Un uomo finito
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Un uomo finito

  1. 294 pagine
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Un uomo finito

Informazioni su questo libro

Un'infanzia solitaria e pensosa; un'adolescenza di sogni tormentosi, illuminata dalle letture; e una giovinezza rivoluzionaria, tra battaglie, giornali, illusioni e disillusioni. Un uomo finito (1913) è il romanzo-autobiografia intellettuale nel quale Papini racconta i primi trent'anni di vita di un giovane «nato con la malattia della grandezza». Affascinato da Bergson e dal titanismo di Nietzsche, lo spirito inquieto e geniale dell'autore, alla perenne ricerca della verità, rivive in un racconto sincero animato da una prosa ricca e brillante, con accenti di profonda poesia. Un'opera imprescindibile per cogliere la temperatura ideale, l'entusiasmo e la delusione della generazione di intellettuali che inaugura il Novecento.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852074875
Print ISBN
9788804661580

LENTISSIMO

Costaggiù sono gli avvoltoi che pascono i non consumabili cuori.
MATTEO PALMIERI
XXIX

La discesa

Tornai… Non posso pensare a quel ritorno. Non posso dire quel che fu nella mia vita. Una vampa infernale di vergogna mi brucia il viso. Un sussulto di freddo mi scuote le reni. Mi s’annebbian gli occhi; serro i denti; e il cuore par che voglia fermarsi ma dopo ribatte e ripalpita più forte, quasi voglia coprire il parlare interno dei rimorsi… Non fu un ritorno ma una fuga, una disfatta – una fine. Sentii che il meglio della mia vita era vissuto; che la mia parte del mondo terminava lì. Avrei potuto, dopo, mangiare, dormire, scrivere e magari piacere (interessare gli altri, farmi nome ecc.), ma il corso metafisico di me stesso era tagliato di netto. Non finiva un periodo, finiva una persona. Non si chiudeva un’esperienza ma si spengeva un’anima.
Speranza, orgoglio, perfezione, divinità! O miei sogni veramente sognati, o entusiasmi veramente sentiti, o amori insaziati e impazienti come primavere che hanno già l’arsura degli agosti! Chi non ha provato nulla di simile, chi non ha aspettato lunghe notti nel buio che le porte s’aprissero e la gran luce fosse; chi non ha appressato la bocca asciutta e arida alla fonte che doveva zampillare; chi non s’è visto grande in cima alla più grande montagna, rivale di Iddio, padrone degli uomini, signore della terra, al di là e al di sopra del male e del bene, dell’utile e dell’inutile e di tutte le piccole e le grosse, le vili e le gloriose faccende degli uomini, solo con sé stesso, solo nel cielo, non potrà capire quel ch’io sentissi e quel ch’io sento ripensando a quel ritorno.
Scendevo. Venivo dall’alto, dai monti, dalle colline. Ma non scendevo come il fiero pastore dal roveto ardente colle leggi della verità scavate nel cuore e nella pietra. Non scendevo come il buon pastore dagli olivi notturni, verso un supplizio ch’era promessa d’eternità, verso una morte ch’era principio di vita. Scendevo solo e cieco. Non scendevo: precipitavo. Neppure il sorriso d’una speranza mi illuminava il viso. Tutto era finito. Ricominciava il mediocre, il basso, il vile – e per sempre. Addio giovinezza! Addio grandezza divina! Addio vera vita!
Ero andato sui monti, pensando stupidamente che salendo mille o duemila metri si fosse più vicini al cielo. Mi ero rinchiuso nella solitudine, immaginando che vi fosse altra solitudine al di fuori di quella che lo spirito forte, rattratto in sé solo, può creare nel proprio interno. E colla testa posata sull’erbe rase degli altipiani, colle braccia distese come un titano crocefisso, non altro vedendo che l’infinito celeste della poesia e della fede, a tu per tu coll’aperto cielo, cominciando a tremare quando le stelle cominciavano a tremare nel fosco blù del crepuscolo, avevo aspettato il momento, l’attimo, lo scatto, lo scoppio – la rivelazione acciecante: il miracolo. E alle mie invocazioni nessuno aveva risposto; nessuno era venuto incontro alla mia attesa. Le cose eran rimaste sorde alle mie chiamate: tutto aveva seguitato ad essere come prima. Gli uomini, per quanto lontani, pareva che mi deridessero. Li sentivo sghignazzare quasi soddisfatti.
– Voleva esser da più di noi. Uscir dall’umanità. Aveva orrore della nostra miseria. E ora, anche lui, se vuol vivere…
[Soltanto una donna, lontana, piangeva. Ma piangeva davvero? E sincera? Forse per vanità tradita?]
Mi ammalai. Anche la poca forza che avevo mi abbandonò. Tornai alle case, alla mia casa – fra i vicini, fra i lontani. Tornai come torna fra i prigionieri colui che si credette, per un’ora, graziato. Non ero più quello di prima; non ero quello che avevo voluto essere. Ero un mostro: un mostro infelice e rigido. Pallido, fiacco, ritroso, sfuggivo tutti. Più nulla mi richiamava nel mondo dei valori comuni. Lasciai anche gli amici. Dissi che non volevo veder nessuno; che per qualche tempo volevo tornar solo, selvaggiamente solo come negli anni dell’adolescenza. Mi rinchiusi in casa. Cambiai città. Non feci più nulla: non risposi alle lettere, non replicai agli insulti, non corrisposi all’amore.
Quale mai cosa poteva prendermi e tenermi dopo quel che avevo tentato? L’arte? La gloria? Il pensiero? Non eran quelle, forse, le gioie che avevo lasciate addietro, le felicità a cui avevo rinunziato, i fini che avevo oltrepassato senza raggiungerli, perché troppo prossimi e piccoli mi sembravano?
Chi ha voluto tutto come può accontentarsi del poco? Chi ricercò il cielo come può compiacersi della terra? Chi s’inoltrò sulla via della divinità come può rassegnarsi all’umanità? Tutto è finito, tutto è chiuso, tutto è perduto. Non c’è più nulla da fare. Consolarsi? Neppure. Piangere? Ma per piangere ci vuole ancora dell’energia; ci vuole un po’ di speranza! Io non son più nulla, non conto più, non voglio niente: non mi muovo. Sono una cosa e non un uomo. Toccatemi: son freddo come una pietra, freddo come un sepolcro. Qui è sotterrato un uomo che non poté diventar Dio.
XXX

Accuso soltanto me stesso

Io non sbraito contro di te, o Destino, eterno ed astratto cireneo delle umane anemie, né me la piglio coll’asinità e malvagità degli uomini che hanno impedito il fiorire e il fruttare del mio spirito e non m’hanno concesso il trionfo che forse meritavo.
Stiamo a quel forse, amico. Giacché sono stato debole cerchiamo di non essere ingiusto. Dio voglia ch’i’abbia l’ultimo coraggio: di guardare ad occhi aperti ne’ miei occhi aperti, di leggere senza pause e parentesi e reticenze nel libro della memoria, di stuzzicare e frugare le piaghe fino in fondo, senza paura dello strazio e del marcio.
Io non son riuscito a fare quel che m’ero proposto, non ho compiuto quel che avevo promesso, non sono arrivato a quell’altezza d’animo, a quella gloria, a quella potenza che ho sognato, desiderato e voluto negli anni che furono. A chi dar la colpa? Forse ai propositi, alle promesse, ai desideri troppo grandi? Niente affatto: non ci sono altezze troppo alte ma ali e respiri troppo corti. Io aspiravo anche ad alcune di quelle cose che si dicono impossibili e che in realtà non sono state possibili fino ad ora per nessun uomo, ma non consisteva appunto in ciò la ragione della mia superbia e della mia ebbrezza? Non mi ero messo da me stesso, volontariamente e baldanzosamente, nella piccola banda dei cercatori dell’assurdo e del non fattibile?
No, no: non c’è da frignare con queste scuse. Tirerò fuori gli ostacoli invincibili frapposti dalla gente, la miseria, la mediocrità dei tempi, l’invidia dei prossimi, il disprezzo dei lontani, l’indifferenza dei più? Anche queste sono storie. Non c’è forza che non possa esser vinta da una forza più grande; non c’è nemico che non possa esser atterrato da uno più vigoroso di lui; non c’è miseria che tolga l’acquisto di meravigliose ricchezze; non c’è ghiaccio che non si possa sciogliere, scaldare e far bollire. Quando uno comincia un’impresa deve fare i conti di tutto quel che ci vuole per finirla. Se non ha forze o poteri abbastanza o deve cercarli e acquistarli prima di mettersi all’opera oppure lasciar tutto e rincantucciarsi nell’ombra a far quel che tutti fanno.
No, caro: neppur questa è una difesa. Il male è – ormai lo posso dire – che i più deboli son quelli che si propongono le imprese più difficili, e i più vigliacchi quelle più coraggiose e chi ha il petto stretto e le gambe gracili le corse più lunghe. Perché? Le ragioni son più d’una: l’amor del contrasto che si ritrova in tutte le cose umane; il bisogno di esaltarsi e di stordirsi con sbuffate di forza e ubriacature di grandezza; l’oscuro presentimento di una comoda scusa quando l’impresa non riesce e se ne dà per ragione la sua stessa grandezza. Così, coll’apparenza di voler fare più degli altri, si fa meno di tutti e ci si prepara una bella e gloriosa sconfitta: s’era proposto cose talmente grandi che le forze non gli bastarono; chissà cosa avrebbe fatto se la sua ambizione fosse stata appena appena minore!
Io conosco talmente bene queste trappole, civetterie e scappatoie dei vinti che non so cosa farmene. Non sia detto che nascondo la mia viltà tra i riflessi di un sofisma e che trucco la mia povertà d’animo con una manata di rossetto poetico e patetico.
Non son riuscito perché non volevo né sapevo seriamente riuscire: ecco la pura, nuda e semplice verità. Non son riuscito perché non ho avuto forze abbastanza e perché non ho avuto neppur la forza di voler trovare e creare le forze che mi mancavano e perché non ho avuto sempre in me, in ogni momento, come asse della mia vita, come fuoco centrale della mia anima, il sogno ch’io dicevo e magnificavo a parole.
Credete non mi costi dolore il confessare così crudamente la debolezza e la finzione della vita? Eppure sta così: perché dovrei seguitare a imbrogliar me e gli altri?
Tante volte, invece di starmene chiuso nella mia stanza solo coi miei pensieri, mi son lasciato vincere da un momento di noia e sono scappato fuori, mi son fermato alle vetrine, ho seguito i lumi accesi sopra il mio capo, son montato sopra i trams scampanellanti e fuggenti, mi son seduto nei caffè a guardar le figure di una borghesissima rivista tedesca; ho cercato gli amici e ho fatto con loro non so quanti discorsi sciocchi, cattivi o spiritosi; sono andato a far delle visite, a bere il caffè in tazzine dorate, a ciarlare con signorine forestiere e con vecchie dame affettuose.
E troppe volte ho tralasciato una pagina a mezzo in un punto difficile per sdraiarmi sopra un divano a leggere un libro qualunque che mi desse l’illusione di pensare per me e sono andato perfino a cercare i motti di spirito dei giornali. La pigrizia, la dolce e velenosa pigrizia che ha cento visi e cento sorrisi, mi ha trascinato, sedotto e corrotto quasi sempre. Lei, con la scusa del freddo o del sonno o della mancanza di carta o di penne mi ha portato via dal lavoro; lei ha rimandato e ritardato per anni e anni le radicali cure dell’anima, le risoluzioni decisive. Eppoi mi son lasciato vincere dal corpo, dalla sensualità: dal ventre e dal cazzo. E ho mangiato troppo, tanto da non poter lavorare per molte ore; e ho bevuto tanto da mettermi in quello stato di piacevole ebrietà nella quale niente sembra serio e tutto par facile, allegro e lontano; e ho perso ore ed ore, e serate e nottate, accanto alle donne, abbracciato, infocato, beato.
E certe volte la paura del ridicolo mi ha fermato a metà strada quando stavo per compromettermi col mondo del corpo e della borsa – e i rispetti umani e la facile casuistica borghese mi hanno reso timido, incerto, tiepido e scordatore: – e gli interessi, i bisogni di denaro hanno rivolto ad altre cose le mie poche forze, hanno turbato il mio spirito, lo hanno costretto a bugie, a compromissioni, a indietreggiamenti. A poco a poco le belle ore di esaltazione non son più apparse; nuove cure mi hanno occupato tutta l’anima; l’infingardia mi ha riempito di bambagia gli orecchi perché non sentissi i richiami e i rimorsi; piaceri più bassi e fini più mediocri mi hanno mantenuto in quello stato di sogneria neghittosa e inquieta, nemica del fare, nella quale seguitavo ancora a promettere colle parole ma in cui era smarrita l’anima austera e grande affacciatasi in certe ore, e le fiamme d’un tempo non eran più che resti di bracia appena di tratto in tratto rosseggianti sotto la cenere bigia.
E così sono arrivato a poco a poco a riconoscer francamente la mia impotenza e ho buttato dapparte i piani divini e i giuramenti eroici per raccontare con malinconica serenità la disfatta di un’anima. Io non accuso che me stesso e spero mi sia perdonata per questa franchezza qualche passata vigliaccheria.
XXXI

Giornate vergognose

Io credo d’essere spesso uno dei più gesuitici poltroni d’Italia. Dormo dieci ore filate, senza svegliarmi, senza sognare. Mi sveglio colla testa pesa e la bocca pastosa; esco fuori per non far nulla; ritorno a casa per riposarmi; mangio voracemente come un ragazzo che si masturbi tutte le notti; sorseggio una gran tazza di caffè; fumo cinque o dieci sigarette; mi sdraio in una poltrona e stendo le gambe su di un’altra; leggo un giornale da cima a fondo come un pensionato acciaccoso; torno fuori per incontrare qualche scettico conoscente col quale faccio un po’ di scherma d’ironia stupida e amara; entro in un caffè, ingoio una tazza di cioccolata farinosa, mangio con disgusto tre o quattro pasticcini spalmati o rigonfi di sporche conserve di frutta; sfoglio un fascio di giornali spiegazzati e cenciosi, e quasi quasi sorrido sbirciando le caricature scioccamente colorite; torno in istrada sotto la gran luce teatrale delle palle elettriche; inseguo una prostituta imbiancata e incarminiata come se fosse il mio primo amore; entro in una libreria per comprare con pochi soldi dei libri non tagliati che non leggerò mai; mi fermo dinanzi alle botteghe dei pizzicagnoli e contemplo i formaggi untuosi e le scatole di sardine con appetito; vado in una casa dove mi danno il the e ne bevo quattro tazze sperando che mi venga un po’ di talento; o salgo in un bordello se ne ho voglia e anche se non ne ho voglia – così, per uccidere i minuti e le ore, per non ricordarmi di quello che dovrei fare e non fo, per abbrutirmi, per avvilirmi, per ninnare il rimorso, per smorzar la coscienza… Ogni tanto, se non posso farne a meno, scrivo una lettera o dieci lettere, per non pensarci più, per sbarazzarmi di tutti, e qualche sera, quando mi sento veramente troppo pieno e inconsolabilmente malinconico, afferro la mia grossa penna nera e scrivo giù quel che mi trabocca dall’animo; riempio in furia dieci venti quaranta fogli bianchi coi miei sfoghi, coi miei atti di contrizione, colle mie raffinate e spiritose assurdità.
Ma cosa volete che venga fuori da un uomo che vive tra il sonno e il caffè, tra la tavola e il letto, infingardo e sonnacchioso, buono soltanto a suonar la diana ma vigliacco in fuga il giorno della vera battaglia? E rizzandomi su dai tepidi lenzuoli o dalle sedie imbottite strillo come un’aquila perché lo spirito viene insultato e disegno per i miei simili una vita solitaria, austera, sdegnosa, nobile e michelangiolesca!
E non c’è da dir ch’io non senta l’infamia di questa mia doppia vita. La sento e quanto più duramente la sento tanto più, per addormentar la vergogna, mi ci abbandono ed imbrago. Trovo un po’ di conforto nella confessione, ma quando ho riflesso nello specchio delle concitate parole la mia lurida immagine di traditor di sé stesso, perché tutti la veggano e ci sputino sopra, mi credo perdonato e salvato, mi rialzo con aria di trionfo, come se la sciagurata esibizione mi avesse purificato e trasformato. E il giorno dopo ricomincio come prima: vado a letto presto, dormo dieci ore senza svegliarmi, senza sognare; mi alzo con la testa vuota e la bocca amara e vivo fino alla sera in quel modo che ho confessato fremendo il giorno innanzi. E torno, ahimè, quando non ne posso più, a rovesciar convulsamente parole sui fogli e a cantare con versi d’infinite sillabe la terribilità dell’ascetico eroe che vede le cose umane con occhi divini e son talmente abietto che neppure una volta mi vien l’idea di metter giù dell’arsenico nel mio biondo the prodigalmente indolcito.
XXXII

Cosa volete da me?

Eppure tutti mi cercano, tutti mi voglion parlare, tutti chiedon di me a me e agli altri. Uno mi domanda come sto, se mi son rimesso, se mi è tornato l’appetito, se vado a far passeggiate – un altro mi chiede se lavoro, se ho finito quel tal libro, se ne comincerò uno nuovo. Quello sparuto scimmiotto tedesco vuol tradurre le opere mie; quella pallida ragazza russa vuole che le scriva la mia vita; la signora americana vuol sapere assolutamente le mie ultime notizie; il signore americano mi manda la carrozza alla porta perché vada a mangiare e a confidarmi con lui; il mio compagno di scuola e di chiacchiere di dieci anni fa vuole ch’io gli legga via via quel che scrivo; l’amico pittore pretende ch’io stia fermo davanti a lui per ore e ore a farmi fare il ritratto; il giornalista vuol sapere dove sto di casa; l’amico mistico in che stato è l’anima mia; l’amico pratico come è pieno il mio portafogli; il presidente della società ordina ch’io faccia un discorso; la signora spirituale si raccomanda ch’io vada a prendere il the a casa sua più spesso che posso per conoscere il mio parere su Gesù Cristo e sul chiromante arrivato in questi giorni…
Ma cosa son diventato, perdio! Che diritto avete voialtri d’ingombrar la mia vita, di rubarmi il mio tempo, di frugarmi nell’anima, di succhiarmi il pensiero, di volermi vostro compagno, confidente e informatore? Per chi m’avete preso? Son forse un attore salariato per recitare tutte le sere dinanzi ai vostri musi da schiaffi la commedia dell’intelligenza? Son forse uno schiavo comprato e pagato che debba inchinarmi ai vostri capricci di sfaccendati e offrire in omaggio tutto quello che so e fo? Son forse una puttana di bordello che deve alzar la sottana e levar la camicia al primo cenno di un maschio vestito decentemente?
Io sono un uomo che vorrebbe vivere una vita eroica e render più sopportabile il mondo ai suoi occhi. Se in qualche momento di debolezza, di abbandono o di bisogno mando pel mondo qualche sdegno raffreddato in parole, qualche sogno infagottato in immagini, pigliatelo o buttatelo via – ma non mi seccate.
Sono un uomo libero – ho bisogno della libertà, ho bisogno di star solo, ho bisogno di rimuginare fra me e me tutte le mie vergogne e le mie tristezze, ho bisogno di godermi il sole e i sassi della strada senza compagnia e senza discorsi, faccia a faccia con me stesso, colla sola musica del mio cuore. Cosa volete da me? Quel ch’io voglio dire lo stampo; quel che voglio dare lo dò. La vostra curiosità mi fa stomaco; i vostri complime...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione. di Marco Corsi
  4. Nota all’edizione
  5. Un uomo finito
  6. ANDANTE
  7. APPASSIONATO
  8. TEMPESTOSO
  9. SOLENNE
  10. LENTISSIMO
  11. ALLEGRETTO
  12. Copyright