Rimando la sveglia finché posso. Senza nemmeno aprire gli occhi.
Solo quando ormai è troppo tardi, e so che non avrò neanche più il tempo per rimediare al mio aspetto disordinato e assonnato, sollevo la testa dal cuscino. La luce che filtra dalla finestra ferisce all’improvviso i miei occhi mentre, svogliata, li strofino.
Coraggio. Mi tolgo il piumone di dosso e lascio che la fresca arietta di una mattina di gennaio annienti sempre di più la mia voglia di alzarmi. Ma perché, mi dico, mio padre si ostina a tenere il riscaldamento così basso?
Barcollando abbandono il letto per dirigermi in bagno, mi guardo nello specchio e mi pento di non essermi alzata dieci minuti prima per mettermi almeno un po’ di fondotinta e mascara e per sistemare questa informe massa di capelli ricci.
Goffa, ecco, mi sento goffa, e non ho tempo per migliorarmi.
Maledetto cronico ritardo. Dopo tutte le ore passate stanotte a leggere, adesso devo correre.
Guardo il letto sfatto e infilo i pantaloni della tuta più veloce che posso, con gli occhi che ancora mi si chiudono, prendo una felpa a caso dall’armadio, impreco contro lo zaino pensando che “forse era meglio se lo facevo ieri sera”, ficco dentro qualche libro a caso ed esco di casa come una furia. Piove. Non ho l’ombrello. Troppo in ritardo anche per pensare di arrabbiarmi, corro alla fermata e cento metri prima di arrivare mi vedo l’autobus passare davanti.
Decido che è troppo tardi per aspettare quello dopo e inizio a correre sgraziatamente verso la mia scuola, sperando di non cadere o di non incontrare persone che conosco.
Puntualmente arrivo cinquantanove secondi dopo l’orario consentito, fradicia, e la professoressa non mi ammette a lezione. Sconsolata mi siedo fuori dalla classe, le cuffie piantate in testa, la musica e il mio libro, Il mondo di Sofia. Aspetto il suono della campanella, che sembra non arrivare mai, leggo e controllo il cellulare, su cui non compare mai nessuna notifica.
Entro in classe alla seconda ora e mi devo anche subire la ramanzina della professoressa di storia, che mi ricorda che ho superato il numero consentito di ritardi. Annuisco e chiedo scusa. Le mie compagne di classe non mi chiedono nemmeno perché io sia arrivata tardi, sono troppo occupate a truccarsi e a farsi i selfie tutte insieme, e Olimpia, la mia migliore amica, è a casa malata. Lei sì che può dormire. Una strana solitudine si sta facendo strada dentro di me.
Passo le quattro ore successive a scarabocchiare parole confuse, senza capirne davvero il senso, sull’unico quaderno che sono riuscita a ficcare nello zaino.
Esco da scuola e, nonostante le mie preghiere, piove ancora, così mi faccio scivolare il cappuccio sulla testa, m’infilo le cuffiette e comincio a camminare. Questa volta l’autobus non mi passa davanti, lo aspetto venti minuti sotto la pioggia e quando arriva è strapieno. Mi tocca schiacciarmi dentro e stare a sentire le vecchie signore che brontolano perché un ragazzo sta occupando un posto a sedere. Alzo il volume della musica.
Arrivo alla mia fermata e, scendendo, inciampo sul gradino dell’autobus, scatenando una risata generale. Sulla strada verso casa, poi, puccio il piede in una pozzanghera e rischio pure di far cadere un postino andandogli addosso mentre corro sotto la pioggia.
Entrata in casa, mi guardo nello specchio all’ingresso e mi chiedo se davvero ho avuto questa faccia orrenda per tutto il giorno. Quindi entro in camera mia litigando con i capelli crespi, mi butto sul letto ancora sfatto – metafora piuttosto precisa dell’entropia della mia vita incasinata – e spero con tutto il cuore che domani sarà meglio: che succeda qualcosa di diverso, qualcosa di stimolante o di nuovo. Qualcosa che mi faccia vivere, sognare, qualcosa che mi dia la voglia di non passare più le mie giornate mangiando cereali sdraiata sul letto. Qualcosa che arriverà nell’esatto momento in cui smetterò di cercarlo.
Poi penso che, invece di sognare a occhi aperti cose che non avverranno mai, sarebbe meglio far scivolare il mio sedere pesante fino a casa di Olimpia. Perché, come se non bastasse la mia monotona giornata ad annoiarmi, domani ho la verifica di scienze della Terra e, se voglio evitare di iniziare male il secondo quadrimestre, mi tocca passare il pomeriggio a scoprire come funzionano i vulcani.
Ye.
Sbadata come sono, però, il mio libro di scienze l’ho perso mesi fa. E, visto che ho paura che mia madre mi mandi a lavorare per ricomprarlo, preferisco dirle che mi piace studiare scienze con Olimpia, che poi è anche vero.
Mi trascino lentamente verso la porta di casa, infilo le braccia dentro il giaccone nero, mi schiaccio in testa il solito cappellino grigio e, dopo aver contato fino a tre, sono pronta per affrontare le gelide strade di Milano a gennaio.
Una delle cose che amo di più, d’inverno, è la mia 60.
L’autobus – con il riscaldamento – che mi porta ovunque senza farmi prendere freddo. La fermata dista un minuto e trentasette secondi a piedi da casa mia e questo mezzo meraviglioso mi permette di raggiungere la mia scuola, Olimpia, i nonni, piazza Risorgimento, il parco Marinai d’Italia e anche il centro della città.
Con le mie inevitabili cuffie nelle orecchie salgo su, sperando con tutta me stessa in un sedile libero.
Fortunatamente – e stranamente, visto che sono le 14.30 – lo trovo quasi vuoto, così mi siedo e m’immergo nella lettura del mio libro, dimenticandomi completamente di ciò che mi circonda. Il mondo di Sofia mi sta piacendo tantissimo.
«È davvero bello.»
Confusa, alzo la testa e cerco di capire da dove proviene quella voce calda che ha interrotto la mia lettura.
Non riesco a capire quando, girandomi sulla destra, salto sul sedile dallo spavento. C’è un ragazzo vicinissimo a me.
«Scusa, non volevo spaventarti, solo… bello quel libro.» Mi sorride imbarazzato e si gratta la testa, forse pentito per essersi fatto avanti in modo così sfacciato.
Non sono brava a interagire con persone nuove, quindi, incerta, mi limito a sorridere di sfuggita a questo ragazzo alto e moro che mi fissa con aria gentile.
Lui sembra deluso e continua a fissarmi, mentre io tengo lo sguardo inchiodato al libro, in attesa che se ne vada.
Ma lui non si arrende.
«Come ti chiami?» mi chiede.
«Margherita» rispondo ostentando disinteresse.
E in quel momento, guardando fuori dal finestrino, mi rendo conto di aver superato la mia fermata. Do un’occhiata all’orologio. Già le tre.
Sono in ritardo. E Olimpia sarà furiosa. Prendo di scatto il telefono.
Diciassette chiamate senza risposta.
«Piacere…» mi sta dicendo lui.
«Scusa, devo scappare!» borbotto mentre chiudo rumorosamente il mio ...