare perché una macchina si era fermata davanti alla casa della merciaia. Merda! Non sarà la polizia?
Era la polizia.
La merciaia si alzò. Sempre tenendolo sotto tiro con la pistola, andò alla porta, tolse il chiavistello, aprì. «Per di qua» disse rivolgendosi a delle persone che Reinoso dal sofà non riusciva a vedere. Poi le vide: erano due poliziotti in divisa e un altro vestito da civile. Quelli guardarono la credenza spalancata, i fogli sparpagliati per terra, le scatolette scoperchiate. A Reinoso non sembrava di avere fatto tanto casino.
«Buongiorno, signora…»
«Signorina, signorina Solimana Paganini.»
«Piacere, signorina Paganini. Sergente Mancuso, al suo servizio.» Poi guardò interrogativo la pistola che Solimana teneva in mano.
«Ce l’ho per difendermi, sono una donna sola, comunque è denunciata, posso farle vedere il permesso.»
«Non si disturbi, adesso però non ne ha più bisogno» le disse con un sorriso. Solimana posò l’arma sulla credenza, vicino alla statuetta anteriormente descritta.
Il sergente le presentò gli altri: «Agente Pérez, assistente Bonetti».
L’agente Pérez era un creolo panzone col naso viola pieno di venuzze, segno inconfondibile dell’affezione al vino rosso. L’assistente Bonetti aveva un aspetto rachitico, la faccia giallastra e macchie marroni sui denti. Sicuramente non era una persona felice. Invece il sergente Mancuso aveva un gran bell’aspetto: alto, prestante, né grasso né magro, sguardo intelligente.
Dopo le presentazioni, il sergente si rivolse al subalterno: ...