Angeli di desolazione
eBook - ePub

Angeli di desolazione

  1. 416 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Diario di nove settimane passate nel più assoluto isolamento sulla cima di una montagna come avvistatore di incendi. Estasi e inquietudini in altalena tra il Nulla della dottrina buddhista e l'incalzare della vita quotidiana, dell'avventura.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852074202
Print ISBN
9788804450993
Parte prima

ANGELI DI DESOLAZIONE

I

Desolazione nella solitudine

1

Quei pomeriggi, quei pigri pomeriggi, in cui ero solito starmene seduto, o disteso, sul Picco della Desolazione, a volte sull’erba alpestre, con centinaia di miglia di rocce innevate tutt’intorno, il Monte Hozomeen torreggiarne a nord, il vasto nevoso Monte Jack a sud, l’incantevole quadro del lago in basso a occidente e la gobba nevosa del Monte Baker alle spalle, e ad oriente le scavate e increspate mostruosità addossate alla Cascade Ridge, e dopo quella prima volta m’ero reso conto all’improvviso «Sono io che sono cambiato e ho fatto tutto questo e sono andato e venuto e mi sono lamentato e addolorato e ho gioito e urlato, non il Vuoto» e così tutte le volte che pensavo al vuoto mi mettevo a guardare il Monte Hozomeen (poiché la sedia e il letto e il prato guardavano a nord) finché compresi «Il Vuoto è Hozomeen—perlomeno Hozomeen rappresenta il vuoto ai miei occhi»— Pura roccia nuda, pinnacoli alti trecento metri sporgenti da muscoli gibbosi alti altri trecento metri sporgenti a loro volta da immense spalle alberate, e il verde serpente irto di abeti della mia catena di montagne personale (Fame) che gli striscia incontro, verso la sua tremenda roccia dalla volta azzurra di solido fumo, e le «nubi di speranza» ozianti nel Canada là dietro con le loro facce pettegole e bozzi paralleli e smorfie e sberleffi e vuoti lanosi e sbuffi di fumo e miagolìi di schiocchi che dicono «Ehi! Ehilà terra!» gli abominevoli sghignazzanti sul sommo della vetta dello Hozomeen fatti di nera roccia e solo quando infuriano le tempeste non li vedo e tutto quel che fanno è ricambiare dente per dente al temporale, una spietata buriana di foschia e raffiche di pioggia— Lo Hozomeen, che non si schianta nella foschia come le travature di una capanna nei venti, che allorché lo vedi di sotto in su (come quando mi metto a testa in giù nello spiazzo) è solo una bolla sospesa nello sconfinato oceano dello spazio—
Hozomeen, Hozomeen, monte stupendo come nessun altro al mondo, simile a volte a una tigre con le strisce, vallette lavate dal sole e rupi d’ombra serpeggianti di linee nella Fulgida Luce del Giorno, solchi verticali e bernoccoli e Buu! crepacci, bum, vertiginosa splendida Provvida montagna, nessuno ne ha mai sentito parlare, ed è alta solo 2400 metri, ma quale orrore la prima volta che vidi il vuoto nella mia prima notte di permanenza al Picco della Desolazione svegliandomi dalle fitte nebbie di 20 ore in una notte stellata improvvisamente sovrastata dallo Hozomeen con le sue due punte aguzze, lì nel nero della finestra—il Vuoto, tutte le volte che penso al Vuoto vedo lo Hozomeen e capisco— Per più di 70 giorni dovevo contemplarlo.

2

Sì, poiché avevo pensato, in giugno, mentre facevo l’autostop per arrivare lassù nella Valle dello Skagit a nordovest di Washington per il mio lavoro di Avvistatore di incendi «Quando arrivo in cima al Picco della Desolazione e tutti se ne vanno sui muli e io resto solo mi troverò faccia a faccia con Dio o Tathagata e scoprirò una volta per tutte qual è il significato di tutto questo esistere e soffrire e andare avanti e indietro per nulla» ma invece m’ero trovato faccia a faccia con me stesso, niente liquori, niente droga, nessuna possibilità di trucchi ma faccia a faccia col vecchio odioso Duluoz Io e più di una volta ho pensato che ne sarei morto, che avrei sospirato di noia, o mi sarei buttato giù dalla montagna, e invece i giorni, anzi le ore si trascinavano e io non avevo il fegato per un tuffo del genere, dovevo attendere e arrivare a guardare in faccia la realtà—e finalmente arriva quel pomeriggio dell’8 di agosto mentre passeggio nell’alto spiazzo alpestre sul piccolo sentiero da me percorso, nella polvere e nella pioggia, più di una notte, con la mia lampada a petrolio messa bassa dentro la capanna con le finestre ai quattro punti cardinali e il tetto puntuto a pagoda e l’asta del parafulmine, alla fine ecco che arriva per me la conclusione, dopo lacrime addirittura, e stringer di denti, e l’uccisione di un topo e il tentato assassinio di un altro, cose che non ho mai fatto in vita mia (uccidere animali nemmeno roditori), la conclusione arriva con queste parole: «Il vuoto non è turbato da alti e bassi di sorta, mio Dio guarda lo Hozomeen, è forse preoccupato o piangente? Si piega forse davanti alle tempeste o brontola quando splende il sole o sospira nella sonnolenza di fine giornata? Sorride forse? Non è forse nato da furibondi sconvolgimenti e sollevarsi di piogge di fuoco ed ora è Hozomeen e nient’altro? Perché dovrei scegliere di essere aspro o dolce, lo fa lui forse?— Perché non posso essere come Hozomeen e Oh Banalità Oh bigia vecchia banalità della mente borghese «prendi la vita come viene»— Fu quel biografo alcoolizzato, W.E. Woodward, a dire: «Nella vita non c’è altro che viverla, e basta»— Ma Oh Dio come sono stufo!— Ma è forse stufo Hozomeen? E sono disgustato delle parole e delle spiegazioni. E Hozomeen?
Aurora Boreale
sullo Hozomeen—
Il vuoto è più immoto
— Persino Hozomeen si spaccherà e cadrà a pezzi, nulla è eterno, è solo un viaggiare-in-ciò-che-è-tutto, un transitare, è così che va, inutile far domande o strapparsi i capelli o piangere, il verboso cisposo paonazzo Lear sulla sua landa di sventura che altro è se non un querulo vecchio rottame con gli scopettoni alati curati da un pazzo—essere e non essere, ecco che siamo— Che forse il Vuoto prende parte alla vita e alla morte? gli fanno forse i funerali? o le torte di compleanno? perché non posso essere come il Vuoto, inesauribilmente fertile, al di là della serenità, al di là persino della contentezza, solo il vecchio Jack (e magari nemmeno quello) e vivere la mia vita da questo momento in poi (sebbene i venti soffino dalla gola del camino) questa inafferrabile immagine in una sfera di cristallo non è il Vuoto, il Vuoto è la stessa sfera di cristallo e tutte le mie sventure la Scrittura del Lankavatara retina di pazzi, «Guardate signori, che meravigliosa triste retina»— Tienti saldo, Jack, attraversa ogni cosa, e ogni cosa è un unico sogno, un’unica apparizione, un unico baleno, un unico triste occhio, un unico lucido mistero cristallino, un’unica parola— Tienti saldo, amico, riprendi amore alla vita e scendi giù da questa montagna e sii semplicemente—sii—sii le infinite fertilità dell’unica mente dell’infinito, non far commenti, lagnanze, critiche, lodi, ammissioni, parlari, fulminanti stelle di pensiero, ma solo scorri, scorri, sii tutto te stesso, sii ciò che è, è soltanto ciò che sempre è— Speranza è una parola simile a una raffica di neve— Questa è la Grande Conoscenza, questo è il Risveglio, questa è la Vuotezza— Perciò fa’ silenzio, vivi, viaggia, buttati, benedici e non pentirti— Prugne secche, prugne, mangia le prugne—E sei sempre stato, e sempre sarai, e tutti i preoccupanti calcioni contro innocenti porte di cucina erano solo il vuoto che pretendeva di essere un uomo che pretendeva di non conoscere il Vuoto—
Rientro in casa che sono un altro—
L’unica cosa da fare è attendere 30 lunghi giorni prima di scendere dalle rupi e assaporare di nuovo la dolce vita—sapendo che non è né dolce né amara ma solo quel che è, e così è—
Perciò sto seduto lunghi pomeriggi nella pia poltrona (di canapa) davanti a Hozomeen Vuoto, il silenzio dà pace alla mia piccola capanna, la stufa è immota, i piatti luccicano, il fuoco (vecchi legnetti che sono la forma dell’acqua e piango-gridano, con i quali accendo piccoli fuochi indiani nella mia cucina economica, per preparare rapidi pasti) la mia legna sta accatastata sorniona in un angolo, i miei cibi in scatola attendono di essere aperti, le mie vecchie scarpe scalcagnate piangono, le casseruole pendono, gli strofinacci dei piatti sono appesi, le mie svariate cose stanno silenziose nella stanza, gli occhi mi dolgono, il vento s’agita e sferza la finestra e le imposte sollevate, la luce del tardo pomeriggio adombra e tinge di blu Hozomeen (rivelando la sua vena di rosso nel centro) e altro non mi resta da fare che aspettare— e respirare (e il respiro è difficile nella sottile aria d’alta montagna, con i seni nasali sibilanti della West Coast)— attendere, respirare, mangiare, dormire, cucinare, lavare, camminare, vigilare, mai un incendio nella foresta—e sognare ad occhi aperti, «Che farò quando arrivo a Frisco? Ma sì per prima cosa prendo una stanza a Chinatown»—ma ancor più prossimo e dolce è il sogno ad occhi aperti di cosa farò il Giorno della Partenza, in un certo beato giorno ai primi di settembre, «Scenderò giù dal sentiero, due ore, vedrò Phil al battello, viaggerò fino al Ross Float, ci dormirò una notte, chiacchiererò in cucina, partirò di mattina presto sul Diablo Boat, me ne andrò difilato da quella piccola diga (dire ciao a Walt), farò l’autostop fino a Marblemount, ritirerò lo stipendio, pagherò i debiti, mi comprerò una bottiglia di vino e la berrò vicino allo Skagit nel pomeriggio, e partirò la mattina dopo per Seattle»—e avanti, giù fino a Frisco, poi L.A., poi Nogales, poi Guadalajara, poi Mexico City— E ancora il Vuoto è immoto né mai si muoverà—
Ma il Vuoto sarò io, muovendomi senza essermi mosso.

3

Oh, se ricordo certe dolci giornate di casa mia che non apprezzavo quando le avevo—pomeriggi in cui, all’età di 15, 16 anni voleva dire dei crackers Ritz Brothers, burro di arachidi e latte, al vecchio tavolo rotondo di cucina, e i miei problemi di scacchi e le partite di baseball inventate da me, mentre il sole arancione dell’ottobre di Lowell illuminava di sghembo il portico e le tende di cucina formando una pigra asta polverosa nella quale il gatto si leccava la zampa davanti lap lap con lingua di tigre e dente d’avorio, tutto sofferto e accaduto e in polvere, Signore—così ora nei miei vestiti sporchi strappati sono un vagabondo delle High Cascades e per cucina non ho altro che questa assurda sgangherata cucina economica con la canna fumaria scrostata dalla ruggine—inzeppata, sì, di vecchi stracci, contro il soffitto, per tener lontani i topi notturni—giorni di tanto tempo fa quando potevo andar da mia madre o da mio padre, semplicemente, baciarli, l’uno o l’altro, e dire: «Mi piacete perché un giorno sarò un vecchio vagabondo nella desolazione e sarò solo e triste»— Oh Hozomeen, le sue rocce scintillano nel sole calante, le inaccessibili fortezze dei parapetti si innalzano come Shakespeare nel mondo e per miglia intorno non v’è cosa che conosca il nome di Shakespeare, di Hozomeen, o il mio—
Tardo pomeriggio di tanto tempo fa a casa mia, e persino poco fa nel North Carolina quando per rievocare l’infanzia, mi mangiai davvero dei crackers Ritz, e burro di arachidi e latte alle quattro, e mi giocai la mia partita di baseball a tavolino, e c’erano scolaretti con le scarpe logore che tornavano a casa affamati quanto me (e io gli preparavo speciali gelati alla Jack con le banane, appena sei miseri mesi fa)— Ma qui sul Desolazione il vento vortica, desolato di canti, scuotendo le travature della terra, notte primigenia— Ombre gigantesche di nuvole a pipistrello incombono sulla montagna.
Presto buio, presto lavati i piatti della giornata, consumato il pasto, in attesa di settembre, in attesa di scendere nuovamente nel mondo.

4

Nel frattempo i tramonti sono folli scatenati color arancio che impazzano nelle tenebre, mentre lontano a sud in direzione delle progettate tenere braccia delle mie señoritas, mucchi di neve rosata attendono ai piedi del mondo, in città vaghe irradiate d’argento—il lago è una padella dura, grigia, azzurra, che mi attende dai fondali brumosi quando la percorrerò sul battello di Phil—il Monte Jack come sempre riceve la sua ricompensa di piccole nubi al piedistallo da intellettuale, col suo migliaio di campi da football innevati tutti rosa e aggrovigliati, quell’unico inconcepibile abominevole uomo delle nevi ancora accovacciato pietrificato sul crinale— Il Golden Horn lontano lontano è ancora tutto d’oro in un grigio sudest— La gobba mostruosa del Sourdough guarda il lago— Nuvole arcigne s’oscurano per formare cerchi di fuoco in quella fucina dove vien martellata la notte, montagne impazzite marciano verso il crepuscolo come cavalieri ubriachi a Messina quando Ursula era bella, ci giurerei che Hozomeen si muoverebbe se riuscissimo a convincerlo ma lui trascorre la notte con me e presto quando le stelle inondano i campi di neve sarà la quintessenza dell’orgoglio tutto nero e sonnacchioso a nord dove (proprio sopra di lui tutte le notti) la Stella del Nord dardeggia lassù costellanti presagi anticipanti la sua toilette arancio pastello, verde pastello, arancio ferro, azzurro ferro, azzurrite che quasi si potrebbero pesare sulle bilance del mondo dorato—
Il vento, il vento—
Ed ecco il mio povero patetico tavolo umano al quale siedo così spesso durante il giorno, volto a sud, le carte, le matite e la tazza del caffè con dentro dei rametti di abete alpino e una misteriosa orchidea delle alture che avvizzirà in un giorno— La mia gomma Beechnut, la borsa del tabacco, ceneri, malinconici giornaletti da quattro soldi che mi devo leggere, a sud la vista di tutte quelle maestà nevose— L’attesa è lunga.
Sulla Vetta della Fame
piccoli rami
Tentano di crescere.

5

Giusto la notte prima che decidessi di vivere amando, sono stato avvilito, insultato e afflitto da questo sogno:
«E prendete una bella bistecca di filetto!» dice Mamma porgendo i soldi a Deni Bleu, ci manda alla bottega a comprare una buona cena, per giunta ha deciso all’improvviso di concedere tutta la sua fiducia a Deni in questi ultimi anni dacché sono diventato un essere così vago effimero indeciso che maledice gli dei nel sonno notturno e va in giro a testa nuda e istupidito nella tenebra grigia— Siamo in cucina, tutto è deciso, io non dico nulla, ce ne andiamo— Nella camera da letto sulle scale Papà sta morendo, è nel suo letto di morte e praticamente già morto, ma è appunto in barba a tutto questo che Mamma vuole una bella bistecca, che vuole riporre in Deni la sua ultima speranza umana, per una sorta di decisiva solidarietà— Papà è magro, pallido, bianche le lenzuola nel letto, a me pare già morto—Scendiamo nell’oscurità e in qualche modo arriviamo alla bottega del macellaio a Brooklyn nelle vie principali del centro nei pressi di Flatbush— Lì nella strada c’...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione all’edizione italiana
  4. Introduzione
  5. Parte prima. ANGELI DI DESOLAZIONE
  6. Parte seconda. IL VIAGGIO
  7. Copyright