Potevo fuggire! Era un pensiero così scioccante e al tempo stesso così reale, che impiegò un po' prima di prendere forma. Potevo nascondermi nel bosco. Potevo scappare dallo zio Al e dal suo campeggio degli orrori.

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Piccoli Brividi - Il campeggio degli orrori
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1
Guardai fuori dal finestrino ricoperto di polvere, mentre l’autobus del campeggio svoltava su una strada stretta e tutta curve. In lontananza, si intravedevano le colline scoscese, macchiate di rosso, sotto la volta del cielo azzurro.
Alberi tozzi e biancastri erano allineati sul ciglio della strada, ordinatamente, uno dietro l’altro, come paletti di una staccionata.
Eravamo immersi nella natura selvaggia, lontani dal resto del mondo. Era più di un’ora, infatti, che lungo la strada non si vedeva anima viva.
Nemmeno una casa, né una fattoria: niente di niente.
I sedili dell’autobus erano di plastica blu, duri come il marmo. A bordo regnava il buonumore e i miei compagni ridevano e scherzavano senza sosta. L’autista, poveretto, si voltava continuamente indietro e ci gridava di rimanere seduti ai nostri posti.
Eravamo in ventidue, diretti al campeggio. Io ero seduto nell’ultima fila e così ero riuscito a contarci tutti.
C’erano diciotto ragazzi e soltanto quattro ragazze. I maschi erano diretti al Campeggio Luna Nera, mentre le ragazze erano ospiti in un campeggio vicino. Erano sedute tutte e quattro in prima fila, e chiacchieravano del più e del meno. Anche se, di tanto in tanto, si voltavano a sbirciare i maschi seduti nelle file posteriori.
I ragazzi erano molto più rumorosi delle ragazze. Ridevano, si facevano un sacco di scherzi fra di loro, gridavano una marea di stupidaggini. Certo, il viaggio era lungo, ma noi sapevamo come ingannare il tempo.
Il ragazzo seduto accanto a me, dalla parte del finestrino, si chiamava Mike.
Mike assomigliava vagamente a un bulldog: grassottello, con un bel faccione rotondo, gambe e braccia robuste. Aveva i capelli neri, e si grattava spesso la testa. Portava un paio di pantaloncini larghi, marroni, e una canottiera.
Eravamo seduti vicini dall’inizio del viaggio, ma a dire il vero non aveva parlato molto. Chissà, forse era un tipo timido, o magari era soltanto nervoso. In una delle rare volte in cui aveva aperto bocca, mi aveva confessato che questa era la sua prima esperienza al campeggio.
Anche per me era la prima volta, comunque. E se devo proprio essere sincero, man mano che ci allontanavamo da casa, sentivo già un briciolo di nostalgia per mamma e papà.
Ho dodici anni compiuti, ma nonostante questo non mi sono mai mosso molto. Sul pullman regnava un’atmosfera allegra e divertente, questo è vero, però ero triste. Lo stesso valeva per Mike. Con la faccia rotonda e grassoccia premuta contro il finestrino, osservava le colline screziate di rosso che si intravedevano in lontananza.
«Tutto a posto, Mike?» gli chiesi.
«Certo, Bill» tagliò corto senza voltarsi.
Pensavo alla mamma e a papà. Alla stazione degli autobus, poco prima della partenza, avevano una faccia! Erano preoccupati, perché quella era la prima volta che andavo al campeggio.
«Ti scriveremo ogni giorno» aveva promesso papà.
«Mi raccomando, tesoro. Fatti valere» aveva aggiunto la mamma, abbracciandomi più forte del solito.
Che stupidaggine! Non avrebbero fatto meglio a dirmi “Divertiti!”, piuttosto che “Fatti valere”?
Mi arrovellavo sul significato di quella frase. Per chi non lo avesse ancora capito, io sono un tipo ansioso, che si preoccupa sempre di tutto.
Gli altri due ragazzi che conoscevo erano quelli che occupavano la fila davanti a noi.
Uno di loro si chiamava Colin. Aveva lunghi capelli castani che gli sfioravano le spalle e portava un paio di occhiali scuri che gli nascondevano gli occhi. Si era messo una fascia rossa sulla fronte e si dava arie da bullo. Non faceva che allacciarsi e sciogliersi la fascia!
Al suo fianco sedeva un ragazzo grande e grosso di nome Jay. Lo sport era il suo argomento preferito e si vantava di essere un grande atleta. Gli piaceva un sacco mostrare i muscoli, soprattutto quando le ragazze si voltavano nella nostra direzione. Si divertiva a tormentare Colin. Non gli dava un attimo di tregua, fingendo di voler fare la lotta con lui e sciogliendogli continuamente la fascia rossa di cui andava tanto orgoglioso. Così, giusto per passare il tempo.
Jay aveva una gran massa di capelli rossi, perennemente in disordine, che sembrava non avessero mai visto il pettine in vita loro! Aveva begli occhi azzurri, e, irrequieto com’era, non stava fermo un attimo. Durante il viaggio, non aveva fatto altro che giocare scherzi terribili ai compagni e tormentare le ragazze, tempestandole di domande e di battute stupide.
«Ehi, come ti chiami?» lo sentii gridare a una biondina che sedeva in prima fila, accanto al finestrino.
La ragazza finse di non sentire, ma poi, quando Jay glielo chiese per la quarta volta, si voltò e con gli occhi verdi che le brillavano rispose senza scomporsi.
«Mi chiamo Dawn. E questa è Dori» aggiunse, indicando la ragazza che sedeva accanto lei.
«Accidenti, che coincidenza!» esclamò Jay. «Anch’io mi chiamo Dawn. Ah ah!»
Quasi tutti si scompisciarono dalle risate, tranne Dawn.
«Lieta di incontrarti, Dawn» rispose soltanto, voltandosi di nuovo in avanti.
L’autobus centrò in pieno una grossa buca sulla strada, con un gran sobbalzo.
«Ehi, Bill, guarda!» mi disse Mike all’improvviso, indicando qualcosa fuori dal finestrino. Il che mi sorprese non poco, visto che per tutto il viaggio aveva aperto bocca sì e no un paio di volte. Fu così che mi affacciai al finestrino, per vedere di cosa si trattava.
«Ho appena visto un gatto della prateria» disse, continuando a guardare fuori.
«Sul serio?» risposi. Davanti a me, una distesa di alberi e una serie di rocce rossastre. Di gatti della prateria, però, neppure l’ombra!
«È andato a nascondersi dietro quelle rocce» disse Mike, continuando a indicare il luogo dove era convinto di aver scorto il gatto. «Di’ un po’, Bill, hai visto per caso una città, o qualcosa del genere?»
«Deserto. Soltanto deserto» risposi scuotendo la testa.
«Ma il campeggio non doveva essere nei pressi di una città?» mi chiese, con l’aria decisamente preoccupata.
«Non credo» risposi. «Papà mi ha detto che il Campeggio Luna Nera si trova nella foresta. Lontano dalla città…»
Mike ci pensò su per una manciata di secondi, poi chiese di nuovo la mia consulenza.
«E se vogliamo telefonare a casa?»
«Probabilmente hanno attivato i telefoni da campo» risposi.
Mi voltai, appena in tempo per vedere Jay lanciare qualcosa alle ragazze. Sembrava una palla verdastra. Centrò Dawn in testa e le rimase attaccata ai lunghi capelli biondi.
«Ehi!» gridò Dawn, infuriata. «Che cos’è?» chiese, sfilandosi la palla verde dai capelli.
Jay sghignazzò, tutto soddisfatto. «Che ne so? Era appiccicata sotto il sedile.»
Dawn gli fece una linguaccia e gli rilanciò indietro la palla, che lo mancò per un pelo e andò a sbattere contro il vetro posteriore con un sonoro plop!
Tutti scoppiarono a ridere, mentre Dawn e la sua amica Dori facevano versacci a Jay.
Colin, intanto, ingannava il tempo gingillandosi con la sua fascia rossa. Jay si lasciò scivolare lungo il sedile e appoggiò le ginocchia contro lo schienale di quello davanti.
Nelle prime file, due ragazzi stavano cantando una canzone che sapevamo tutti a memoria, con l’unica differenza che sostituivano alle parole del testo una serie di parolacce irripetibili. Un gruppetto intonò un’altra canzone.
Poi, all’improvviso, l’autobus inchiodò con un poderoso colpo di freni, sbandando paurosamente.
Gridammo tutti. Io fui letteralmente sbalzato fuori dal mio posto e andai a sbattere contro il sedile davanti.
«Ahi!» esclamai.
Passata la paura, con il cuore che mi batteva all’impazzata per lo scampato pericolo, vidi l’autista che si voltava verso di noi, con un ghigno diabolico dipinto sulla faccia.
«Mamma mia!» esclamarono in coro tutti i presenti, davanti al mostro orripilante che ci stava davanti.
Aveva la testa enorme, rosa confetto, con i capelli blu, dritti come se avesse appena preso la scossa. Le orecchie erano lunghe e appuntite. Gli occhi rossi come il fuoco, iniettati di sangue, gli schizzavano fuori dalle orbite, ondeggiando sinistri davanti al naso camuso. Tocco finale, le zanne bianche che gli spuntavano dalla bocca spalancata, mentre un liquido verdastro gli colava sulle labbra nere come la pece.
Mentre eravamo tutti quanti concentrati sul mostro, paralizzati dalla paura, l’autista lasciò ricadere indietro la testa e lanciò un grido lancinante, quasi un ruggito.

2
Il ruggito era così potente che i finestrini dell’autobus tremarono per un lungo, interminabile secondo.
I ragazzi gridarono impauriti.
Mike e io ci tuffammo sotto il sedile davanti.
«Si è trasformato in un mostro» mi sussurrò Mike, pallido come un morto.
Una manciata di secondi più tardi, sull’autobus risuonò una fragorosa risata.
Feci capolino da dietro il sedile, giusto in tempo per vedere il mostro che con una mano si stava afferrando una ciocca di capelli blu. Tirò forte e… la faccia venne via!
«Ooh!» esclamarono alcuni ragazzi in preda al panico.
Be...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
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- 4
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- 8
- 9
- 10
- 11
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