Inghilterra, 1875. Devon Ravenel, incallito donnaiolo, è lo scapolo più affascinante di Londra e ha appena ereditato una contea. Il suo nuovo ruolo sociale gli impone però responsabilità inattese e qualche sorpresa: la sua nuova proprietà, infatti, è gravata dai debiti e per di più nella dimora ereditata vivono le tre sorelle del defunto conte e una giovane, bellissima vedova, Lady Kathleen Trenear. Presto tra i due scoppia la passione, ma la donna conosce bene i tipi come Devon. E non ha alcuna intenzione di consegnargli il proprio cuore.

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Un libertino dal cuore di ghiaccio
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1
Hampshire, Inghilterra. Agosto 1875
«E io dovrei rovinarmi la vita» disse arcigno Devon Ravenel «solo perché un cugino che non mi è mai piaciuto è caduto da cavallo.»
«In realtà Theo non è caduto» replicò suo fratello minore Weston. «È stato sbalzato.»
«Evidentemente il cavallo lo trovava insopportabile quanto me.» Devon camminava nel salone a passi brevi e nervosi. «Glielo romperei io quel dannato osso del collo, se non se lo fosse già rotto da solo.»
West gli lanciò un’occhiata fra il divertito e l’esasperato. «Come fai a lamentarti? Hai appena ereditato un titolo che ti conferisce una tenuta nell’Hampshire, terre nel Norfolk, una casa a Londra…»
«Tutto con vincolo di inalienabilità. Scusa se manco di entusiasmo per terre e proprietà che non possiederò mai e non potrò mai vendere.»
«Magari riuscirai a svincolarle, dipende dai termini. In quel caso potrai vendere tutto e chiudere la faccenda.»
«Me lo auguro.» Così dicendo, lanciò un’occhiata disgustata a una fioritura di muffa in un angolo. «Nessuno può pensare ragionevolmente che io voglia vivere qui. Questo posto è un disastro.»
Prima di allora nessuno dei due aveva mai messo piede a Eversby Priory, l’antica proprietà di famiglia eretta sui resti di una chiesa e residenza monastica. Per il momento Devon e West avevano visto solo quella stanza e l’ingresso, ossia le due aree deputate a far colpo sui visitatori. I tappeti erano logori, i mobili consumati, le modanature delle pareti annerite e crepate: non c’era da aspettarsi granché dal resto della casa.
«Ha bisogno di una rinfrescata» ammise West.
«Ha bisogno di essere rasa al suolo.»
«Non è poi così male…» West si interruppe con uno strillo quando il suo piede sprofondò nel tappeto. «Che diavolo…?»
Chinandosi per sollevare l’angolo, Devon scoprì una spaccatura marcita nella pavimentazione sottostante. Lasciò ricadere il tappeto scuotendo il capo e si avvicinò a una finestra dai vetri romboidali. La lamina di piombo del vetro era corrosa, i cardini e i raccordi arrugginiti.
«Perché non è stato riparato?» chiese West.
«Per mancanza di denaro, ovviamente.»
«Ma com’è possibile? La tenuta comprende quasi ventimila acri. Tutti quei fittavoli, i rendimenti annuali…»
«I poderi agricoli non rendono più.»
«Nell’Hampshire?»
Devon gli rivolse uno sguardo cupo, poi tornò a osservare il panorama. «Ovunque.»
Il paesaggio dell’Hampshire era verde e bucolico, suddiviso accuratamente da siepi di colore più scuro e fiorite. Tuttavia, da qualche parte oltre gli allegri gruppetti di cottage con i tetti in paglia, oltre le fertili colline di gesso e gli antichi boschi, qualcuno stava posando migliaia di chilometri di binari in acciaio: era pronto un assalto di locomotive e vagoni. In Inghilterra, fabbriche e città industriali spuntavano come i funghi. Per sua sfortuna, Devon aveva ereditato un titolo nel momento stesso in cui le tradizioni aristocratiche, e il relativo stile di vita, venivano spazzati via dall’ondata dell’industria.
«Come lo sai?» gli domandò suo fratello.
«Tutti lo sanno, West. I prezzi del grano sono crollati. Quando hai letto il “Times” l’ultima volta? Non hai mai ascoltato le discussioni al club o nelle taverne?»
«Non quando si parla di agricoltura» rispose West accigliato. Quindi si sedette pesantemente, strofinandosi le tempie. «Tutto questo non mi piace. Pensavo che fossimo d’accordo di non prendere nulla troppo seriamente.»
«Ci sto provando. Ma la morte e la povertà hanno il potere di rendere tutto meno divertente.» Devon appoggiò la fronte al vetro e proseguì in tono cupo. «Ho sempre goduto di una vita comoda, senza dover lavorare un solo giorno. Adesso ho delle responsabilità.» Pronunciò l’ultima parola come se fosse stata una bestemmia.
«Ti aiuterò a studiare un modo per evitarle.» Frugando nella giacca, West estrasse una fiaschetta d’argento da una tasca interna. L’aprì e ingoiò un lungo sorso.
Devon inarcò le sopracciglia. «Non è un po’ presto? Così sarai sbronzo prima di mezzogiorno.»
«Già, ma per esserne certo devo cominciare subito» rispose West, rovesciando di nuovo la fiaschetta.
Suo fratello minore, rifletté Devon preoccupato, stava cominciando a mostrare i segni dei propri vizi. West era un ventiquattrenne alto e di bell’aspetto, dotato di un’astuta intelligenza che preferiva sfruttare il meno possibile. Nell’ultimo anno, a causa dell’abuso di alcol, le sue guance avevano assunto una sfumatura rossiccia, mentre collo e girovita si erano arrotondati. Devon si guardava bene dall’interferire negli affari del fratello, tuttavia si domandò se non fosse il caso di dirgli qualcosa in proposito. No, quell’opinione non richiesta lo avrebbe solo fatto arrabbiare.
Dopo aver messo via la fiaschetta, West unì le mani a guglia e scrutò Devon da sopra i polpastrelli. «Hai bisogno di acquisire capitale e concepire un erede. Una moglie ricca risolverebbe entrambi i problemi.»
Devon impallidì. «Sai che non mi sposerò mai.» Aveva ben chiari i propri limiti: non era fatto per essere un marito o un padre. Si sentiva accapponare la pelle all’idea di replicare la parodia della sua infanzia, solo con se stesso nel ruolo del genitore crudele e indifferente. «Sarai tu il mio successore» aggiunse.
«Credi davvero che morirò dopo di te?» chiese West. «Con tutti i miei vizi?»
«Io ne ho altrettanti.»
«Sì, ma io mi ci dedico con più entusiasmo.»
Devon non riuscì a trattenere una risata amara.
Nessuno avrebbe potuto prevedere che loro due sarebbero stati gli ultimi rappresentanti di una stirpe risalente alla Conquista normanna. Sfortunatamente, i Ravenel erano sempre stati troppo sanguigni e impulsivi. Cedevano a ogni tentazione, si abbandonavano a ogni peccato, disprezzavano la virtù e, di conseguenza, avevano la tendenza a morire prima ancora di riprodursi.
Adesso erano rimasti soltanto loro.
A dispetto delle loro origini, Devon e West non avevano mai fatto parte dell’aristocrazia, un mondo esclusivo e, a certi livelli, inaccessibile anche alla piccola nobiltà. Devon ignorava quasi completamente le complicate regole e i rituali che distinguevano gli aristocratici dalla gente comune. Ma sapeva di sicuro che la tenuta di Eversby non era affatto un guadagno inaspettato, bensì una trappola. Non fruttava abbastanza per mantenersi. Avrebbe divorato la sua modesta rendita annuale e, alla fine, dopo averlo spremuto completamente, avrebbe fatto lo stesso con suo fratello.
«Lascia che i Ravenel si estinguano» disse Devon. «Siamo una brutta razza, lo siamo sempre stati. A chi importa se si perderà il titolo di conte?»
«I servi e i fittavoli non saranno felici di rimetterci il reddito e le case» osservò West in tono asciutto.
«Che vadano al diavolo. Ti dico io cosa faremo. Prima di tutto mi toglierò dai piedi la vedova e le sorelle di Theo: non mi sono di alcuna utilità.»
«Devon…» disse suo fratello in tono imbarazzato.
«Poi troverò un modo per cancellare il vincolo di inalienabilità, dividerò la tenuta e la venderò a pezzi. Se questo non sarà possibile, porterò via tutti gli oggetti di valore, farò abbattere la casa e venderò la pietra…»
«Devon.» West gesticolava verso la porta. Sulla soglia era comparsa una donna piccola ed esile, con un velo nero.
La vedova di Theo.
Era la figlia di Lord Carbery, un nobile irlandese proprietario di un allevamento di cavalli a Glengarrif. Aveva sposato Theo solo tre giorni prima che morisse. Una tragedia simile dopo un evento solitamente gioioso doveva essere stata un colpo durissimo. Forse, in quanto membro di una famiglia che si stava decimando, Devon avrebbe dovuto inviarle una lettera di condoglianze. Ma, per qualche motivo, quell’intenzione non si era mai tradotta in azione: era rimasta impigliata nella trama della sua mente come un filo di lanuggine nel bavero di un cappotto.
Magari avrebbe potuto fare uno sforzo, se non avesse disprezzato così tanto suo cugino. Theo aveva ricevuto infiniti doni dalla vita: ricchezza, privilegi, bellezza. Ma invece di essere grato alla sorte, si era sempre comportato con boria e superbia. Un vero prepotente. Siccome Devon era incapace di ignorare un insulto o una provocazione, finivano per litigare violentemente a ogni incontro. Non gli dispiaceva affatto l’idea di non vederlo mai più e sarebbe stata una menzogna affermare il contrario.
Quanto alla vedova… non aveva bisogno di compassione. Era giovane, senza figli e godeva di un appannaggio vedovile: risposarsi non sarebbe stato un problema. Tutti la consideravano una bellezza, ma era impossibile giudicare: un velo nero l’avvolgeva in una tetra foschia. Una cosa, però, era certa: dopo quello che aveva sentito, doveva considerarlo un essere ignobile.
Non gliene importava un bel niente.
La vedova rispose al loro inchino con svogliata cortesia. «Benvenuto, milord. Signor Ravenel. Vi fornirò al più presto una lista dei beni della casa, in modo che possiate saccheggiarla e depredarla con più facilità.» La sua era una loquela ricercata, velata da una gelida patina di avversione.
Devon la guardò avanzare con attenzione. Aveva una figura troppo esile per i suoi gusti, così simile a uno stecco nella pomposità degli abiti a lutto, ma c’era qualcosa di affascinante in quelle movenze controllate, qualcosa di volubile nella sua immobilità.
«Le mie condoglianze per la vostra perdita» disse.
«Le mie congratulazioni per il vostro guadagno.»
Devon si accigliò. «Non ho mai desiderato il titolo di vostro marito, ve lo assicuro.»
«È vero» disse West. «Si è lamentato durante tutto il viaggio da Londra.»
Devon fulminò suo fratello con lo sguardo.
«Quando vorrete, il maggiordomo, Sims, vi mostrerà la casa e i terreni» continuò la vedova. «Dal momento che non vi sono di alcuna utilità, mi ritiro nella mia stanza a fare i bagagli.»
«Lady Trenear,» disse Devon seccato «a quanto pare siamo partiti col piede sbagliato. Mi scuso se vi ho offesa.»
«Non dovete scusarvi, milord. Certi commenti sono esattamente quello che mi aspettavo da voi.» Proseguì senza dargli il tempo di ribattere. «Posso chiedere quanto intendete trattenervi a Eversby Priory?»
«Due notti, credo. Forse stasera a cena potr...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Un libertino dal cuore di ghiaccio
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- 30
- 31
- 32
- 33
- Epilogo
- Copyright