Questa è la storia di Rolihlahla, che correva su e giù per le colline a piedi nudi; di Nelson, che aveva come libro una lavagnetta; di Dalibhunga, che lottò per la libertà. La storia di Rolihlahla Dalibhunga Nelson Mandela – Madiba, per il suo popolo – è quella di un bambino fuori dal comune che divenne un grande uomo di pace e vinse il premio Nobel.

- 96 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
La storia di Mandela raccontata ai bambini
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
LIBERTÀ


Tembi, Nyamelo, Bantu e Monde guardano la nonna con il fiato sospeso, in attesa del lieto fine.
«E questa è l’ultima». Nella foto Nelson tiene per mano Winnie e solleva il pugno destro in aria.
Ha tante rughe sul volto e tutti i capelli bianchi. È questa la faccia di Madiba che i bambini hanno conosciuto, qualche inverno prima, quando, ormai libero, è tornato a Qunu.
«Un pochino ti assomiglia, nonna» osserva Monde.
«Non per niente siamo cugini» replica Nombulelo, poi con uno sguardo scherzoso aggiunge: «Ma io sono molto più giovane di lui! In questa foto aveva settantun anni, eppure non aveva smesso di essere un tipo fuori dal comune! Era solo l’inizio della sua seconda vita».
«Ma non si voleva vendicare di chi l’aveva chiuso in prigione?» chiede Bantu.
«No, e fu una sorpresa per molti. Nelson non ce l’aveva con i bianchi. Se la prendeva con il sistema che aveva portato la gente a odiarsi in base al colore della pelle. Per tutta la vita» spiega la nonna «aveva lottato per la libertà.»
Era arrivato il momento del dialogo.
L’ANC aveva combattuto per settantacinque anni, venti dei quali attraverso la lotta armata. Ma era impossibile sconfiggere il governo sul campo di battaglia. Solo sedendosi intorno a un tavolo con il nemico si poteva ottenere davvero la libertà. Il problema è che, quando si combatte per così tanto tempo, nessuno vuole tendere la mano per primo, per non mostrarsi il più debole.
In segreto, Nelson fece una proposta di dialogo al governo e poi dovette convincere i suoi compagni che quella era la cosa giusta da fare. Gli ci vollero alcuni anni prima di riuscire nel suo intento. Le cose procedevano lente come camaleonti.
Nel 1989 il nuovo presidente De Klerk si fece promotore di certi cambiamenti. Autorizzò una marcia pacifica contro la brutalità della polizia, liberò Walter Sisulu e altri prigionieri politici di Robben Island senza condizioni, cominciò a smantellare le leggi che regolavano l’apartheid: aprì le spiagge, i teatri, i ristoranti, gli autobus e altri luoghi pubblici ai neri, e dopo quarant’anni revocò la messa al bando dell’ANC, del PAC e del Partito comunista.
Però non sospese lo stato di emergenza, né richiamò i militari dai quartieri neri e, agli occhi di Nelson, continuò a tutelare i diritti della minoranza bianca a spese della maggioranza nera.
Non era vera libertà quella.
Poi, l’11 febbraio del 1990 arrivò il momento tanto atteso: dopo ventisette anni, Nelson fu rilasciato. Quando uscì dal cancello si aspettava di trovare centinaia di persone ad accoglierlo, ma fu sorpreso di vederne migliaia.
Ed era solo l’inizio: un mare inimmaginabile di gente lo aspettava al municipio di Città del Capo. La sua auto non riusciva a passare, la folla scuoteva la macchina come una barchetta in una tempesta.
La miseria e la criminalità consumavano il futuro della gente di Soweto e, questa volta davanti a centomila persone riunite nello stadio, Nelson urlò ancora più forte: «La libertà senza la possibilità di vivere in pace non è vera libertà».
Non era più in prigione e finalmente poteva dormire in un letto morbido, ma non riusciva a chiudere occhio, con la folla là fuori che cantava inni alla libertà, senza tregua.
I negoziati procedevano a rilento. La sfiducia reciproca e la violenza rischiavano di degenerare in una guerra civile, con stragi di manifestanti disarmati per mano della polizia e guerre fratricide tra neri segretamente finanziate dalle autorità.
Nelson era arrabbiato con De Klerk, ma nonostante tutto continuò a collaborare con lui, perché fare la pace significa questo: trasformare il nemico di sempre nel tuo alleato.
Nel 1993 vinsero insieme il Nobel per la Pace, e anche se qualcuno non sopportava il fatto che il carceriere e il carcerato fossero messi sullo stesso piano, per Nelson quel che contava era il risultato: il 27 aprile del 1994 ventitré milioni di persone andarono a votare per la prima volta.
E quel giorno non ci fu violenza.
Vinse l’ANC con il 62,6 per cento dei voti: dopo trecento anni, la minoranza bianca riconobbe d’essere stata sconfitta dalla maggioranza nera.
Il popolo, alla fine, aveva vinto: quella vittoria spettava a Nelson, ai suoi compagni e a tutti gli eroi che avevano sacrificato la vita per ottenerla.
«Siamo finalmente liberi!» disse Mandela, che fu eletto presidente.
Fu approvata una costituzione democratica e nei cinque anni successivi il presidente Nelson Mandela cercò spesso di rassicurare i bianchi che non aveva alcuna intenzione di vendicarsi.
Tutti ricordano quando, l’anno dopo, gli Springbok, la squadra di rugby bandita per via dell’apartheid, tornò a giocare la Coppa del Mondo.
In Sudafrica i bianchi giocavano a rugby, i neri giocavano a calcio e detestavano gli Springbok.
Nelson tuttavia invitò tutti i cittadini, bianchi e neri, a tifare per loro.
Nel giorno della finale, quando il presidente scese in campo con la maglia verde e oro per stringere la mano ai giocatori, il pubblico bianco lo acclamò: «Nelson, Nelson!».
Gli Springbok vinsero il trofeo, e fu una vittoria per tutto il Paese.
I bianchi e i neri avevano conquistato la possibilità di essere liberi.
È scoccata ormai la mezzanotte, ma i quattro cugini fanno ancora di tutto per non andare a dormire.
«Quella che vi ho raccontato è una lunga storia, iniziata con un bambino di otto anni, Rolihlahla… e che ci porta fino a un giorno quando di anni ne aveva ormai quasi ottanta. A quel punto, anche lui come me era diventato nonno e, sapete, c’era una favola che gli piaceva tanto raccontare.»
Tanto tanto tempo fa, mentre l’erba verde sbiadiva nel miele pallido dell’autunno, il Sole e il Vento iniziarono a litigare.
«Sono più forte di te» disse il Sole.
«No! Sono più forte io!» rispose il Vento.
«Sono io la vera forza della Terra e decido io quando nasce e muore il giorno» insistette il Sole.
Ma il Vento: «Io muovo gli oceani e consumo le montagne e con una tempesta posso offuscare la tua luce!».
Passava, in quel momento, un viandante, con una coperta sulle spalle. E il Sole e il Vento fecero una scommessa: «Vincerà chi di noi riuscirà a far togliere a quell’uomo la coperta di dosso».
Cominciò il Vento, che prese a soffiare e soffiare. Ma più forte il Vento infuriava, più l’uomo si teneva la coperta stretta intorno a tutto il corpo.
Fu la volta del Sole, che si mise all’opera con i suoi raggi.
Dapprima riscaldò dolcemente l’intero villaggio, poi pian piano aumentò la temperatura.
Con il calore, il viandante cominciò a non sentire più il bisogno della coperta. Prima se l’adagiò sulle spalle, alla fine non ne poté più e la gettò via. E tutto rosso e sudato, si tuffò nell’acqua fresca del fiume per trovare sollievo.
Il Sole, alto nel cielo, cominciò a ridere e ridere. Mentre il Vento, sconfitto, fuggì a nascondersi chissà dove.
«E adesso, bambini, a dormire», annuncia la nonna.

PER SAPERNE DI PIÙ

Che cos’è il premio Nobel?
Il premio Nobel è stato ideato nel 1895 dal chimico svedese Alfred Nobel, che nel testamento diede ordine di istitui...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- C’ERA UNA VOLTA
- LA SCUOLA
- I BIANCHI
- LA NOTTE IN CUI TUTTO CAMBIÒ
- IL GRANDE POSTO
- SEDICI ANNI
- OLTRE IL FIUME
- FUGA A JOHANNESBURG
- THEMBI
- WINNIE
- ROBBEN ISLAND
- LIBERTÀ
- PER SAPERNE DI PIÙ
- Copyright