Quando ancora mancavano giorni al Mondiale, più o meno ad aprile 1986, nel paese c’erano problemi molto più importanti della Nazionale. Vabbè, ma noi siamo così, eravamo così. La politica si è sempre intromessa nel calcio, l’ha sempre usato, e sfortunatamente continuerà a farlo. Il presidente, Raúl Alfonsín, aveva dichiarato che non gli piaceva come giocava la Nazionale e, da allora, il malcontento iniziò a montare sempre più. Si diceva che il governo volesse far fuori Bilardo e sostituirlo con un altro allenatore. Fatto sta che un giorno mi telefona Rodolfo O’Reilly, che era uno del ministero dello Sport, insieme a Osvaldo Otero, e mi dice: «Manderemo via Bilardo…».
Erano le undici di sera in Italia. Il telefono squillò, cosa strana, e me lo passarono. Allora io gli risposi:
«Scusi, ma lei come ha fatto ad avere il mio numero?»
«Be’, noi del governo abbiamo i numeri di telefono di tutti.»
«Ah sì? Be’, se lo dimentichi perché io non la conosco, non l’ho mai nemmeno vista in faccia e mi chiama alle undici di sera, ma lo sa che qui sono le undici di sera? E le dirò di più, qualcosa di più importante…»
«Mi scusi, Diego, cosa?»
«Che se volete far fuori Bilardo, fate conto che state facendo fuori me. Quindi, se la cosa non fosse ancora abbastanza chiara, ne mandate via due di uomini, non uno. Due. Se lui se ne va, me ne vado anch’io.»
E agganciai.
Se racconto questo è perché voglio che sia ben chiara una cosa: quando mi chiamarono dal governo per cacciarlo, io non tradii Bilardo, ma lui invece tradì me molti anni dopo. Quasi trent’anni dopo.
All’epoca io ero un menottista, ma alzai la bandiera della causa per il gruppo, perché ero convinto che quel gruppo avrebbe vinto qualcosa. La causa era malmessa, traballante. Io volevo che il vento smettesse di soffiare contro e ce la feci: mi ero proposto di far vincere quella squadra. E lo feci. Alfonsín? Ma figuriamoci se Alfonsín era lì a preoccuparsi di Bilardo con tutti i grattacapi che aveva! Ma per favore.
Io mi stavo dando alla causa, ai ragazzi e anche a Bilardo. Non era un tipo così male. Non lo dico ora che sono arrabbiato, ma per me è morto quando è rimasto all’AFA dopo il Mondiale del Sudafrica, nel 2010. E, per me, non c’è nessuno che lo possa far resuscitare. Mi è stato detto che vuole parlare con me, ma io non intendo dargli nessuna possibilità. Nessuna, eh. Quella volta dissi che non era una storia. E ancora meno adesso. Tutto questo non è una storia. È la verità. La mia verità.
È ovvio che niente potrà farmi dimenticare quando venne a cercarmi a Barcellona per parlarmi del suo progetto. Ma una cosa non esclude l’altra. Ed è arrivato il momento di raccontare come andarono le cose, il momento di parlare più della squadra e non tanto del piano tattico di Bilardo.
Carlos non ci lasciava allenare! Quando parlano della tattica di Bilardo, io dico: ma per favore! Ma se un giorno, prima della partita contro la Corea, non sapevamo nemmeno come avremmo giocato; non sapevamo se Burruchaga avrebbe giocato a sinistra o a destra, se Sergio Batista, il «Checho», avrebbe coperto la zona centrale o la fascia laterale…
Ma è anche vero, certo, che Bilardo venne a cercarmi quando nessuno pensava a me. Nessuno.
Volevo la rivincita
Erano tutti più preoccupati per Passarella che non per Maradona e quel tizio si presentò a Lloret de Mar, ma fuori stagione. Era marzo 1983 e faceva ancora fresco. Ma io non sentivo né il freddo né il caldo; l’unica cosa che m’interessava era allenarmi per rimettermi a giocare. Ero fuori da quasi tre mesi per l’epatite di merda che mi ero preso nel dicembre 1982. Avevo fatto una preparazione speciale con un prof del Barça, Joan Malgosa, ed ero insieme a Próstamo, che era stato un mio compagno nell’Argentinos. Mi mancava davvero poco per calciare di nuovo un pallone ed ero ansioso di farlo. E poi ero anche ansioso perché si diceva che se ne sarebbe andato l’allenatore, il tedesco Udo Lattek, che ci faceva impazzire con gli allenamenti fisici e si dimenticava del pallone, e che sarebbe arrivato il «Flaco» Menotti. Per me, una vera benedizione. Finalmente mi sarei sentito a mio agio nel Barça. Era una grande spinta per me.
Mi apparve all’improvviso Bilardo con Jorge Cyterszpiler, che era ancora il mio agente. Arrivò di sera, direttamente da Barajas, e parlammo un po’ prima di cena, poi la mattina successiva quel pazzo mi chiese dei pantaloncini e venne a correre con me. Erano 6 chilometri, gli ultimi che mi restavano. Trottammo, camminammo, trottammo. E parlammo, parlammo moltissimo. Ricordo bene la nostra conversazione.
«Voglio sapere come stai…»
«Bene, bene, sono tre mesi che non gioco, ma domani toccherò di nuovo un pallone e poi non mi fermerà più nessuno.»
«Perfetto, e volevo anche parlarti dei miei progetti per la Nazionale, se ti va di farne parte.»
«Ascolta, Carlos: il mio contratto dice che mi devono lasciar andare per le qualificazioni e per qualsiasi altra partita, a meno che il Barcellona non abbia qualche appuntamento importante. Ma il mio unico appuntamento importante è la maglia della Nazionale.»
Poi se ne venne fuori con la faccenda della grana. Bilardo la faccenda della grana la tirava sempre fuori. Del denaro, come diceva lui. Mi chiese se avrei avuto qualche pretesa economica, se avrei chiesto qualcosa…
«Noooooo, tranquilli… Figuriamoci se ne faccio una questione di soldi! Se accetto è per la Nazionale e per difendere la maglia argentina. La questione dei soldi non m’interessa per niente, per niente…»
Io ero reduce dall’esclusione dal Mondiale del ’78. E dalla partecipazione a quello dell’82, dove erano stati commessi alcuni errori, a partire dal sottoscritto: arrivai fisicamente distrutto. Ma non fu nemmeno quello a far girare tutto storto. Tipicamente argentino: nel ’78, siccome si vinse, erano tutti eroi. Nell’82, siccome si perse, tutti da buttare. Noooooo. Non era così.
Ma fatto sta che ero provato. E convinto di volere una rivincita, e di volerla con tutto me stesso.
Appena tornato, nella mia prima intervista, dissi che al Mondiale dell’82 non avevo fallito, che avevo fatto tutto il possibile. Ma avevo ben chiaro che quella volta, chi ci aveva perso di più, ero stato io: molte aspettative, grande pubblicità, e tante persone false lì ad aspettare che cadessi… E ricordo molto bene che dissi: «Ma andiamo, ragazzi, non raccontiamoci balle; nel nostro paese ci sono cose ben più importanti di Maradona… Voglio cancellare questo Mondiale dalla mia testa e iniziare a pensare a quello dell’86». Nell’82 dissi proprio così. E un anno dopo mi stavo mettendo nelle condizioni di dimostrare che era possibile.
Bilardo iniziò a spiegarmi le idee che gli frullavano in testa, come voleva che giocassi e cose del genere. Mi disse di non spaventarmi per la faccenda dell’epatite, che lui aveva avuto due casi nella squadra dell’Estudiantes, Letanú e Trobbiani, e che all’inizio non era facile tornare, ma poi mi sarei ripreso. E quanto al gioco, devo dire che mi facilitò in ogni modo: mi voleva libero, che giocassi dove mi portava l’istinto, gli altri si sarebbero mossi intorno a me. Mi voleva dalla metà campo in avanti, senza compiti difensivi (quanti gol avrei segnato!), come facevano Rummenigge o Hansi Müller con la Germania Ovest. Adorava la Germania Ovest. Ricordo che poi andò a parlare con Stielike, che era il libero del Real Madrid. Andò anche dal vecchio Di Stéfano. Un grande, Alfredo. Gli ho sempre voluto molto bene, molto. Era una testa calda, come me, ed era avanti coi tempi. Durante quell’incontro, disse a Bilardo che ciò che mancava al calcio argentino era movimento e dinamismo, che al di là di giocare, segnassero tutti. E aveva proprio ragione.
E subito Bilardo mi rivolse una frase che non dimenticherò mai, mai, qualsiasi cosa succeda: «Sarai il capitano», così mi disse.
Il cuore mi esplose, il cuore mi esplose! Se non sono morto d’infarto quel giorno, allora non mi succederà mai. Ancora oggi, quando mi dicono che sono stato, che sono, che sono!, il capitano della Nazionale, continuo a provare le stesse sensazioni. È come tenere in braccio Benja, la stessa emozione. Come se prendessi il comando, la responsabilità. Non c’è cosa più bella che essere il capitano di una squadra. E ancor più della Nazionale: ah, sei un vero capo, davvero un boss.
Ero stato capitano dell’Argentinos, della Nazionale giovanile, del Boca, ma il mio sogno era essere capitano della Selección. In ogni viaggio, a ogni trasferta, mi compravo o mi facevo comprare fasce da capitano… All’epoca ne avevo tipo duecento. E avevo solo 24 anni, ma mi sentivo pronto. Se Passarella era stato il capitano fino ad allora, adesso toccava a me.
Quando ti affidano questo ruolo devi per forza conoscere tutti. Io mi facevo portare video, come giocava questo, come giocava quell’altro, facevo molte domande al telefono, ai miei fratelli, ai miei nipoti. Loro mi aiutavano, me li descrivevano, «Quello è in gamba» o «Quell’altro dovrebbe passare di più la palla…». Certo, adesso fa ridere, ma all’epoca vedere una partita in televisione era quasi impensabile; dovevi racimolare le informazioni da qualsiasi parte. E io le cercavo ovunque. Ancora di più come capitano.
Doveva essere la Nazionale di Maradona
Il primo obiettivo che mi proposi, quando venni a sapere che il mio sogno si era avverato, fu di dare forza a un’idea: giocare con la maglia della Nazionale doveva diventare la cosa più importante del mondo, anche se i soldi veri li avrei guadagnati con la maglia di un club europeo.
Volevo che la Nazionale di Maradona fosse così, quello era lo stile che volevo trasmettere.
Mi colpì anche tanto, tanto, quando Bilardo mi disse che sarei stato l’unico titolare certo. Per questo io feci lo stesso con Mascherano, molti anni dopo. Avrei dovuto farlo anche con Messi, non l’ho mai detto, ed è uno dei conti in sospeso che ho. Attenzione, io accetto la storia del «Maradona e altri dieci», proprio come in seguito ho detto «Mascherano e altri dieci», ma non ho mai creduto di poter vincere da solo perché è impossibile. Per questo riconosco a tutti i miei compagni il sacrificio che abbiamo fatto… A tutti meno che a Passarella.
Ma non corriamo troppo. Eravamo nel marzo 1983 e questa storia stava appena iniziando. Sarebbero passati ancora quasi due anni prima che indossassi di nuovo la maglia della Nazionale. Sembra incredibile, ma fu così. Nel mezzo, vissi di tutto. Come è sempre stato per me, un anno ne valeva tre o quattro.
Una settimana dopo quell’incontro con Bilardo, ripresi a giocare: ero fermo da tre mesi per colpa dell’epatite. Pareggiammo 1-1 con il Betis, ma la cosa più importante è che in panchina era seduto il «Flaco» Menotti. Fu il suo debutto. E con il «Flaco» fu tutta un’altra storia. I ragazzi s’innamorarono di lui per il modo in cui li trattava. Certo, erano abituati al tedesco e Menotti ti comprava con le parole. Pensate che perfino Guardiola lo andò a cercare quando decise di fare l’allenatore. Oggi, chiunque s’incontri di quel gruppo, la prima cosa che fa è chiedere del «Flaco»…
Mi godetti molto quel Barcellona e ricordo delle grandi partite come una contro il Real Madrid, al Bernabéu. Vincemmo 2-0 e io feci un gol fantastico, che ancora oggi le televisioni trasmettono, perché partii da metà campo, un contropiede fulminante; il portiere Agustín mi uscì incontro; lo superai e andai da solo verso la porta. Avevo visto che dietro di me c’era Juan José, un difensore piccoletto, con la barba, biondo e con i capelli molto lunghi. Feci finta di entrare in rete con la palla, lo aspettai e, quando arrivò, feci uno scarto a rientrare, quasi sulla linea. Lui passò oltre e andò a sbattere con le gambe aperte sul palo. Uuuuhhh, se ci penso mi viene male. Io calciai la palla piano piano in gol… Il Bernabéu si alzò ad applaudirmi.
Con il «Flaco» Menotti al comando, finimmo quarti nella Liga. Riuscii a giocare le ultime sette partite e vincemmo persino la Coppa del Re. E in più contro il Real Madrid di un grande, Alfredo Di Stéfano. Ora dovevamo buttarci a capofitto nella Liga successiva.
Credevo che, dopo l’epatite, non mi sarebbe potuto succedere nulla di peggio. Ma non fu così… Iniziammo con una sconfitta, ma non fu quella la cosa più grave. La cosa più grave accadde alla quarta giornata quando l’Athletic Bilbao venne a giocare al Camp Nou. Era un clásico contro i baschi, si giocava sempre al massimo.
È una storia da romanzo, sì, ma molto reale. Accadde proprio a me e mi brucia ancora…
La racconto di nuovo perché all’epoca ci fu un personaggio fondamentale e che tornò a esserlo molto a ridosso del Mondiale, quando ormai non c’era quasi più tempo. Parlo del dottor Rubén Darío Oliva. Il «Tordo». O il «Loco», con tutto il rispetto del mondo. Lui lo sa che lo chiamo così. E in quel momento gli dovetti dare quel nome. Sì, lo chiamai così quando Goikoetxea mi ruppe la caviglia.
Era il 24 settembre 1983. Ricordo la data come fosse quella di un gol importante. E come potrei mai dimenticarmene se è stato il peggior infortunio di tutta la mia carriera? Quanto si picchiava all’epoca nel calcio spagnolo! Che non ci fosse almeno un giocatore fratturato per partita era un vero miracolo. Ho sempre raccontato quella storia, quella del ragazzino che andai a trovare in ospedale perché era stato investito da un’auto e mi voleva conoscere. Mentre uscivo dalla stanza, di fretta perché era lo stesso giorno della partita contro il Bilbao, il ragazzino mi disse di fare attenzione, perché mi avrebbero preso di mira… Io sentii un brivido lungo la schiena, certo, perché queste cose fanno un po’ impressione. Ma ero talmente abituato alle botte che non pensai potesse essere diverso dalle altre volte.
La partita era tranquilla per noi. Stavamo vincendo 3-0 e Schuster aveva colpito Goikoetxea. C’era un conto in sospeso tra di loro, perché tempo prima era stato il basco ad aver fatto male al tedesco. Fatto sta che lo stadio era una bolgia a favore del tedesco, e l’altro se lo voleva sbranare. Lo voleva ammazzare. Siccome l’avevo così vicino, perché mi stava marcando, gli dissi:
«Tranquillo, Goiko, calmati. State perdendo 3-0 e di questo passo ti becchi un cartellino giallo…»
No, no, non lo volevo innervosire. Giuro di no. Io parlavo così con i miei avversari, soprattutto con quelli che mi marcavano. Certo stavo attento a come si comportavano con me. E quella sera non lo vidi arrivare, non lo vidi arrivare. Se no, l’avrei schivato.
La giocata è stata trasmessa migliaia di volte in televisione, e ora potete cercarla in qualsiasi archivio. Corsi a cercare il pallone verso la nostra porta, all’altezza della metà campo. Lo raggiunsi, lo toccai di punta verso la mia sinistra, usando quello che adesso chiamano «controllo orientato», per cambiare direzione e ripartire, che era il mio forte. Con un primo tocco breve facevo fuori i difensori.
Ma non appena appoggiai il piede sinistro per cambiare direzione e ripartire, sentii il colpo. Giuro, sembrava il suono di un pezzo di legno quando si spezza. Lo sentii. E lo sento ancora adesso, proprio come allora. Ricordo che il primo ad arrivare fu Migueli…
«Come stai, come stai?» mi urlava.
«Mi ha rotto tutto, mi ha rotto tutto…» gli risposi in lacrime.
Mi portarono dal Camp Nou direttamente in ospedale su un furgoncino che visto oggi ci sarebbe da vergognarsi. Non era nemmeno un’ambulanza. E quando mi fecero entrare nella mia stanza, l’unica cosa che mi interessava era sapere quando avrei potuto riprendere a giocare. Se sarei riuscito a giocare ancora… Poco dopo arrivò il «Flaco» Menotti. Si affacciò e con la sua voce roca per colpa delle mille sigarette mi disse: «Tu sei un fuoriclasse, Diego, e ti riprenderai presto. Speriamo che il tuo dolore serva a fermare la violenza,...